Una mattina, mi son svegliato.

Il brutto dell’autoanalisi e’ che non finisce mai. E’ come se si creasse un task permanente nel cervello, il quale task lavora in background e continua a sfornare comprensione sul proprio io. Il problema e’ che questo accade senza che sia richiesto.

Dunque, stanotte il task mi ha fatto sognare la mattina nella quale mi sono svegliato. Dunque, immaginate di vivere in un mondo fatto di allucinazioni e realta’. Se le allucinazioni sono ben condivise a livello sociale, esse entreranno a far parte dell’educazione.

E se siete stati educati a pensare che qualcosa esista, vi comporterete esattamente come se esistesse. E poiche’ anche gli altri si comportano come se esistesse, avrete l’impressione di trovarvi di fronte alle conseguenze fisiche dell’esistenza delle allucinazioni.

Voglio dire che se vedete un castello in aria sarete portati a pensare che non esista. Se pero’ un vostro amico paga l’affitto perche’ e’ convinto di abitarci ed il postino gira con una scala perche’ e’ convinto di doverci consegnare le lettere, avrete l’impressione che esista sul serio.

Ovviamente non e’ vero, e l’unico modo per testare la cosa e’ di lanciare un oggetto (qualcosa, cioe’, privo di opinioni) e verificare se effettivamente vi sia qualcosa di solido in quel punto: verificare l’esistenza di qualcosa che esiste solo in virtu’ delle opinioni altrui e’ inutile ,se si rischia che le opinioni coincidano per via del sistema educativo.

Cosi’, una mattina mi son svegliato. E le allucinazioni erano scomparse.

Ricordo bene il giorno. Era il natale di qualche anno, probabilmente il 1983. Avevo quindi 13 anni. Si faceva una di quelle riunioni di famiglia per festeggiare insieme il natale.

E questa era l’allucinazione. Innanzitutto perche’ del natale non fregava un cazzo a nessuno.

Inoltre, non c’era alcuna “famiglia”. Improvvisamente , da quel giorno,io guardavo queste persone e non vedevo nulla. Loro asserivano che quel gruppo, (la famiglia) fosse depositario di valori di lealta’ e di solidarieta’ superiori alla media, mentre io vedevo persone meno leali e meno sincere di quanto non fossero i miei amici con me: persone che erano “solo ” amiche.

La stessa solidarieta’, (e mi apparve chiaro da quel giorno) era frutto non gia’ del  sentimento di empatia al quale la si voleva attribuire, ma della paura di essere giudicati male dal resto del clan: il che significa che non era il principio a condizionare il loro operato, ma la possibile sanzione. Non c’era, dunque, alcun “festeggiare insieme”. Non c’era “insieme”.

Le liti, poi, erano qualcosa di buffo: questo ente, la “famiglia” , e i cosiddetti “fratelli” (ma specialmente le sorelle)  sembravano dominati da una furia , da un odio e da un desiderio di causare sofferenza che non avevo mai visto nemmeno tra i miei “nemici”, gli altri ragazzi con cui magari c’erano scazzottate o inimicizie. Insomma, non c’era nemmeno “festeggiare”.

Avevo addirittura coniato il termine “parlare per uccidere” , parafrasando “sparare per uccidere” : intendevo indicare come la forza che spingeva queste persone a parlare,  le loro intenzioni, erano tali che se le parole fossero state armi il genocidio si sarebbe compiuto in pochissimi istanti.

In pratica , quel giorno il concetto di “famiglia” venne spogliato della dialettica e ne rimase solo il lato materiale: ma sul lato materiale questa entita’ era molto, molto meno di un gruppo di conoscenti che giocano a carte in un bar del paese.

Non riuscivo piu’  vedere, essendo libero dall’allucinazione, per quale ragione materiale queste persone avrebbero dovuto essere piu’ importanti, piu’ vicine e piu’ rilevanti rispetto a chiunque altro: nella realta’ materiale non esisteva nessuna vicinanza, nessuna solidarieta’, nessuna lealta’, se non quando si dichiarava (a parole) che la famiglia fosse la prima sede di questi valori, contraddicendo le evidenze materiali: potevo fidarmi molto piu’ degli amici che dei parenti, e lo stesso valeva per chiunque tra loro.

La stessa societa’ circostante cambio’ improvvisamente da quel giorno. La mia famiglia natale era passata da uno stato di ” famiglia di operaio cassaintegrato” ad uno stato di “famiglia di idraulico” in circa un anno, quando mio padre si era licenziato per mettersi in proprio(1). Il risultato e’ che c’era stata (almeno agli occhi di mia madre , di mio padre e del paesello) una scalata sociale.

Cosi’,  coloro che prima ci evitavano bonariamente come appestati improvvisamente sembravano apprezzarci di piu’: se prima avevo legami di amicizia fortissimi con gli altri ragazzi della strada ove c’erano le case della fabbrica (2) e mi godevo il disprezzo piu’ o meno velato degli altri “cremini” (perche’  noi ci si scambiavano i vestiti tra famiglie al crescere  e non si seguivano quindi le mode, per dirne una) improvvisamente una quantita’ (a mio avviso moralmente distruttiva) di soldi  aveva cambiato le cose.

