La visione dell’ uomo-wired.

Dopo il post sulle stampanti 3D, mi sto scontrando con quella che definisco “la visione di Wired”. La visione di Wired e’ un particolare fenomeno legato al fatto che l’ early user, per il semplice fatto di essere tale, spesso inizia a parlare come se fosse un esperto (apparendo tale a chi e’ completamente a digiuno ) e per dare valore a questa pseudocompetenza non fa altro che costruire un mondo nel quale l’esperto e’ -sempre e solo- chi parla come lui.

Ammetto che sia vero. Cioe’, chi per lavoro si occupa di qualcosa e’ noioso quando ne parla. Se parlassi di tecnologia, come faro’ dopo, e iniziassi a mobbarci con NPI, TON & compagnia bella, probabilmente vi annoierei. Come vi annoiero’.

Perche’ allora non creare un bel polpettone intermedio che dia all’utente ignaro una percezione di competenza,  pur senza fare tutta la fatica -o semplicemente senza fare quel lavoro li’ di professione- e creare un mondo nel quale si viene retribuiti per volare leggeri sopra ogni cosa?

Si tratta della scorciatoia alla competenza che trovate per esempio leggendo giornali farlocchini come Wired, un giornale che parla di IT senza mai parlare davvero di IT, pretendendo di farlo, dal momento che i suoi giornalisti sono stati , come si suol dire, degli “early users”.

Il problema e’, pero’, che questo modo di fare ha generato un’intera umanita’ di persone, che si sono inventate come professioniste perche’ early users, e si sono infilate in molti campi delle professioni, solo perche’ sapevano due o tre parole che suonavano tecniche abbastanza da “vincere un colloquio di lavoro.

Ne incontro spessi.

Faccio un paio di esempi: il primo sara’ quello che chiamo “lo use-case wifi“.

Lavorando nel mondo telco come “enabler”, cioe’ come colui che crea le “sottostanti infrastrutture” che permettono ai servizi “VAS” (quelli che comprate, tipo l’android market, o la possibilita’ di dare soldi ai terremotati con un SMS, per dire) , mi piovono addosso dei documenti ove si chiede a noi di abilitare alcune infrastrutture per i nuovi servizi. Ci viene chiesto di pensare a cosa possiamo offrire (API, Network, etc) agli sviluppatori che poi implementeranno qualcosa.

I servizi vengono descritti  per “use case”, cioe’ modellizati con un linguaggio meno ambiguo possibile (l’ UML o altri) e poi ci viene chiesto un parere. Insomma , una roba che potrei riassumere cosi’:

  1. Se l’utente clicca il tasto “banana” mentre e’ al mare, allora succede questo.
  2. Se l’utente clicca il tasto “fragola” e tradisce la moglie, allora succede quello.

Ovviamente “se l’utente clicca” e’ qualcosa di cui si occupano gli sviluppatori. Loro disegneranno un simpatico tasto “banana” o “fragola”. Anche “allora succede questo” e “allora succede quello” e’ nel loro dominio. Sono loro che scrivono il software che poi fa questo e quello.

A noi e’ chiesto di fornire un’interfaccia che dica al software se l’utente si trova al mare (abbastanza facile conoscendo le celle) o se tradisce la moglie (infattibile anche conoscendo le celle e la sua posizione). Nel primo caso quindi risponderemo “si puo’ fare, esporremo una chiamata diameter cosi’ e cola’”, nel secondo caso diremo “ehi, la rete non sa nulla dei palchi di tua moglie”.

Ora, il servizio viene disegnato da gente che legge Wired. Ne sono certo perche’ periodicamente, da qualche anno, arriva sempre lo stesso usecase, che svolazza su di noi come un ente malefico e foriero di Alba Parietti in vena di filosofia. Lo use-case e’ questo:

  1. Se l’utente e’ collegato mediante la rete mobile e clicca “fragolina” allora succede questo.
  2. Se l’utente arriva via wholesale internet e clicca “fragolina”, allora succede quello.
  3. Se l’utente e’ collegato usando una wifi, allora succede la tal altra cosa.

