Abolite il Nobel per l’ economia, pls.

Sono riuscito a scaricare il paper del Nobel per l’economia, e onestamente la prima cosa che mi e’ venuta da dire e’ la solita “piovono assiomi”. E’ gia’ la seconda volta che applicando le teorie di qualche Nobel per l’economia si producono catastrofici crolli.

Ora, al di la’ delle interpretazioni riassuntive, ci sono effettivamente nel lavoro di Krugman degli assiomi piovuti dal cielo. Si tratta delle solite letture della realta’ “dalla finestra panoramica della mia banca”.Punto primo: Krugman parte dal principio che “la produzione su scala sia piu’ conveniente”. Anche quando si sforza di formalizzare questo assioma, continua a voler definire qualcosa partendo da funzioni proposizionali, che possono essere vere o meno. Forse gli economisti accettano delle cose del genere. Io, “sia X appartenente ad R” lo accetto, “SE X appartiene ad R” in una definizione NON lo accetto. Saro’ strano io.

Allora: che cos’e’ “produzione su scala”? Quando produciamo “su scala”? Anzi, no: a quali produzioni ci riferiamo? Perche’ se parliamo di industria pesante e di alcuni settori del manufatturiero ci siamo. Fuori non ci siamo affatto. Dunque?

Sia chiaro: non ce l’ho con gli assiomi che vengono da fuori. La meccanica razionale accetta per buoni gli assiomi della fisica. Pero’ dietro c’e’ il fatto che i fisici MISURANO le cose, prima di spacciartele come assioma.

Dove ha misurato Krugman che “la produzione su scala e’ piu’ conveniente”? Su che scala? Su che produzione?

La verita’ e’ che Krugman voleva dire “negli ultimi 100 anni, per quanto riguarda il manufacturing statunitense (1), l’industria pesante ha trovato vantaggio nella produzione su scala”.

Potrei introdurre una quantita’ enorme di eccezioni di tipo economico a questa affermazione. La dimensione del mercato, per esempio: Ferrari non ha lo stesso guadagno di Renault , nel produrre su scala.

Potrei introdurre l’eccezione della durata temporale del mercato: se ad apple si chiedesse di stampare 800 milioni di iPod, il costo per iPod sarebbe inferiore. Ma per mettere in piedi la produzione occorrono 3 anni.  Ma fra 3 anni l’ iPod sara’ forse obsoleto ed il rischio e’ troppo.

In pratica, sarebbe oggetto di tesi gia’ stabilire se, quando e come l’economia di scala sia vantaggiosa.  E specialmente, DOVE: il modello italiano si basa su PMI, ed e’ abbastanza vincente.

Evidentemente c’e’ (luogo per luogo e situazione per situazione) una scala “ideale” delle aziende, dovuta a limiti di risorse, sia umane che materiali.

Ma lui, no. Siccome le aziende che vede dalla finestra del suo ufficio hanno trovato vantaggio nella produzione su scala, allora “la produzione su scala e’ vantaggiosa”.

Il secondo assioma piovuto dal cielo nel lavoro di Krugman e’ quello secondo il quale “nelle citta’ il livello di servizi e’ piu’ alto”.

Bene: innanzitutto l’affermazione e’ piuttosto generale  , ed in generale e’ sbagliata. Ci sono grandi citta’ ove il livello di servizi e’ piu’ basso di molti paesoni.

Ma dobbiamo fare un passo indietro, perche’ se leggiamo i dati sulla densita’ della popolazione, l’ Olanda come nazione ha una densita’ della popolazione superiore a quella dell’area urbana di Roma.

Dunque, delle due l’ una: o Roma non e’ una citta’, o tutta l’ Olanda e’ una citta’. Si tratta di un quesito che i geografi prendono molto seriamente, in quanto si sforzano di proporre dei modelli di sviluppo urbano.

