Ancora sul framing della finanza.

Ancora sul framing della finanza.

Prima di cominciare il post, un avviso: a quanto pare l’istanza mastodon.bida.im ha defederato la mia istanza, quindi chi mi seguiva da li’ dovra’ scegliersi un’altra istanza. Ho semplicemente constatato che, questa notte, tutti i followers di questa istanza mi avevano defollowato (che e’ statisticamente impossibile), e che alcuni mi avevano contattato da altre istanze dicendo di essere dispiaciuti (quindi non mi hanno tolto il follow di propria mano). La deduzione e’ ovvia.

Quindi no: non sono stato io a bannarvi, e’ stata l’istanza del fronte popolare della Giudea Bida. Per chi non ha capito il riferimento. Se volete seguirmi di nuovo dovrete farlo da un’istanza diversa. Il bello del fediverso e’ che ogni sysop fa le sue scelte, il bello ancora piu’ bello e’ che ci sono molti sysop. Non ci perdero’ altro tempo: per risparmiare banda ho ricambiato il blocco, e via.

Detto questo, possiamo andare a vedere un altro problema della stampa tradizionale, cioe’ la contestualizzazione interna. Cosa significa?

Non so se ci avete fatto caso, ma negli ultimi anni in Italia tutto ruota attorno al bilancio. Si parla di investimenti soltanto come evento eccezionale, cioe’ come strumento “per uscire dalle crisi”, o come “recovery”, ma non se ne parla come un processo continuo che porta a costruire nuove cose.

Gli investimenti, cioe’, sembrano essere qualcosa di virtuoso, che fanno gli intelligenti che vedono lontano, ma non l’ordinaria amministrazione di qualsiasi azienda.

Non ci vuole molto a capire che questo discorso e’ vero se siete una finanziaria. Se gestite una finanziaria l’investimento e’ fatto in termini finanziari, senza costruire nulla, ed e’ qualcosa da cui si esce quando si e’ rientrati.

Se invece siete un’industria, l’investimento serve a costruire un’infrastruttura che si’, prima o poi rientrera’ dei costi, ma non c’e’ “uscita”, al massimo ci sara’ il prossimo investimento per ammodernare. E’ quindi un processo continuo, dal quale NON si “esce”.

Allo stesso modo, l’investimento in finanza puo’ avvenire , ed e’ limitato dal rischio , ma puo’ anche non avvenire o avvenire senza rischio, come fanno i fondi pensionistici , e quindi e’ molto diverso da quello che fa l’industria, che deve tenersi aggiornata, deve immaginare un futuro (e si becca il rischio in ogni caso, anche a non far nulla).

Quando si parla di politica sulla stampa italiana, tuttavia, si discute di investimenti solo dalla prospettiva che e’ tipica del mondo della finanza. Gli investimenti vengono infatti definiti come:

  1. investimenti privati
  2. investimenti straordinari, cioe’ “recovery fund”, “uscire dalla crisi”, cioe’ come reazione.
  3. operazioni che servono a risparmiare ulteriori spese.
  4. investimenti nel senso keynesiano, a prescindere dall’output.

ma non vengono praticamente MAI menzionati investimenti nella prospettiva dell’output vero e proprio: se un’azienda che fa automobili investe nell’elettrico, non e’ per far quadrare i conti in futuro (che e’ bene) ma e’ per produrre automobili.

Al contrario, sui giornali italiani l’investimento (o una ipotetica politica di investimenti del governo) vengono sempre dipinte come investimenti “per ottenere quale bilancio”. Ci sono investimenti fatti per alzare il PIL, investimenti fatti per aumentare l’occupazione, investimenti fatti per risparmiare i soldi delle catastrofi climatiche.

Ma di investimenti “per produrre qualcosa” non ne vedete mai. Non ne vedrete mai perche’ questo genere di investimento e’ tipico delle industrie o del mondo dei servizi, ma non e’ quello che fanno i finanzieri: per i finanzieri esiste un solo investimento, cioe’ quello ove ricevo ancora piu’ soldi.

Per l’industria invece conta anche il valore dell’industria stessa, cioe’ quanto sono buoni i prodotti che fanno, quanto saranno buoni, quanta ricerca fanno, quanti mercati aprono. Per il finanziere no: non ha inrastruttura, non fa prodotti, non fa ricerca , non apre mercati. Butta soldi in una scatola magica e si aspetta che domani dentro la scatola ce ne siano di piu’.

Ed e’ questo l’approccio che leggete sui giornali: se si dice che con il Recovery fund bisogna investire nei trasporti pubblici su rotaia, si calcola quanto sara’ il rientro economico, si calcola quanti passeggeri (perche’ e’ un’indagine di mercato facile), ma nessuno calcolera’ quali merci si vorranno trasportare, dove, per chi.

E allo stesso modo, si dice di investire sulla rotaia ma non si dice “costruiamo un’industria ferroviaria’”, o “potenziamo l’industria ferroviaria”. Questo avrebbe un rientro molto lontano, e una volta costruita un’industria poi va mandata avanti. Non se ne “esce”. Meglio pensare ad un investimento dove io butto soldi in un’azienda di treni e poi ne ottengo di piu’: che poi questo si ottenga a spese dei dipendenti, o subappaltando ad aziende straniere, non importa.