Ora, ovviamente la 2 e la 3 non si possono distinguere tra loro. Se voi collegate il vostro cellulare ad una wifi, per me venite da internet. Se anche usaste il browser e parlassimo di protocollo HTTP, cioe’ esiste lo user-agent, potrei dire che un dato cellulare sta leggendo. D’altro canto, pero’, il vostro cellulare normalmente NON HA connettori ethernet RJ45, quindi di solito quando un cellulare e’ collegato “ad internet” attraverso “la rete wholesale” e’ attaccato per mezzo di una wifi. (1)

Ora, non c’e’ modo di spiegare a questo deficiente che il 2 e il 3 sono l’esatto identico use-case. Costui lavora per una telco. Sa abbastanza da ingannare una HR che assume persone che “disegnano servizi innovativi” nel reparto marketing. Forse sa configurare la rete di casa ed un cellulare. Tuttavia, e’ impossibile scendere sul livello piu’ basso, e spiegargli che non c’e’ differenza. Periodicamente, ogni 5-6 mesi, il caso torna . Lo so che e’ lui (o lei)(2) perche’ lo descrive sempre allo stesso modo.

C’e’ , da qualche parte a Londra, un coglione che legge Wired e pensa DAVVERO che i pacchetti IP di uno che si collega ad internet usando il cavo e uno che lo fa con la wifi dietro al router di casa siano distinguibili  se visti da un server che si trova in un autonomous system diverso. Questo individuo ha abbastanza conoscenze da inventare servizi per una telco, ma non abbastanza per sapere come diamine funzionino le cose. Ed ogni volta, ogni fottuta volta che gli si dice “NO”, si mette a strillare che “questi tecnici dicono sempre di no” e ostacolano i suoi progetti.

Un altro caso simile e’ il “sending sms, whatever“.

L’elemento in questione scrive un servizio che deve inviare SMS. Ma dimentica di essere d’accordo con le telco interessate e specialmente con l’hub che si occupa di trasporto. Inoltre, crede che inviare un SMS sia una cosa semplice semplice.

Cosi’ prova a far inviare ad un’applicazione un sms, da un numero di SIM ad un altro. Succede allora che la rete si chieda per prima cosa se tu sia in grado (per via del credito e del tuo contratto) di inviare sms. Il guaio e’ che quel numero incontra una regola di barring. Questo e’ normale, visto che in alcune telco i messaggi vengono girati per piano di numerazione (e: 348… , 338, e cosi’ via) a specifici dispositivi. Senza scrivere le regole , puoi solo inviare sms con la sim collegando la sim stessa alla rete GSM. Altrimenti ciccia.

Cosi’ provano a mettere un alfanumerico nel campo del mittente, tipo “MioCiccio” . Il guaio e’ che i protocolli sms contengono due parametri che si chiamano NPI e TON, che descrivono il numero di telefono: se e’ un vero numero di telefono allora saranno 1 e 1, mentre se e’ “MioCiccio” deve essere “5 e 0”. Ma questo il nostro eroe non lo sa. Cosi’ i vari MSC, HLR, VLR, SMSC & co cercano di capire se il numero di telefono “MioCiccio” abbia soldi sulla sim, scoprono che “MioCiccio” non fa parte di alcun piano di numerazione esistente (non e’ un numero telefonico, insomma) e rifiutano di lasciarlo inviare.

Quando il nostro eroe capisce che deve farsi autorizzare la SIM per fare invio BULK, finalmente ha messo a posto il mittente. Il guaio e’ che deve inviare ad un destinatario che e’ un centro servizi. Cosi’ anche assegnando il destinatario a quel centro servizi, il guaio e’ che qualcuno deve scrivere delle regole per girare il traffico. Oppure fallisci, perche’ il centro servizi mittente non riesce a stabilire se il destinatario POSSA (per via del suo contratto e/o altro) ricevere quel messaggio (che e’ a pagamento e produce CDR, a meno di non dire il contrario alla rete).

Cosi’, il genio capisce che deve sistemare anche il destinatario, ma non capisce che la rete mobile e’ una rete intelligente e quindi nel mondo mobile gli attori sono tre: “originatore, rete, terminatore”, mentre su internet sono due: “client, server”. (3)

Cosi’ il nostro eroe si fa assegnare uno shortcode, cioe’ un numero breve (cinque cifre) da assegnare al sistema che riceve , e prova ad inviare. Piccolo problema: si trova in una nazione diversa. Cosi’ , quando per esempio vuole inviare ad una telco italiana i cui shortcode iniziano per 42, il suo messaggio finisce in Repubblica Ceca. E quando lo manda ad un altro operatore italiano che ha gli short che iniziano per 40,  finisce in Romania. Dove vengono rifiutati perche’ quegli shortcode non esistono sulla rete come utenze, avendo il nostro eroe indicato NPI e TON di 1 e 1.

