I soldi sono sempre di moda.

Il dibattito sul “posto fisso” e’ stato classificato come una sparata di Tremonti, e lo e’ stato perche’ i farlocchi rifiutano di guardare alle questioni materiali per partito preso, limitandosi a sollevare problemi di forma o di moda. L’economia si basa su forze quasi-razionali (in realta’, quasi informate) che cercano di massimizzare il profitto, a volte come singole entita’, a volte (come ABI) inteso come entita’ di sistema.

Di conseguenza, non puo’ esistere una questione “fuori moda”, per dirla alla Dolce & Gabbana, tantomeno una questione “superata dalla storia”, per dirla alla Hegel. Il mondo dell’economia puo’ riapire la stessa questione e richiedere soluzioni diverse ogni volta che, nei fatti, la situazione materiale lo richieda. E questo a prescindere dagli intellettuali, dagli “autorevoli”, dagli intelliggggenti e dagli informati. Se esiste un problema materiale, occorre una strategia materiale che lo risolva materialmente. Non basta vincere il dibattito con una buona strategia dialettica.

Quindi, se vogliamo chiederci “lavoro stabile”(1) contro “lavoro liquido”, portare questioni ideologiche e’ inutile: ci sono fattori materiali quantificabili in gioco, quindi bisogna andare a metterci i numeri per capire. Tali fattori pesano piu’ o meno a seconda della congiuntura, quindi occorre valutarli oggi.

Quindi, bisogna chiedersi che genere di aziende possa avere vantaggio nel lavoro “liquido” e che tipo possa aver bisogno di lavoro “stabile”.

Per prima cosa, bisogna capire che le leggi sul lavoro sono leggi locali. Chi e’ piu’ interessato sara’ , a seconda, chi:

  1. PIU’: chi e’ interessato al mercato locale, cioe’ esercenti , le PMI che lavorano sul mercato locale (mobilifici , servizi alla persona, servizi alla casa, servizi alle aziende), le industrie piu’ “protette” sul mercato locale, banche di sportello.
  2. MENO: chi vende molto all’estero, chi produce molto all’estero, chi produce oggetti su scala , chi fa poco valore aggiunto, le aziende meno protette dalle leggi locali, la finanza di venture capital.

In questo caso lo spartiacque e’ il payout che le aziende raggiungono da una clientela diffusa piu’ ricca. Si tratta di un settore “trasversale”, almeno in alcune categorie. Tutti i piccoli e medi esercenti vi fanno parte in maniera piuttosto omogenea, mentre tra le PMI c’e’ chi lavora come contoterzista, per esempio, che non e’ molto interessato. Nell’industria, idem: chi produce per l’estero o per altre industrie,  per esempio, non e’ impattato positivamente.

Quindi esistera’ sicuramente un “partito”, diciamo un partito trasversale, che attraversa tutte le categorie, il quale avra’ la specifica richiesta di una clientela con piu’ certezze verso il futuro, nella misura in cui la spesa voluttuaria toglie risorse ai progetti di lungo respiro. (2)

Cosi’ abbiamo gia’ osservato un settore che, in un periodo di bassa crescita del PIL, si unirebbe volentieri ad una stabilizzazione dei redditi. E non gliene fregherebbe niente del fatto che “la storia ha detto di no”, o “sarebbe un ritorno all’indietro”: se hanno questa esigenza materiale, premeranno in questo modo.

Un altro fattore da tener presente, oltre alla localita’ del provvedimento, e’ il rapporto tra costo del lavoro e margine di contribuzione. Un piccolo negoziante ha un margine di contribuzione alto, con un costo del lavoro piccolo. Con questo intendo dire che se anche passa da 1000 euro/mese a 600/euro mese sulla commessa precaria, ha guadagnato 400 euro, che nell’economia di un negozio non e’ nulla. Se i clienti hanno il 40% dei soldi e gli cresce il business del 40% (idealmente), con ogni probabilita’  i suoi introiti aumenteranno ben piu’ di 400 euro/mese.

Al contrario, la grande distribuzione e il mondo dei grossisti lavora con basso margine di contribuzione e un certo costo del lavoro, dovuto alle maggiori esigenze logistiche, e alla maggiore dimensione dei punti vendita. Ovviamente, poiche’ tutta l’attenzione e’ spostata sulla razionalizzazione della catena di distribuzione, il costo del lavoro e’ un fattore chiave. Riducendo da 1000 a 600 euro su tutta la filiera la grande distribuzione probabilmente raggiunge un sostanzioso obiettivo economico, difficile da raggiungere con un aumento di fatturato , per via dei bassi margini di contribuzione.(3)

Anche l’immobiliare si divide in due. Da un lato, il settore delle abitazioni ha beneficiato enormemente della possibilita’ delle famiglie di aprire mutui, per cui se i lavoratori diventassero stabili e si potessero nuovamente e facilmente aprire mutui, ne beneficerebbero.

Se parliamo di immobili commerciali e industriali, poiche’ in questo tipo di gestioni in genere si incontra la necessita’ di manutenzione e ristrutturazione, il fatto che la manodopera costi meno “facilita” l fluidita’ di quel mercato. Dunque, anche nell’immobiliare avremo due fazioni.