Perche’ tutta la comunicazione giornalistica e’ cosi’? Beh, semplice: perche’ non ci sono giornali posseduti da industriali. Tutto il settore della stampa italiana e’ nelle mani di finanzieri. E anche il governo ha festeggiato un finanziere come presidente del consiglio (chissa’ come mai tra i “competenti” non ci sono mai degli industriali veri, eh?).

il risultato di tutto questo e’: voi vedete il mondo come finanzieri. E se provate a chiedervi “cosa produce” questo investimento, vi sentite rispondere “risparmio” oppure “reddito”.

Ma se io avessi chiesto ad Enrico Mattei cosa produceva ENI, la risposta sarebbe stata “prodotti chimici”. Se lo avessi chiesto ad Agnelli mi avrebbe detto “veicoli”. Se avessi chiesto ad Olivetti mi avrebbe detto “macchine per ufficio”. Se lo chiedo a Cooks mi risponde “telefoni, computer, elettronica di consumo, musica”.

Mattei, cioe’, usava i soldi per produrre prodotti chimici. Che ENI fosse in guadagno era una conseguenza del fatto che era ben amministrata. Ma Mattei investiva per produrre prodotti chimici. Non “risparmio” (che pure c’era, producendo chimica in casa), non “reddito” (che pure ha prodotto), non “posti di lavoro”, (che pure ha prodotto), e non “crescita”, (che pure ha prodotto).

Ma oggi vi stanno facendo pensare da finanzieri. Vi faccio un esempio: ci sono 23 miliardi da investire nel sistema sanitario, sembra. Bene. Come investiamo? Mi direte “sanita’ sul territorio”, mi direte “smantelliamo il sistema semiprivato”. Aha. Ma questa e’ solo riorganizzazione.

Ma cosa vogliamo che produca la sanita’? Uhm….. vediamo…

… che ne dite di produrre vaccini? Non sembra una cattiva idea, vero? O intendiamo ancora sperare che passi la befana e ti inventi il vaccino nazionale al prossimo covid?

Ma questo e’ pensare da industriali: “cosa vogliamo produrre?”.

Ma il mondo si e’ finanziarizzato, e quando si parla di “come investire in sanita’ 23 miliardi” , si discute di “risparmi”, di “assunzioni”, di “costo della pandemia contro costo di prevenzione”, e di tutto quanto. Ma non di produrre le terapie e le medicine che servono.

Questa mentalita’ diffusa e’ dovuta alla proprieta’ dei giornali, che sono (a parte pochi editori puri) tutti di proprieta’ di fondi finanziari.

il finanziere e’ il peggior tipo di imprenditore possibile. Non costruisce infrastruttura, non produce nulla, e’ incompetente , e nel caso migliore rende piu’ ricche persone gia’ ricche. E come se non bastasse, sul piano etico e’ un maiale senza coscienza.

Dare la stampa nelle mani di una tale genia di subumani e’ stato un errore, e ne vediamo gli effetti. Tutti stanno ragionando da finanzieri. Tutti stanno dicendo “se investiamo 209 miliardi nel recovery fund, allora poi il PIL sale, il debito scende, gli interessi di qui e lo spread di li’”. Ma questa non e’ economia. E’ solo finanza.

E Draghi non e’ diverso: anche lui viene dal mondo ove la stella nel cielo non e’ il prodotto, ma il bilancio. Per Draghi non ha senso un’azienda che investe per cinque anni allo scopo di passare da endotermico al motore elettrico, se per quegli anni i bilanci sono cattivi. E’ meglio pagare dividendi , chiudere le parti che fanno motori a scoppio e poi comprare da qualche parte del mondo le azioni di Tesla. Questo e’, per un finanziere, fare auto elettriche: comprare azioni di chi le fa. Ma non “farle”.

Se volete mettere in difficolta’ un fan di Draghi, quindi, uno che straparla di economia e finanza da mane a sera, fategli la seguente domanda:

ok, investiamo 209 miliardi. Quali prodotti e servizi produciamo, e su quali mercati li vendiamo, di preciso?

La risposta vi dira’ tutto.

Vi diranno che sono si’ investimenti, ma non servono a produrre qualcosa.

Ovvero, se ragionate come industriali, sono soldi buttati nel cesso. Adesso la vostra domanda sara’ “ma e’ meglio ragionare da industriali o da finanzieri”. Mettiamola cosi’: da quando la finanza prevale sull’industria, 10 persone possiedono meta’ della ricchezza del mondo, gli ascensori sociali sono fermi, l’occupazione e’ in crollo.

Vedete voi.

Commenti

  1. epif.gilardi

    Con il Governo Draghi sembrano esserci tutte le premesse per la scomparsa definitiva dell’industria in Italia. La mentalità finanziaria è stata interiorizzata, e la produzione di beni e servizi è disprezzata. E no, in tempo di pandemie non ha senso pensare di implementare ancora il turismo.

  2. casalvento

    Lettura interessante. La finanza sembra sempre più puro gioco d’azzardo, che porta ricchezza solo ai giocatori. Capisco lo speculatore privato, ma non capisco la finanza pubblica che obiettivi abbia, se ne ha. Inoltre la cultura della sinistra, ostile alla attitudine imprenditoriale, costituisce un ulteriore fattore distruttivo dell’homo faber.

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