Auto, banche & co.

Mi e’ stata fatta una domanda nei commenti (anzi, due) che da sole meritano tre post successivi. Il problema e’ che questa crisi e’ stata raccontata dai media, ma non e’ stata spiegata dai media. Con il risultato che si pensa che la crisi dell’auto sia stata prodotta dal debit crunch, anziche’ semplicemente essere stata velocizzata un pochino. Insomma: quanto sta accadendo all’industria dell’automobile sarebbe successo comunque.

Innanzitutto: il credit crunch ha velocizzato la crisi dell’auto perche’ le banche, ovviamente, rifiutano di dare prestiti cosi’ facili a chi vuole comprare un’auto a rate. Specialmente per quanto riguarda il mondo del leasing (professionisti e PMI) e dei cosiddetti “parchi macchine”. Questo, da solo , ha causato un calo di svariati punti percentuali nelle vendite, spinte negli ultimi due anni in alto dal rinnovo dei parchi auto statali e aziendali, dovuto principalmente ai provvedimenti anti-inquinamento. Insomma, si stava giocando di sponda.

Il problema finanziario legato all’auto e’ il suo costo: sul piano della classificazione del debito, si tratta di cifre che paragonate al reddito del compratore richiedono un impegno finanziario che rasenta quello dell’acquisto di beni immobili,  ma non sono beni immobili. Di conseguenza, il credito sull’acquisto di auto e’ concepibile per le utilitarie, ma difficilmente classificabile su automobili piu’ costose: di fatto, e’ quasi un subprime per definizione.

Ovviamente, l’appoggio delle finanziarie delle case automobilistiche e il loro iniziale successo ha spinto questo mercato a crescere: in un giorno di sole, e’ tutto bello. Adesso ci sono giorni di pioggia, e questo meccanismo si e’ rotto. Ma non era essenziale,e sta facendo emergere il nodo del problema: la fine di un ciclo tecnologico.

Mi spiego: negli ultimi anni il mercato delle auto e’ saturo.Esso viene spinto dal ricambio, ricambio spinto anche dalle nuove regole urbane, che richiedono macchine sempre meno inquinanti. Se per il privato e’ solo questione di scegliere i giorni giusti o alternare le targhe, per il parco macchine statale ed aziendale e’ ovviamente una scusa per il rinnovamento. Tantopiu’ che spesso si tratta di leasing.

Questo “volano” ha tenuto in piedi l’industria dell’auto sino alla prima vera richiesta di svolta tecnologica: cioe’ nel momento in cui e’ stato chiaro che il petrolio come fonte non sia piu’ sostenibile, e si parla di “Svolta verde” quasi ovunque.

La domanda e’: alle imprese e’ chiesto di pubblicare le “roadmap”, cioe’ quella che nel gergo del management e’ la “product pipeline”. Una cosa come “tra due anni usciremo coi primi modelli plug-in, fra tre etc etc etc”. Questo fa capire agli investitori che cosa voglia fare l’azienda nel medio e lungo termine, e da qui decidono se investire o meno.

Da un anno si parla di svolta tecnologica, da un anno si parla di abbandonare il petrolio, di etilene, di idrogeno, di ibrido e di elettrico plug-in.  Qualcuno ha visto una casa automobilistica pubblicare una roadmap per la transizione? La risposta e’: no.

Quindi il problema e’: le case automobilistiche , non avendo piani per il futuro che e’ sotto gli occhi di tutti, non riescono a farsi finanziare progetti CHE NON HANNO. L’investitore probabilmente vorrebbe anche buttare soldi sull’azienda che si converte al “green” piu’ in fretta. Il guaio e’ che nessuna casa automobilistica ha annunciato una roadmap, una “product pipeline”(1) di questo tipo. E questo fa si’ che gli investitori ritirino l’investimento.

Adesso arriva la domanda: perche’ il mondo dell’auto non annuncia i propri piani per la transizione? Perche’ nessuna casa arriva e dice “ok, gente. L’anno prossimo usciamo con l’ibrido che gia’ vi fa risparmiare, tra due anni abbiamo le prime plug-in con ricarica a benzina, e dopo andrete tutti con il plug-in a ricarica di etilene”. ?(sto immaginando un piano, non e’ che debba essere una cosa del genere).

Non succede per una ragione di relazioni finanziarie. Vediamo di spiegare. Supponiamo di indicare l’auto con un vettore di affermazioni, cioe’ < richiede ferro, brucia petrolio, e’ alternativa al treno>. Adesso, supponiamo di dover fare un paniere di azioni diversificate, nel quale un titolo ne compensa un altro. Ora, se abbiamo per esempio un portafogli come <industria acciaio, industria petrolio, industria treni> , e’ chiaro che le nostre azioni dell’auto bilanceranno quelle sull’industria dei treni.

Cioe’: se l’industria dei treni va forte, dobbiamo aspettarci che quella dell’auto cali , mentre se tutti vanno in auto dobbiamo aspettarci che i treni vadano giu’. Cosi’, se tutti vanno in auto dobbiamo aspettarci che si consumi benzina, e cosi’ dobbiamo considerare che “industria petrolio” e “industria auto”  mostrino una certa correlazione.

Questi sono solo esempi stupidi, per spiegare una cosa: esiste un insieme di relazioni invisibili, immaginatelo come una matrice che lega tra loro vettori come quelli sopra, che “colloca” le azioni di un comparto sul mercato, in relazione con quelle di altri comparti.