Chi commercia case gia’ fatte ha tutto l’interesse a spingere i consumi e i redditi, mentre chi costruisce case e immobili per altri usi ha interesse in un calo dei prezzi della manodopera. Ancora una volta due fazioni, le quali faranno pressioni proporzionali alla loro forza materiale, che la storia o il riformismo siano d’accordo o meno.

Allo stesso modo nella PMI , dipende tuto dall’incidenza del costo della manodopera. La PMI che vi fa la cucina su misura ha bisogno di qualch falegname e di un idraulico, e vorrebbe piu’ clienti capaci di pagare un prodotto mediamente costoso (a costo di pagarlo a rate,e  torniamo sempre li’) , mentre l’impresa di pulizie di fatto vende ore-uomo, quindi ha interesse nel ricattare le maestranze.

Potrei continuare con ogni settore, e alla fine otterrei sempre gli stessi risultati: esisteranno aziende piu’ interessate ed aziende meno interessate, piu’ o meno impattate, eccetera. La somma di queste forze produrra’ il risultato politico reale, che esso piaccia ad Hegel, che sia di moda nei salotti che frequenta d’Alema, o meno. Money talks.

Quali soluzioni verranno proposte? Di solito, in assenza di grandi innovatori, si tenta sempre di proporre soluzioni note, e ce ne sono diverse che potrebbero fare al caso nostro.

  • La soluzione in essere tra gli stagionali: preso per la stagione un lavoratore il datore di lavoro deve pagare tutti i contributi dell’anno. Nel mondo degli stagionali e’ un obbligo, e non modifica di molto la tipologia dei contratti perche’ la stagionalita’ e’ una condizione di contorno. Se venisse applicato negli altri settori, il contratto di durata minima sarebbe il piu’ oneroso, e quello di durata maggiore diverrebbe economicamente piu’ conveniente. Una simile soluzione permetterebbe una flessibilita’ costosa contro una stabilita’ meno onerosa.
  • Le gabbie di eta’. Poniamo un limite massimo di eta’ per il lavoro atipico, che sia in concorrenza con un’altra attivita’, diciamo dai 18 anni ai 26. A quel punto, ci sara’ un bacino di 3.200 lavoratori atipici, con un piccolo problema: che possono sempre rimanere a casa coi genitori, o che possono preferire lo studio. Se si vuole attirarli, occorre praticare condizioni migliori. Si tratta cioe’ di agire sull’offerta per influenzare la domanda. Una simile soluzione ha anche il vantaggio di mettere le aziende in competizione con la scuola, costringendole ad offrire formazione per essere competitive.
  • La durata di contratto. Una soluzione intermedia  puo’ essere quella di disciplinare la durata minima dei contratti a scaglioni di eta’, ed e’ quella che sarebbe perfetta per le banche. Stabilire che solo dai 20 ai 30 anni si possano fare contratti dai 3 ai 4 anni, dai 30 ai 40 contratti dai 5-7 (pena pagamento di penali e cauzioni versate all’ INPS ,, anche sotto forma di fidejussioni assicurative) , e oltre i 40 solo contratti dai 10 ai 15, potrebbe essere un compromesso. Darebbe flessibilita’ alle imprese, permetterebbe loro di stabilire cicli di turnover per liberarsi dai dipendenti zavorra, permetterebbe alle banche di avere intervalli di rischio noti, e nelle fascie giovanili metterebbe l’impresa in competizione con la scuola sul terreno della formazione.

Ovviamente non e’ detto che ognuna di queste regole debba essere universale, cosi’ come le leggi sul lavoro per gli stagionali sono valide solo in quei settori. E’ chiaro che si tratta di linee indicative , ma siccome sono cose che vengono gia’ fatte e funzionano, in assenza di qualche riformatore con idee geniali, si tratta delle tre riforme piu’ fattibili.

E questo non risente per nulla della presunta storicita’ o del fatto che sia di moda dire che il lavoro fisso sia morto: occorre semplicemente capire che “stabile” e “fisso” sono cose diverse, e che il risultato della contesa dipendera’ dai fattori materiali, e non dalle parole d’ordine dei salotti dei farlocchi.

Uriel

(1) Faccio presente che “stabile” e “fisso” sono due concetti diversi. Usare contratti quinquennali per le banche sarebbe piu’ che sufficiente, in quanto attutirebbe i rischi almeno per una cert afascia di eta’. L’ideale per le banche sarebbe una durata minima di contratto che parta dai 3-4 anni per i giovani (under 30) , salga attorno ai 5-7 dai 30 ai 40, e si stabilizzi attorno ai 10-15 dopo i 40. Questo attutirebbe il rischio legato ai prestiti, perche’ all’inizio del contratto i prestiti sarebbero “sicuri” per una quantita’ di tempo nota.

(2) Molto banalmente, se stai mettendo da parte i soldi per l’automobile nuova, probabilmente non comprerai un iPhone quest’anno. Idem se vuoi rifare la cucina, o qualsiasi cosa.

(3) Rispetto alla vendita al dettaglio.

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