Il problema e’ che non le aveva cambiate per me. La persona che qualche mese prima mi sfotteva e mi emarginava perche’ non vestivo abbastanza alla moda   era stato da me classificato come “pezzo di merda”. E il fatto che in quel momento avesse cambiato atteggiamento per via del miglioramento della mia situazione economica non cambiava il giudizio che io avevo di lui: anche ammesso che qualcosa  fosse cambiato, era la MIA situazione economica a cambiare. Cosa c’entrava lui? Lui restava un pezzo di merda , lo stesso di prima.

Se mia madre e mio padre pensavano che i “cremini” (che ora non potevano piu’ competere economicamente, da “superiori” ad “inferiori” in un anno) fossero persone diverse da prima perche’ si comportavano diversamente,  io non riuscivo  a condividere questa convinzione: materialmente erano le stesse persone di prima. Se anche qualcosa fosse cambiato, era cambiato nella nostra situazione economica e NON nella societa’ che attorno a noi. Non in loro.

La richiesta dei miei di “inserirmi” di piu’ , di frequentare le loro “feste” (3), di “cambiare amici”, era semplicemente una richiesta assurda: il mio problema non era il comportamento delle persone . Se il mio problema fosse stato il comportamento delle persone, essendosi modificato nei miei confronti avrei dovuto cambiare il mio giudizio su di loro.  Ma non solo: classificava mia madre come persona tale e quale a loro.

Il mio problema erano le qualita’ di queste persone, e secondo me restavano gli stessi spocchiosissimi cafoni di provincia che erano sempre stati.

Un esempio fu quanto accadde nei cinque anni successivi. Per andare alle superiori a Ferrara prendevo un trenino diesel (detto “littorina” ) che mi portava , ogni mattina, in citta’.

Insieme a me viaggiava quello che oggi chiamate “Wu Ming 1” : un essere che io consideravo poco piu’ rilevante delle briciole di panino sui sedili delle carrozze ferroviarie. “Poco piu’ rilevante” nel senso che le briciole non protestano se mi ci siedo sopra, mentre lui probabilmente lo avrebbe fatto.

Lo trovavo cosi’ poco rilevante per molte ragioni. La prima e’ che si dava troppe arie, secondo un detto ferrarese secondo il quale non stai volando, ma credi di farlo perche’ non hai mai volato ed in realta’ ti sei solo arrampicato su un pioppo, dal quale dovresti scendere per tornare alla realta’.

L’atteggiamento che lui aveva (credetemi, Luther Blisset si nasce, e lui modestamente lo nacque) mi urtava per altre ragioni.

In primo luogo io non badavo troppo al fatto che qualcuno facesse il liceo, l’ ITIS, l’ ITIP o l’ IPSIA. E anche al liceo io non facevo troppo caso al fatto che qualcuno frequentasse il classico, lo scientifico o l’artistico.

La gerarchia di provincia invece prevedeva un ordine preciso di “nobilta’ ” delle scuole: l’ IPSIA e le magistrali erano al livello piu’ basso, poi c’era l’ ITIP, infine l’ ITIS. Questo era per la “working class school”, perche’ poi c’era la “middle class school” composta da Liceo Scientifico, Geometri e Ragioneria. Infine la “upper class school” era composta dai licei classici ed artistici, unitamente al Dosso Dossi.

Ora, e’ abbastanza chiara la dimensione provinciale di una tale classifica: persino dentro l’ ITIS e l’ ITIP esistevano delle simili gerarchie, che vedevano i periti meccanici come “il peggio”, mentre periti chimici, periti fisici erano a meta’ della scala, e in cima c’erano elettronici , elettrotecnici ed informatici.

Essi proiettavano un “probabile destino” delle persone, e le scuole che prevedevano solo l’universita’ come sbocco erano secondo loro destinate a produrre ingegneri e dottori e avvocati, dunque la upper class.  Ergo, chi frequentava il liceo classico era gia’ un notaio “dentro”.

E’ chiaro che tale gerarchia rispettasse alla perfezione la medesima gerarchia che vedeva i figli di operai snobbati dalla piccola borghesia di bottegai (4) e dalla “grande” borghesia dei titolari di imprese (normalmente imprese edili e piccole officine di minuteria metallica) di un paese di 5000 abitanti .

Una persona che accettava una cosa simile era secondo me uno spocchioso pezzo di merda, un essere abietto ed insignificante che , con la pretesa di non appartenere ad una provincia ristretta ,non faceva altro che confermarne l’appartenenza: se la tua idea di “cultura” e’ la stessa che ne ha un ignorante, sei semplicemente un ignorante con un titolo scolastico.

Di conseguenza la costruzione di gerarchie basate sul nulla era per me una conferma di quanto fosse provinciale una persona:  il fatto che in una gerarchia prodotta da una mentalita’ provinciale tu non risulti come provinciale e’ semplicemente una conferma della mia teoria; per dare un giudizio su te medesimo stai usando una gerarchia la cui sola accettazione fornisce un giudizio su di te.