Allora che fa l’eroe? Ma e’ semplice: mette +39 davanti allo short code, perche’ cosi’ secondo lui il messaggio finisce in Italia di sicuro. Il che e’ vero: ma i dispositivi italiani non pensano che uno shortcode sia un numero in formato ISDN (E164/E163), e lo rifiutano.

Morale della storia? Ancora una volta, la cultura Wired e’ in azione: il nostro eroe ha usato un sacco di telefoni e sa un sacco di cose sul mandare SMS. Tranne come si fa VERAMENTE. Lui pensa, ed e’ la cultura Wired, che l’informatica SIA COME APPARE.

Definisco “cultura Wired”, dall’omonimo giornale farlocco, una cultura che riduce la complessita’ tecnica di ogni cosa alla complessita’ cui va incontro l’utente, e ritiene che costruire qualcosa abbia giocoforza la stessa semplicita’ che ha l’atto di utilizzarla.

In questo modo di vedere, “inviare SMS” ha la stessa complessita’ che ha il digitare un messaggio sui cellulari e premere un testo. Poiche’ lo facevano anche i cellulari di una volta, non puo’ essere complesso. E al farlocco non verra’ MAI in mente che se un “cellulare di una volta” poteva mandare messaggi ad un altro “cellulare di una volta” e’ perche’ QUELLO CHE STAVA IN MEZZO, cioe’ LA RETE, faceva tutto il lavoro.

Poiche’ questo idiota viene dal mondo della programmazione client-server, dove l’intelligenza del client PIU’ quella del server e’ TUTTA l’intelligenza del servizio, se lui vede un cellulare antidiluviano mandare messaggi ad un altro cellulare antidiluviano, ne conclude che sia semplicissimo perche’ c’e’ poca intelligenza ai due capi (VERO), senza chiedersi se per caso l’intelligenza non fosse IN MEZZO (ancora piu’ VERO).

Questa e’ la “cultura Wired”, cioe’ la coltura di coloro che sono seeeeempreeee cosi’ entusiasti di quel momento in cui arriveranno a loro TUUUUUUUUUUUTTTTTTTTTTIIII i sogni piu’ bislacchi che hanno, per la semplice ragione che farli HA LA STESSA COMPLESSITA’ DI IDEARLI.

Che cosa infastidisce l’uomo Wired? Ad infastidire l’uomo Wired e’ il tecnico “hard“, che gli dice “stai dicendo cazzate, esistono almeno due o tre ragioni tecniche che rendono IMPOSSBILE quel che vuoi fare“.

Torniamo per un momento alle stampanti3D. Il modello economico che propongono e’ perdente. Per una stampante 3D produrre ha sempre lo stesso costo, che si produca 1 o si produca 1000. Nel mondo dell’industria, se produci 1000 hai MENO costi per pezzo che se produci 1. Quindi, si tratta di un modello economico che su grandi numeri e’ PERDENTE. Riga.

Qualcuno allora ripiega sulla prototipazione, come se fosse la prototipazione quella che blocca le idee.E perche’? Perche’ e’ vero: il farlocco viene sempre bloccato alla PRIMA fase di attuazione, che guarda caso e’ quella di prototipazione.

Quando uno fa un corso di design industriale della regione Lombardia, anziche’ frequentare l’apposito corso universitario , e poi si mette a lavorare dopo lo stage , quello che gli succede e’ sempre questo: presenta il suo disegno e si sente ridere in faccia dai prototipatori. I quali, essendo di solito la parte piu’ PREPARATA dell’azienda, guardano il suo disegno e ridacchiano sotto i baffi.

Ma il nostro eroe e’ abituato a procedere per “trials and errors”, e quindi propone sedici disegni, sinche’ i prototipatori gli fanno presente che non hanno tempo per discutere tutti gli errori e/o di spiegargli le cose essenziali.

Qual’e’ il sogno dell’ uomo Wired allora?

Quello di avere un dispositivo (in questo caso la stampante 3D) che lo liberi da quei noiosi tizi (che guardacaso sono i piu’ competenti dell’azienda, ecco perche’ lavorano nella zona R&D, ma e’ un caso)  che gli dicono sempre “cambia lavoro: l’anal gangbang e’ un settore in continua crescita”, o qualcosa del genere.

