Preparazione.

La domanda che mi pongo oggi è semplice: se si vuole che una popolazione accetti l’inaccettabile, è possibile “prepararla” con anni di anticipo, così che, quando il male arriva davvero, non ci siano proteste né un rifiuto viscerale? Non parlo di imitare la Missionaria Protectiva di Dune, ma di diffondere un concetto come se fosse normale molto prima che lo diventi, in modo che, quando quel concetto si fa realtà, tutti lo trovino ovvio.

Il dubbio mi è venuto leggendo questo.

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Queste parole mi hanno fatto pensare a ciò che succede quando andate a fare la spesa negli Stati Uniti.

Lì, a seconda della classe sociale e del portafoglio, esistono due tipi di alimentazione.

  • Se siete ricchi, mangerete quello che noi chiamiamo cibo.
  • Se siete poveri, avete due possibilità: rovistare in un cassonetto dell’immondizia o rovistare negli scaffali di un supermercato.La qualità è più o meno la stessa.

Il pane è un esempio perfetto. Anzitutto, se cercate del pane troverete quello che da noi si chiama pancarré, il pane da toast. Solo che quello americano ha lo zucchero tra gli ingredienti principali: nel Wonder Bread, il marchio più classico, viene subito dopo farina e acqua, e ogni fetta ne porta circa due grammi e mezzo, tutti aggiunti. Le varianti “honey wheat” e simili arrivano a tre o quattro grammi per fetta. E non è solo una questione di zucchero: in etichetta trovate una lunga lista di “dough conditioners”, emulsionanti e agenti ossidanti come il DATEM o il perossido di calcio, che servono a rendere l’impasto morbido, gonfio e a lunga conservazione. Non è solo ultraprocessato: è un prodotto di chimica industriale.

Non è un’esagerazione da europeo snob. Nel 2020 la Corte Suprema irlandese ha stabilito che il pane di Subway, ai fini fiscali, non è pane: la legge irlandese considera “pane” solo un prodotto in cui zucchero, grassi e miglioratori non superano il 2% del peso della farina, mentre in quello di Subway lo zucchero da solo arriva al 10%. Per i giudici, più vicino a un dolce che a un alimento di base.

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Troverete anche strani mattoni di una sostanza spugnosa, priva dell’odore del pane, come questi:

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Immagino che dal punto di vista chimico sia ancora “pane”, ma il punto è che, se ce lo mettessero in tavola, NON lo riconosceremmo come tale.

Girando per l’Europa, ho trovato invece una cultura del pane solidissima: in Francia, in Germania, in Italia, in Irlanda. Che entriate da un fornaio o in un supermercato, in genere sarete serviti bene. Il pane sarà chiaramente pane, riconoscibile al primo sguardo. E le varietà sono così tante da far paura. Da quel momento va a gusti.


Ma torniamo alla domanda iniziale. Supponete di essere una di quelle multinazionali del pane che producono a camionate e guadagnano due volte: sulla chimica e sulle economie di scala. Negli Stati Uniti funziona, perché lì nessuno sa più cosa sia il pane. Poi sbarcate in Europa e scoprite che ogni cento chilometri cambia la definizione stessa di pane, che lo si produce in piccole quantità, che ogni zona ha il suo e che, il più delle volte, è fatto in modo artigianale. Niente “one size fits all”. E siccome il vostro prodotto medio è così scadente che qui nessuno lo considererebbe nemmeno pane, faticate a entrare in quei mercati.

Potreste tentare un’operazione culturale. Convincere la gente che l’alimento che chiama “pane” sia in realtà un lusso, e suggerire agli artigiani che sarebbe moralmente accettabile portarlo a dieci euro al chilo. A quel punto, cominciando dai più poveri, la gente inizierebbe a ingurgitare il vostro prodotto spugnoso. Basta convincere i fornai ad alzare il prezzo, tutti insieme.

E non è nemmeno fantascienza. In Italia il prezzo del pane è libero dal 2006, e le differenze sono già enormi: si va da poco più di 2 euro al chilo a Napoli a oltre 6 a Bolzano, e in panetteria si paga in media più di un terzo in più che al supermercato. La strada, insomma, è già tracciata.

A parte la necessità oggettiva di punire duramente Bersani per la sua liberalizzazione dei panifici (nel 2006 il suo decreto ha abolito la legge del 1956 che contingentava licenze e quantità prodotte, e avrebbe dovuto far scendere i prezzi grazie alla concorrenza: già l’anno dopo, invece, il pane era rincarato), il problema qui è un altro: l’operazione, confusa nel caos dell’inflazione, potrebbe proseguire indisturbata.

I prezzi del cibo continuano a salire. Secondo i dati Istat rielaborati da Assoutenti, tra ottobre 2021 e ottobre 2025 cibi e bevande sono rincarati di quasi il 25%, mentre le vendite alimentari sono calate in volume del 7,8%: si spende di più per riempire meno il carrello. Nel 2025 quasi una famiglia su tre ha tagliato sul cibo, riducendone la quantità o la qualità, e nello stesso periodo le vendite dei discount sono cresciute del 24,3%. E la tendenza non accenna a fermarsi: a settembre 2026 gli alimentari freschi correvano al +5,5% annuo, mentre i prezzi dei prodotti lavorati scendevano.

