L’abolizione della competenza.

Dopo il mio post su Dubai, molte persone mi hanno chiesto come sia stato possibile che nessuno si sia accorto del disastro che si stava compiendo a Dubai, cosi’ come nessuno si sia accorto che si stessero scavando la fossa prima del credit crunch. Questo e’ dovuto ad un fenomeno che e’ nato negli anni ’90 nel mondo anglosassione , e che io definisco “l’abolizione delle competenze”.

Gli anni 80 e i primi anni 90 iniziarono la trasformazione dell’industria , o meglio la desertificazione industriale che vediamo oggi, a favore della finanza cartacea. A prescindere dalle ideologie, nessun fenomeno storico puo’ venire interpretato senza osservare le esigenze economiche dell’umanita’ che prende parte ai fenomeni medesimi.

Cosi’, il problema non e’ “per quale motivo mai l’economia diventa finanza”, ma “per quale motivo mai le persone che prima bramavano per entrare nell’industria ad un certo punto hanno iniziato a spostarsi verso la finanza?”. Potrei mostrare la trasformazione mostrando il tipico colloquio di assunzione nel mondo IT:

Nel 1996, per ottenere un lavoro dovetti passare circa 30 minuti con una persona delle HR. LA quale osservo’ come mi presentassi, se avevo le unghie in ordine, come parlavo, eccetera.

Poi passai un intero pomeriggio di prove tecniche. Fatto questo, ebbi il primo contratto di 6 mesi. Dopo i primi sei mesi, feci un viaggio negli USA , con relativo doppione del test tecnico, in un posto ameno che si chiamaa “Chippewa Falls”. Fu una cosa molto semplice, tantevvero che all’uscita mi sentivo come se mi avessero infilato un bidone aspiratutto nelle orecchie.

Verso il 2000, mi trovavo a Bruxelles, per un colloquio di assunzione presso un’azienda che si occupa di certificati di crittografia. Ebbi un colloquio lungo un’oretta, nel quale si insisteva sulle ragioni per cui volevano un team multiculturale, multietnico, e quando chiesi se si intendeva evitare il paradosso di Abilene mediante tale composizione, la tipa non sapeva nemmeno che cosa fosse. “Team multietnico” era meglio perche’ “e’ meglio il brainstorming da punti di vista molto diversi”. Per quale motivo la crittazione dovebbe apparire diversa da un indiano e da un russo, lo sapeva solo lei.

Il colloquio tecnico duro’ si e no una mezzoretta, nella quale si parlo’ del mio curriculum. Non vidi un terminale neanche a morire, e tutto quello che avevo studiato sulla crittografia prima della partenza(1) non servi’ a nulla. Gli andavo bene (2) cosi’. Mi sto ancora chiedendo per quale motivo io gli andassi bene. Avendo rifiutato io l’offerta, non lo sapro’ mai.

Siamo nel 2005. Faccio un colloquio con l’azienda per cui lavoro oggi. Si scusarono perche’ mi facevano “alcune domande tecniche”, ma visto il mio curriculum era necessario. Si scusarono. E quasi nessun altro dei miei colleghi, assunti dopo di me, ha fatto una prova tecnica. E neanche domande tecniche.

Che cosa e’ successo nel frattempo? E’ successo un fenomeno che io definisco “l’abolizione della competenza”. Le aziende hanno cessato di richiedere particolari competenze alle persone, e le Human Resources hanno iniziato a dare sempre piu’ importanza a “come la persona si presenta”.

Questo e’ stato dovuto essenzialmente ad una cosa: sono nati corsi di laurea e master in Human Resources. Siccome le “risorse umane” sono diventate una professione “verticale”,  e non si puo’ pretendere che un professionista completo sia affiancato da un altro professionista (quello che fa la prova tecnica) come requisito indispensabile, il risultato finale e’ che il signore che vi fa il colloquio, nelle aziende “moderne e al passo coi tempi”, passera’ molto tempo a verificare la vostra inflessione vocale, la vostra igiene personale, il vestito che avete addosso, la quantita’ di anglismi che inserite  nella discussione. Oh, certo, tutto questo ha “solide basi di scienza psicologica”, che sarebbe vero se la psicologia fosse una scienza e se avesse piu’ basi di una superstizione qualsiasi.

Ma di fatto, tutto questo si traduce nella reale scomparsa delle competenze. Una volta assunte persone per via di fattori del tutto indipendenti dalla competenza tecnica , il primo passo e’ stato quello di trovarsi con persone competenti che si trovavano a convivere con degli incompetenti completi. Poiche’ le lamentele dei competenti producevano conflitti, si e’ trattato di un problema delle Human Resources. E ancora una volta, la risposta media era sempre la stessa: diamo ragione a chi e’ vestito meglio.