Cosi’, quando arriva la stampante 3D, il nostro uomo Wired e’ entusiasta: finalmente qualcosa che traduce le Idee in oggetti , senza quel noioso BISOGNO DI COMPETENZE.

Cosi’ il nostro eroe pensa che fare, che so io, una scarpa sia una cosa semplice. E’ semplice indossarle e camminarci, e’ semplice discutere di scarpe e leggere giornali di moda, perche’ mai dovrebbe essere ancora piu’ complicato FARE la scarpa?

Cosi’, se gli dicono che una stampante 3D puo’ fare questo:3D-printed-shoePensano di non avere piu’ bisogno di tutti quegli stronzi che discutono di taglio, cuciture, materiali, e tutte quelle cose che fanno della scarpa una buona scarpa. E’ solo questione di disegnarle, e puf!

Le risposte che sto avendo nel thread riguardo le stampanti 3D sono aberranti:

  • Possiamo usare la stampa 3D per prototipare oggetti metallici.
  • Ma la stampa 3D non produce oggetti metallici per addizione….
  • Ma possiamo farli in plastica per avere il prototipo.
  • Ma non sara’ funzionante: il metallo subisce rettifiche e lavorazioni, ha una durezza diversa,  per non parlare di pesi ed inerzie.
  • Ma possiamo produrre -piccoli- oggetti di plastica tipo i lego, cosi’ comuni nel mondo. Non vedi che tutto e’ fatto di piccoli pezzi di plastica modulari e componibili?
  • No, ma anche se fosse, i piccoli pezzi di plastica modulari sono proprio il centro della produzione con economia di scala, e le tue stampanti 3D sarebbero spazzate via!
  • MAMMA! MAMMA! Il tecnico cattivo mi dice brutte parole! MAMMA! MAMMA!

La verita’ e’ che le stampanti 3D vanno bene per prototipare ALCUNE cose, ove si renda necessario valutare l’impatto della forma, ma non tutte, e specialmente solo una microscopia nicchia. Anche nel mondo delle plastiche, se prendiamo il semplice ugello della doccia, e’ vero che e’ fatto di plastica, ma e’ vero che e’ una plastica che regge una filettatura , una pressione, ed alcune temperature. Con la plastica sbagliata il filetto andrebbe munto, con la plastica sbagliata si deformerebbe con l’acqua bollente, con la plastica sbagliata perderebbe colore. Eccetera.

In generale, l’ “Uomo Wired” (Homo Posens Pseudosapiens) sogna un preciso momento: quello in cui “tutto non sara’ piu’ cosi’ difficile”, dove per “difficile” si intende il fatto che non ci sara’ piu’ bisogno di competenze specifiche per fare le cose.

L’uomo Wired ama sognare, ed ama pensare che i suoi sogni non abbiano bisogno di sforzi, investimenti e competenze per diventare realta’. Ed e’ disposto a credere che la tal tecnologia, piuttosto che la talaltra tecnologia, lo liberino dalla “maledizione delle competenze”, per la quale e’ costretto a studiare e faticare per capire come fare le cose, anziche’ semplicemente idearle e poi farle apparire misteriosamente dal nulla, scavalcando quegli odiosi tecnici che gli dicono sempre “no” perche’ non tollerano un mondo migliore.

Ecco, signori, se siete quell’umanita’, continuate a leggere Wired.  E non venite ad insistere qui. Qui, siamo ancora al punto in cui un pezzo di metallo ed uno di plastica sono due cose diverse, e coi lego ci giocano i bambini.

Uriel Fanelli, 25 giugno 2012

(1) Certo, usando il protocollo Bluetooth, e poi attaccandovi ad un PC con la ethernet, e blabla. Potreste anche fare usb tethering, lo so anche quello. E in India hanno “Indornet” , che non capisco ancora se sia un errore di pronuncia o una internet che funziona in maniera indiana. Ma io mi riferisco alla specie homo-sapiens.

(2) Il nome “Carol” puo’ presentare sorprese se lo porta uno slavo oppure un anglosassone.

(3) In realta’ la rete lavora un sacco anche su Internet -per quanto non cosi’ tanto- ma lo fa in maniera silenziosa, al punto che non sapete che lo faccia.