È esattamente la forbice che serve: il cibo vero diventa caro, quello immondizia resta accessibile. Ed è così che le famiglie scivolano verso il trash food, riempiendo il carrello di prelavorati, ultraprocessati e tante altre cose che non si qualificano come cibo.

Non è un dettaglio da poco, perché in Italia l’obesità colpisce soprattutto chi ha meno soldi: secondo l’Istat è tre volte più frequente nei gruppi sociali svantaggiati, e nel frattempo è cresciuta, dal 9,8% degli adulti nel 2015 all’11,6% nel 2025. Tra le donne sotto i 34 anni è aumentata del 75% in dieci anni.

Spingere i più poveri verso il cibo industriale significa spingerli esattamente dove la bilancia pende già.


Del resto, l’operazione è in corso da tempo. A forza di versare epica a buon mercato nelle trasmissioni televisive di “cucina”, siamo arrivati a sopravvalutare piatti che un tempo erano considerati popolari. Per la generazione X, se i genitori erano fuori casa, trovavi un post-it sul tavolo: “La roba è in frigo, fatti una carbonara e poi lava i piatti”. Oggi, a quanto pare, per fare una carbonara decente servono tre stelle Michelin.

E il conto segue l’epica. A Roma, nei ristoranti del centro, un piatto di carbonara o di amatriciana costa già fra i 12 e i 14 euro. Alla vigilia del Giubileo, un’associazione di consumatori è arrivata a proporre un “Patto della carbonara” per impedire che salisse ancora. Parliamo del piatto del post-it, quello che i ragazzini si cucinavano da soli con quel che c’era in frigo.

Poi ci sono le etichette. La sopravvalutazione di qualsiasi cosa sia cibo passa da lì: basta appiccicarci sopra un’etichetta del cazzo. Io ho trovato del prosciutto cotto “senza glutine”, ma è solo la punta dell’iceberg. C’è il tè “senza glutine”, che di glutine non ne ha mai visto, perché non contiene cereali. Ci sono le uova di Pasqua di cioccolato “senza olio di palma”, come se il cioccolato ne avesse mai avuto bisogno. Per anni abbiamo comprato succhi di frutta “senza zuccheri aggiunti”, finché l’Unione Europea non ha vietato del tutto l’aggiunta di zucchero ai succhi, e con essa la possibilità di vantarsene in etichetta.

Non è folklore, è un mercato. Già qualche anno fa l’Osservatorio Immagino aveva contato, su 36.000 prodotti in vendita nei supermercati italiani, oltre 6.700 confezioni che si dichiaravano “senza” qualcosa o “a basso contenuto” di qualcosa: prodotti che pesavano per il 28,4% del fatturato alimentare. E la sola scritta “senza olio di palma”, secondo Il Salvagente, fa vendere quasi il 20% in più. Non per nulla, Rocco Siffredi se lo e’ tatuato sulla minchia. E ne vende un sacco.

Il risultato è che ogni cosa commestibile è diventata una specialità, una Delikatessen, una raffinatezza per palati fini. E ovviamente il prezzo è salito.

E guarda caso, proprio sotto quelle soglie di prezzo sono arrivati i soliti cibi superlavorati, ultraprocessati: il trash food.

E non è un’impressione. Secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità, in quindici anni la quota di calorie che gli italiani assumono da cibi ultraprocessati è quasi raddoppiata, arrivando a circa un quarto del totale, trainata da bibite zuccherate, merendine e snack. E secondo un’elaborazione del Codacons su dati Istat, tra il 2015 e il 2025 la spesa delle famiglie per piatti pronti è più che triplicata: +254%, contro il +14% del pane.


La mia sensazione è che il Big Food stia dando l’assalto all’alimentazione comune. L’obiettivo è distruggere la varietà e l’abitudine a produrre e mangiare cibo locale, fino a ottenere una situazione all’americana: i poveri si ammalano e ingrassano, mentre i ricchi possono permettersi non un “cibo speciale”, ma semplicemente cibo. Solo che a quel punto il cibo è diventato un’esclusiva di pochi, cioè un lusso.

Negli Stati Uniti questo scenario è già realtà, anche se in modo meno netto di quanto si creda. Tra il 2017 e il 2020 era obeso il 41,9% degli adulti americani: lì l’obesità non è più un fenomeno di classe, è la normalità. Ma è sui più poveri che si accanisce di più. Già nel periodo 2011-2014, tra le donne l’obesità scendeva dal 45,2% nelle famiglie a reddito più basso al 29,7% in quelle più ricche. L’obesità grave è più rara nelle famiglie benestanti, e il diabete cala con il crescere del reddito. In altre parole: in America ingrassano quasi tutti, ma ad ammalarsi sul serio sono soprattutto i poveri.

Per questo, quando vedo lo “chef” di turno (perché “cuoco”, francamente, non se lo merita) andare in giro a sostenere che il pane dovrebbe costare molto di più, ho la sensazione di assistere proprio a uno di questi metodi: un lento lavoro sulla cultura del cibo, per portarci dritti a una situazione “americana”.

E allora, caro Marino, torna al tuo hamburger e lasciaci in pace.

Qui il pane è un alimento di base.

Punto.