Non possiamo pretendere che la competenza in un settore produttivo sia tutto; anche perche’ non essendo le Human Resources una competenza industriale in un settore produttivo, equivarebbe a dare del parassita al nostro uomo delle Human Resources.

Facendo cosi’, si e’ prodotto un fenomeno di selezione al contrario: i peggiori hanno imparato che concentrandosi sull’abbigliamento e sulle buzzword potevano fare carriera , e che concentrarsi sull’ abbigliamento e sulle buzzword e’ piu’ facile rispetto ad acquisire competenze industriali.

Oggi Marchionne dice che in uno stabilimento fiat, a parita’ di personale, si produca un terzo rispetto al Brasile. Chi immagini il Brasile come una caverna oscura dove gli schiavi lavorano frustati dai negrieri sbaglia,e  sbaglia anche chi accusa i sindacati (che in Brasile non scherzano mica, e sono abituati al gioco duro, mica come le nostre mammolette) : il vero colpevole sono le Human Resources.

Esse hanno privilegiato il candidato quando:

  1. Era “motivato” ed “ambizioso”
  2. Era curato e adatto alle pubbliche relazioni.
  3. Parificava i fattori umani alle competenze tecnologiche.

Hanno cioe’ selezionato un tipo di lvoratore che si trova a suo agio nelle riunioni, che sa vestirsi bene, che parla molto bene. Peccato che la fabbrica non renda. E non rende perche’ la persona che “sa lavorare” e basa la sua forza su questo e’ disprezzata dal mondo dei reclutatori e degli headhunters.
Il secondo punto e’: chi e’ l’individuo che studia “Human Resources MAnagement?” La risposta e’ che e’ una persona che aborrisce la disciplina e la fatica necessarie per diventare un buon tecnico, e preferisce un bel lavoro fuffoso pieno di bei vestiti, riunioni interessanti e chiacchiere poco faticose. Poiche’ il nostro signore delle Human Resources e’ egli stesso un individuo inutile sul piano puramente produttivo, tendera’ a privilegiare i propri simili, poiche’

gli uomini delle Human Resources percepiscono qualsiasi attenzione data alla competenza come un’implicita accusa di parassitismo lavorativo. Hanno sviluppato un’ideologia secondo la quale bisogna dare MENO importanza possibile alle competenze in un settore produttivo, in quanto tali competenze si misurano (direttamente o meno) mediante la produttivita’, e tale misura li classificherebbe come parassiti da eliminare immediatamente.

Questo e’ il principale motivo per il quale ogni azienda abbastanza grossa da avere un settore dedicato alle Human Resources finisce col veder crollata la propria produttivita; e’ come un grande animale che affidi alle zecche il compito di selezionare i compagni di branco dell’animale stesso.

Nel corso dello scorso ventennio, questa ideologia (o se vogliamo questa autodifesa) delle Human Resources di ogni azienda ne ha fatto precipitare la produttivita’, selezionando sistematicamente altri parassiti , altri  incapaci, altri inutili ed impreparati, altri improduttivi.

Se provate a fare “i tecnici”, affermando che la tal cosa non va fatta perche’ e’ sbagliata PUNTO, e nessuna discussione a livello dialettico potra’ far comportare diversamente la fisica delle cose, l’uomo delle Human Resources vi dira’ che siete dei sociopatici. E’ la tipica reazione di chiunque sia contagiato da quell’ideologia paanazista che e’ la psicologia, o che ne sia venuto a contatto: se non la pensi come noi, sei malato. E andresti curato. Sei diverso. Non meriti di vivere.

Quando MArchionne dice che nella data fabbrica italiana si produce, a parita’ di personale, un terzo rispetto a quella brasiliana, sta formulando un durissimo atto d’accusa, atto che viene visto come diretto ai sindacati da coloro che vivono nel secolo scorso. Si crede che a difendere i lavoratori fancazzisti ed incompetenti sia sempre il sindacato: come mai succede anche negli USA, dove i sindacati sono al minimo storico, allora?

La verita’ e’ molto semplice:

Nell’industria moderna i sindacati sono stati sostituiti da una pletora di burocrati, “quelli delle Human Resources”, i quali sono in preda ad un’ideologia pata-psicologica, la quale considera sociopatia la competenza tecnica , e considera la produttivita’ come un indice secondario rispetto alla socialita’. Da questo atteggiamento non puo’ che risultare un crollo di produttivita’ nell’industria.  Questo non assolve i sindacati, che spesso tra parentesi hanno i loro uomini dentro gli stessi uffici.

