Sono molto diffidente della formula rituale con cui da mesi si pretende di spiegare e risolvere la sconfitta del centrosinistra italiano e le sue difficoltà

 Sono molto diffidente della formula rituale con cui da mesi si pretende di spiegare e risolvere la sconfitta del centrosinistra italiano e le sue difficoltà: “bisogna saper conoscere il paese  

(…) Penso insomma che una vera buona politica deve educare noialtri e il paese, mentre quella italiana recente lo ha maleducato incentivando comportamenti e pensieri che una volta erano almeno sanciti come sbagliati. Sul territorio bisogna starci per capire come migliorarlo, non come accontentarlo.
(…)

Il vero problema, mi pare, è che conoscere il male non è più la condizione per combatterlo. In parole semplici, non abbiamo più né il coraggio né la forza di chiederci se le cose, così come sono, potrebbero cambiare, o avrebbero potuto andare diversamente. Stiamo diventando, tutti, meri registratori di una realtà a volte passabile, a volte orrenda, che comunque sovrasta la nostra speranza di mutamento, ed è già tanto se ci concede ancora libertà di giudizio e di critica. La rassegnazione (e la fuga…) sono i sentimenti dominanti di fronte a meccanismi sociali che, per la prima volta da quando siamo al mondo, ci paiono così potenti da essere immodificabili. Traducendo in politica, la frustrazione della sinistra è molto di più di una somma di sconfitte: è il timore che il campionato sia finito.

Wittgenstein

(via unlitrodimista)

“Wittgenstein” analizza male il problema: l’origine di tutto e’ la sopravvalutazione del termine “tutti”. Chi ha fatto una tesi di laurea sa che “tutti” non e’ una fonte. Chi ha studiato filosofia sa che “lo fanno tutti” non e’ un passaggio conclusivo in un confronto. Invece in Italia si e’ esteso il concetto di “tutti” , portandolo a livello televisivo. L’italiano e’ convinto di “appartenere alla media” nel senso che ogni altro italiano sia esattamente come lui. Dal momento che, ovviamente, “tutti” fanno cosi’, e “tutti” dicono cosi’, la classe politica non puo’ che ascoltare questo ente, “tutti”, e mettersi al suo servizio. Sempre piu’ spesso ci si trova a contestare delle emerite baggianate e sentirsi rispondere che le cose stanno cosi’ perche’ “lo fanno tutti” o perche’ “lo dicono tutti”, e il discorso finisce li’.
Il primo nemico da affrontare, quindi, e’ questo totem , questo moloch chiamato “tutti”, che nei casi particolari coincide semplicemente con le 45 persone che il nostro interlocutore frequenta durante l’anno. Delle quali una e’ un coniuge, due-quattro sono parenti e il resto si divide tra colleghi e vicini, per un raggio complessivo di 30 km di spazio. Tutto, cioe’, tranne cio’ che pretendono di essere: “tutti”.

La democrazia si e’ semplicemente trasformata nella tirannia della volonta’ (e della cultura) di questo ente, “tutti”, che coincide semplicemente coi 4 gatti che ognuno frequenta uniti ai 5 gatti che si vedono in TV. Siamo in una tutticrazia. E’ ora di smantellare definitivamente il concetto di “tutti”, facendo notare alla gente il numero minuscolo di persone con le quali parlano, la dimensione minuscola del paesello ove vivono, il fatto che dopo i 30 anni il 95% dei loro amici siano dei colleghi di lavoro. Bisogna ridimensionare il concetto di “tutti”. E far capire che “tutti” non e’ proprio nessuno.

Perche’ alla fine, “il paese”, “la societa’”, e tutte le altre cose che si dovrebbero capire non sono altro che un sinonimo di questo “tutti”: ente provincialissimo, limitato nel tempo e nello spazio, di nessuna rilevanza storica. “tutti” non e’ altro che “il mio piccolo villaggio”. Ogni suo sinonimo, “paese” o “societa’”, non e’ altro che la sopravvalutazione del piccolo villaggio, del piccolo clan, del branco: la pretesa che le persone che io conosco e frequento siano la rappresentazione di tutta la societa’, ovvero che l’intero paese sia identico al mio villaggio, che tutta la societa’ sia identica al mio clan, che tutti i gruppi siano uguali al mio branco, fino alla pretesa che tutta l’economia funzioni come la mia azienda e che il mondo del lavoro coincida con cio’ che si fa nel mio ufficio.

FInche’ lascieremo in vita questo dio, “tutti”, sara’ possibile per un politico dire la peggiore delle porcherie che ha sentito dai suoi amici, e giustificarsi sostenendo “io ho solo detto quello che pensano tutti”. Amen.

Uccidi il dio “tutti”, perche’ il suo solo punto di forza e’ quello di essere fatto a somiglianza dei credenti, e questo e’ anche il piu’ terribile dei suoi difetti.

Uriel

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