Se noi prendessimo l’industria dell’auto e decidessimo che da domani le auto si fanno col motore in ceramica e la carrozzeria in qualche plastica o lega di alluminio, otterremmo il panico tra le banche: la correlazione positiva che c’e’ tra “auto” e “acciaio” verrebbe a cadere, diventando improvvisamente negativa. Tutti i “panieri” bilanciati, ove si e’ calcolato che l’auto fosse correlata all’acciao e bilanciasse che so io i treni, adesso falliranno nel bilanciare l’auto con l’alluminio.

Cosi’, non e’ cosi’ semplice , in un settore finanziariamente maturo, cambiare completamente i “tensori” che legano un prodotto ad un insieme di azioni correlate. Decine di banche avranno inserito le vostre azioni in una quantita’ incredibile di panieri bilanciati, e il bilanciamento e’ avvenuto sulle stime di correlazione tra le vostre azioni e quelle di altri comparti.

Cosi’, se oggi l’auto e’ <consuma petrolio, richiede acciaio, e’ alternativa al treno> , e vogliamo passare a <consuma alcool, richiede alluminio, e’ integrata col treno> , stiamo chiedendo alle banche di tutto il mondo di modificare i propri panieri. Solo che i panieri spesso sono in mano a finanziarie che lavorano nel mondo pensionistico, e la loro modifica non e’ semplice come si pensi.

In definitiva, quindi, se l’industria dell’auto volesse oggi annunciare una roadmap verso automobili completamente diverse sul piano tecnologico, si troverebbe con una resistenza gigantesca da parte del mondo bancario. Il che significa, in pratica, ciccia.

Esisteva un’escape, che salvava capra e cavoli, ed era l’idrogeno. L’idrogeno, infatti, ha caratteristiche chimiche tali che non puo’ venire usato da solo: poiche’ devasta la struttura molecolare derbatoi di metallo, producendo imbibimento e perdite, esso va miscelato con GPL o con metano, diventando un prodotto che esce dall’industria petrolifera.

In questo modo, cioe’ annunciando una inutile (sul piano ambientale)(2) transizione all’idrogeno, si pensava di salvare capra e cavoli. Siccome la magagna si e’ scoperta in fretta, e all’idrogeno come combustibile per auto oggi ci credono in pochi , adesso l’industria dell’auto si trova a dover annunciare una svolta che ne cambia i connotati finanziari.

Passare da <richiede petrolio, richiede acciaio, e’ antagonista al treno> ad un modello <richiede alcool, richiede alluminio, e’ integrata col treno>, se non addirittura ad un modello <richiede alcool, abbassa consumi petrolio, richiede alluminio, abbassa consumi di acciaio, e’ integrata col treno, aumenta uso del treno) significa che tutti i panieri che contengono l’industria dell’auto cambiano di valore e di rischio, improvvisamente.

E’ ovvio che tutte le banche e tutta la finanza si opporranno, o in alternativa abbandoneranno le azioni dell’ auto per ricollocarle in panieri diversi. Questo pero’ non sarebbe immediato: supponiamo che alcune aziende dicano di credere nel plug-in , diciamo finanziariamente <richiede energia elettrica, richiede rame, si integra con la rete elettrica> e altre propongano al cliente una soluzione di tipo biomassa (diciamo colza) <richiede stocking , richiede distillazione, si integra con l’agricoltura> : in questo caso le banche aspetterebbero a collocare le azioni nei panieri, aspettando ci avere un modello, e queste azioni verrebbero, per il momento, considerate “venture capital”, cioe’ investimenti ad alto rischio che devono essere ricompensati da un alto guadagno, impensabile da un mercato comunque maturo come quello dell’auto.

In altre parole, l’industria dell’auto si trova infognata in una palude finanziaria: da un lato per stravolgere la propria tecnologia deve mettersi contro tutte le banche che hanno sistemato azioni nei panieri, col risultato di un crollo in borsa.

Se non annuncia nessuna novita’, nessun nuovo investitore ci buttera’ soldi perche’ non c’e’ motivo di farlo, non avendo nessuna idea delle intenzioni future delle aziende.

Se annuncia una roadmap, inoltre, finche’ il mercato non sara’ stabile i nuovi investitori chiederanno rese molto alte, che e’ difficile garantire.

In queste condizioni l’industria dell’auto potrebbe solo procedere con soldi propri.

Che non ha.

Ma questo e’ un problema legato al fatto che un settore finanziariamente adulto debba cambiare radicalmente, ed e’ un problema che incontra OGNI settore adulto che vuole cambiare radicalmente.

O credete che sia cosi’ difficile fare un motore ad alcool?

Uriel

(1) Nello stravagante gergo dei manager, il “portfolio” di prodotti si divide in “offerta” , cioe’ i prodotti gia’ in vendita, e “pipeline”, i prodotti (e servizi) che si stanno studiando ma andranno sul mercato tra qualche tempo. La pubblicazione della “product pipeline” e’ quelloche si chiama “roadmap”, cioe’ la pubblicazione della futura strategia dei prodotti, di fronte agli azionisti o al pubblico.

(2) Se l’idrogeno bruciasse da solo, in ambiente stagno, con ossigeno, sarebbe una combustione pulita. Siccome si userebbe l’atmosfera terrestre, che contiene azoto ed altro, esso produce quantita’ di NOx e di HNOx impressionanti. Inoltre, il vapore acqueo e’ un gas serra peggiore rispetto al biossido di carbonio, col risultato che non avrebbe affatto aiutato l’ambiente.

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