Se anche Marchionne volesse ammodernare qualche impianto italiano, infatti , si sentirebbe dire che non ci sono le competenze per usare sistemi piu’ aggiornati. Si accusa la scuola di non formare specialisti, ma la verita’ e’ che ne vengono formati, eccome: solo che lo specialista verra’ puntualmente respinto in sede di colloquio da quella zecca specializzata che chiamiamo “risorse umane”, o “consulente del personale”, o sarcazzo come.

Se anche qualcuno di questi individui venisse assunto per sbaglio, non appena la sua preparazione e la sua produttivita’ venissero in conflitto con l’incapacita’ altrui, tutto passerebbe ancora alle “risorse umane” e il “sociopatico” che non si adegua alla mediocrita’ segnalando l’inefficienza del processo verra’ prima emarginato e poi portato alle dimissioni; in ogni caso punito per la colpa di essere “troppo tecnico”, ovvero competente.

Questo e’ successo , ovviamente, anche agli “alti livelli”. Un tempo per occupavi di automobili dovevate capirne qualcosa. Oggi no; il disastro di General Motors e’ stato dovuto principalmente all’ostinazione di alcune persone che di auto capivano sega.

Agli alti livelli, il fenomeno inizio’ negli anni ’80: improvvisamente un sacco di persone avevano studiato per “fare il manager”, senza ricordare che “fare il manager” non significa nulla, dal momento che il manager di un’azienda che produce polliarrosto per il catering e di una che produce semiconduttori fanno cose diverse.

Per tutti gli anni ’90, fu una serie di disastri industriali , prodotti da manager che passavano dai semiconduttori ad Apple (Gil Amelio) , da palesi incompetenti che mandarono quasi al disastro Ford dopo Iacocca. Insomma, questi personaggi che avevano studiato “management” tentavano di entrare nell’industria, e fallivano. Fallivano perche’ incompetenti.

La risposta razionale a questo problema sarebbe stata che studiare a scuola “management” come materia pura e poi immettersi nel circuito del lavoro era una follia perche’ sarebbero mancate le competenze nel settore specifico. Sarebbe stato meglio fare come con le attuali certificazioni da PM, che richiedono (quelle serie) un certo numero di anni di esperienza lavorativa PRIMA di iniziare il corso e la certificazione.

Ma i nostri “menagger” erano impazienti, e cosi’ si concentrarono tutti sull’unico settore che non richieda delle vere competenze misurabili secondo una metrica della produttivita’. Essi concentrarono, tutti insieme, le loro carriere nel mondo della finanza, mondo nel quale la sola produttivita’ richiesta e’ quella di saper modificare indici che non hanno nessuna relazione con una vera produttivita’ nel mondo materiale.

Tutte queste persone hanno creato ed affermato un’ideologia secondo la quale il finanziere non deve saperne nulla di uno specifico settore, perche’ lui investe sulla base di dati finanziari, usando solo strumenti finanziari, ed ottenendo soltanto risultati finanziari. Nessuna competenza specifica nel settore produttivo e’ richiesta.

Dal punto di vista industriale, il loro lavoro e’ un disastro: quando un’azienda taglia il personale e chiude una fabbrica sul piano industriale ha perso forza; ha perso peso sul piano delle relazioni con il governo locale , ha perso capacita’ logistica a iosa.E specialmente, ha perso competenze e capitale umano. In compenso, ha migliorato il bilancio  nel breve termine.

L’intervento industriale corrispondente, cioe’ rinnovare il sistema produttivo , modernizzare l’infrastruttura e alzare cosi’ la produttivita’, e’ ovviamente il piu’ pagante sul piano industriale, specialmente nel lmedio e lungo termine. Ma l’ideologia dominante di questi personaggi e’ che se questo richiede competenze tecniche allora non e’ moderno: rinnovare l’azienda , modernizzarla e innovarla richiede di capirci qualcosa. Richiede di capire il mercato. Richiede una visione. Tutto questo e’ venuto a mancare in quella figura del “finanziere puro” che investe leggendo dati di bilancio , sulla base di un forecast stampato sulla carta, e di un outlook calcolato secondo formule che dal punto di vista logico sono stregoneria pura. (non mi stupisce l’abbondare di astrologi di borsa : avendo gli astrologi solo 12 costellazioni con 12 ascendenti, possono dire solo 144 classi di cazzate. Un consulente di borsa, invece, ha migliaia di fattori su cui basare le sue cazzate, e ha a disposizione un sacco di produzioni in piu’. Il teorema debole di Lowenheim-Skolem fa il resto.).

E cosi’, veniamo al dunque, cioe’ alla storia del Dubai.