A seconda del modello di sviluppo urbano (che sarebbe oggetto di tesi molto, molto, molto piu’ approfondite) , l’affermazione secondo la quale il livello di servizi sia piu’ elevato in citta’ e’ sempre vera (o quasi) negli Stati Uniti d’America. Ci sono piccole citta’ svedesi che hanno livelli di servizi piu’ elevati rispetto a quelli che puoi trovare a Dallas, per dire.

Dunque?

Dunque si prendono degli assunti che da soli meriterebbero una vita di studi, li si riassume e li si banalizza oltre ogni limite, e si pretende di dimostrare che la globalizzazione produrra’ (su scala mondiale) urbanizzazione spinta E oligopolio da parte dei produttori su scala.

Dico, siamo impazziti?

Soltanto definire “urbanizzazione” ha richiesto decenni di studi, e tutti i geografi sono concordi nel dire che le condizioni economiche (molto piu’ ampie della semplice “produzione” che e’ una parte dell’economia) sono necessarie ma non sufficienti, in quanto pesano questioni orografiche, demografiche, storiche e culturali.

Arriva il genio imparato e ci spiega che con la sua teoria vede un mondo urbanizzato e industrializzato per la produzione su scala, nonostante entrambe le affermazioni contraddicano o perlomeno dovrebbero tener conto di decenni di studi in altre discipline.

Tutto questo di per se’ non e’ un dramma: il Nobel ha premiato Arafat come “uomo della pace” e Dario Fo come “letteratura”, figuriamoci se un pamphlet ottocentesco non ci puo’ stare.

Il problema e’ che un alto riconoscimento produce una moda. E specialmente, deresponsabilizza. Se viene dato il premio Nobel ad un tizio che dice “produrre su scala e’ bello” e “vicino alle citta’ e’ piu’ bello”, qualcuno in sede di rating potrebbe dire “ehi, adottiamo questi criteri, lo ha detto un Nobel”. Cosi’ come il magnifico “metodo infallibile per trasformare il rischio in valore” usato per la crisi dei subprime fu premiato col Nobel negli anni ’80.

Cosi’, chi usasse questo criterio, come potrebbe sentirsi responsabile se ha fatto “quello che diceva il Nobel per l’economia tal dei tali”?

Gli effetti di un’ideologia ottocentesca come quella di Krugman applicata al rating sono devastanti. Premiano ovviamente gli USA, in quanto il lavoro fatto sembra descrivere l’economia statunitense. Premia la Cina, in quanto ha scelto un modello “americano” di sviluppo urbano e industriale. Taglia fuori tutti gli altri.

Le nostre PMI, per esempio, si sentirebbero abbassare il rating perche’ non sono abbastanza vicine ad una citta’ e non producono su scala abbastanza grande.

Tutto il triangolo dei paesi Bassi si vedrebbe considerare come inaffidabile. Il Regno Unito si ridurrebbe alla sola Londra.

Ripeto: il lavoro potrebbe avere un grosso valore se si proponesse di descrivere l’andamento statunitense della grande industria dell’ultimo secolo. Niente da premiare con un Nobel (roba trita e ritrita, dopotutto) ma almeno avrebbe un senso rispetto al contesto ed alle premesse.

Fatto cosi’, non solo dice delle solenni falsita’ appena si esce da alcune aree del mondo, ma se venisse adottato come “cultura del rating” produrrebbe disastri, impoverendo chiunque tranne poche nazioni Tier-1.

I casi sono due: o gli economisti si dotano di un sistema di misure col quale pesare le proprie affermazioni ed i propri assiomi, sistema dimisura nel senso che i fisici danno al termine (compreso il teorema dimensionale Pi di Vaschy e Buckingham) , oppure si rassegnano ad uscire dal campo delle scienze: dare un crisma di verita’ importante come il Nobel ad una disciplina che sta  alla scienza come l’alchimia stava alla chimica mi sembra pericolosissimo.

E mi sembra che abbiamo gia’ dato.

Uriel

(1) Che e’ gia’ falsante, perche’ gli USA comprano tantissimo all’estero.

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