Per investire in un’attivita’ industriale nel Dubai si sarebbe dovuto osservare innanzitutto il mercato immobiliare in termini industriali. Si sarebbe dovuto ragionare in termini di merci-su-merci, ovvero chiedersi se, in quel particolare sistema produttivo, producendo case quali merci stavamo assorbendo. Qual’era, cioe’, l’esigenza materiale di consumo nel costruire tutto cio’ che si e’ costruito nel deserto?  Una citta’ si ingrandisce perche’ la ente vi emigra. Vi emigra per trovare lavoro. Se il motivo per cui vi emigra e’ trovare lavoro nell’ingrandimento della citta’, dovuto all’emigrazione di chi emigra per ingandire la citta’, sappiamo benissimo che abbiamo creato un circolo vizioso speculativo.

La chiusura completa del ciclo merci-su-merci  su scala locale e’ un ottimo criterio di giudizio sul piano logico, se si tratta di distinguere la speculazione da una reale attivita’ produttiva. Dubai e’ una citta’ che e’ cresciuta perche’ si era deciso di farla crescere, e ha attratto persone che lavoravano alla crescita della citta’, producendo ulteriore crescita. Una volta spezzato il circolo, non puo’ che afflosciarsi.

Occorreva, quindi, una reale competenza industriale nel settore della grande edilizia per capire una cosa: che se il deserto non pullula di citta’, e’ perche’  essenzialmente lo sviluppo di un’attivita’ industriale e’ vincolato al fattore positivo MENO abbondante. Nel caso del deserto potranno essere le risorse idriche, potra’ essere la mancanza di collegamenti o la mancanza di capitale umano nelle vicinanze , che possa essere un mercato , eccetera.

Ma nessuno tra coloro che hanno investito in Dubai era un industriale, ne’ era qualcuno che intendesse capirci qualcosa di edilizia ; e cosi’ semplicemente leggevano dei forecast, degli outlook, la resa dei bond , e li compravano.

Non abituati al mondo dell’industria o dell’imprenditoria, essi non percepivano il rischio come il rischio che qualcosa fallisca, ma semplicemente come un numerino che dice loro quanto richiedere nella resa dei bond. Ed e’ questo il problema: mentre per un imprenditore il rischio di fallimento e’ un rischio insostenibile, per un finanziere e’ semplicemente una probabilita’ che va compensata da una resa del titolo. L’errore non puo’ essere capito se non con un paragone:

Se gli imprenditori ragionassero come i finenzieri, ad un margine di contribuzione aziendale del 21% corrisponderebbe il fallimento di un’industria su cinque. Poiche’ il 21% annuo e’ una cifra superiore al 20% di fallimenti, un simile disastro sarebbe accettabile sui grandi numeri.

Poiche’ i bond di Dubai pagavano bene, li hanno comprati. Essi pensavano al “rischio” come ad un numero astratto che identifica piu’ che altro il minimo guadagno da pretendere; oggi si accorgono che il rischio e’ quello del fallimento, ma non essendo industriali essi non sanno cosa sia il rischio d’impresa. Tutto qui.

Queste due ideologie, quella del “manager che non deve per forza capirci qualcosa” e quella delle “human resources che la competenza tecnica non e’ tutto” si sono unite  , hanno formato una sinergia, espellendo dal mercato del lavoro occidentale tutti gli elementi piu’ produttivi, o relegandoli nella suburbia.

Queste due ideologie hanno premiato fabbriche stracolme di simpatici incompetenti ,  guidate a loro volta da  socievoli imbecilli, e il disastro e’ sotto gli occhi di tutti.

No, i manager in questione non potevano sapere che Dubai fosse destinata a finire cosi’, perche’ i manager del mondo della finanza  sono stati selezionati da un’ideologia secondo la quale essere intelligenti e’ una perdita di tempo , essere competenti e’ da sociopatici, e saper giocare a golf e’ piu’ importante che sapere di cosa si sta parlando durante la partita ove si decide il destino di una fabbrica.

Ne’ sotto di loro qualcuno potra’ far notare che sbagliano, perche’ anche le fabbriche occidentali di oggi sono stracolme di socievolissimi e simpaticissimi cialtroni, che non capiscono una cippa del prodotto o del proprio lavoro, ma si presenteranno sempre col vestito giusto alle convention aziendali.

Abbiamo riso di Fantozzi. Ma quella era una profezia, non un film comico.

E il fatto che ci facesse ridere, semmai, avebbe  dovuto farci pensare: potevamo ridere finche’ quel mondo lo vedevamo in TV. Oggi che lo abbiamo costruito sul serio, ci sembra molto, molto, molto meno divertente.

Il megadirettore galattico, signori, e’ davvero uno stronzo.

E in fondo, lo sapevamo tutti.

Uriel

(1) Sono uno di quelli che si sforzano di arrivare preparati alle cose.

(2) Il motivo per cui non feci quel lavoro fu una roba allucinante chiamata “Fiammingo”, la cui spaventosa presenza realizzai solo in loco.

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