Cosi’, il “dio in terra”  che tutti chiamate “Wu Ming 1” a me appariva come uno spocchioso tappetto , insignificante sul piano fisico, irrilevante su quello politico e sociale, il quale aveva adottato l’immagine che la provincia locale ha di colui che non fa parte di quella provincia.

Era lo stereotipo locale di straniero, ovvero la persona meno straniera che possa esistere. Era l’immagine piu’ comune di persona non comune, cioe’ la persona piu’ comune che potesse esistere. Incarnava l’idea che gli ignoranti hanno delle persone colte, ovvero era uno degli ignoranti perche’ ne accettava i paradigmi.

In definitiva, un velleitario sfigato.

E cosi’ mi appaiono a tutt’oggi (pur non incontrandolo piu’ da anni) sia lui che la sua cricca: essi sono troppo aderenti allo stereotipo di antagonisti per essere davvero antagonisti, dal momento che lo stereotipo dal quale attingono l’immagine di antagonista e’ quello che viene prodotto della cultura mainstream.

Lo stesso Evangelisti e’ troppo aderente all’idea che hanno i borghesi del comunista puro e duro per potersi dire tale: quando e’ il tuo nemico a definirti, tu appartieni a lui.

Una mattina mi son svegliato, e il castello in aria non c’era piu’: ho potuto apprezzare cosi’ la stupidita’ del postino che gira con la scala per consegnarvi la posta, come la stupidita’ di colui che paga l’affitto per abitarvi.

Cosi’, oggi mi guardo attorno e non riesco a vedere nulla di particolare in tutte le etichette evocate di continuo:  “blogger”, per esempio.

Sul piano materiale, le persone che sono su internet sono le stesse che ci sono fuori. Voglio dire: se c’e’ un imbecille per le strade ci sara’ lo stesso imbecille che scrive scemenze su un blog; e non perche’ vi sia una correlazione. Perche’ l’imbecille che scrive sul blog e’ la stessa persona che e’ imbecille sulle strade. MATERIALMENTE la stessa persona.

Si pensa a torto che un blogger sia “selezionato” dal digital divide, creando un’altra gerarchia dal nulla (ovvero pensando in maniera provinciale), per diversi motivi: innanzitutto perche’ un PC e una connessione ad internet sono alla portata di tutti; se non a casa almeno al lavoro. Semmai esiste questa divisione, essa non dipende dal livello culturale ma da quello economico: la russa laureata in fisica nucleare che batte sui viali non vi puo’ accedere, mentre il geometra cafonal che crede di aver comprato la cultura vi puo’ accedere eccome. Questa non e’ selezione, e’ semplicemente un accesso ristretto in base a criteri casuali: che e’ una cosa molto diversa, perche’ dalla prostituta russa laureata potrei forse leggere cose piu’ interessanti rispetto al geometra cafonal che mi scrive delle sue vacanze in un esclusiva localita’ di massa.

Ora, in che modo si presume che il blogger possa fare o non fare qualcosa di diverso rispetto alle medesime persone al di fuori dalla blogsfera? La ragione e’: nessuna ragione.

Il cosiddetto social networking 2.0, che io aborro (non sono andato a nessun raduno di blogz, mai) non e’ altro che una comoda via di fuga da una realta’ nella quale non si hanno altre possibilita’ di socializzare.

Il problema di base e’ che dopo il 30 anni il 90% dei tuoi amici sono anche tuoi colleghi. Non hai il tempo di coltivare rapporti al di fuori della tua cerchia di colleghi perche’ passi la maggioranza del tempo al lavoro, per andare al lavoro, per tornare dal lavoro, per mangiare nella pausa pranzo del lavoro.

Poiche’ gran parte dei lavori oggi implicano l’uso o la possibilita’ di usare Internet, e’ chiaro che lo schermo rappresenta una via di fuga attraverso , una via di fuga attraverso la quale posso fare (dal lavoro) cio’ che prima non potevo fare: socializzare con persone che non siano miei colleghi.

Se non ci credete, osservate i log del vostro blog: la stragrande maggioranza del traffico avviene nei giorni lavorativi e negli orari lavorativi, con un picco nel dopocena, quando persone che non hanno altri amici se non i colleghi  evadono dal prolungamento domestico della prigionia lavorativa. Insomma, sono soli a casa, la sera, i colleghi sono nelle proprie case, hanno il monitor per fare social networking.

Questo e’ in definitiva il social networking: un meccanismo di evasione (simile, quindi, alla TV), che permette di evadere dalla prigionia prodotta dai ritmi del lavoro, e dai limiti sociali che la vita lavorativa impone.

Come si pretende che da una simile , misera condizione umana di polli da batteria possa nascere qualcosa di libero e rivoluzionario, quando il blogghismo esiste grazie ad una condizione di prigionia?


Nel grafico (fatto con GnuPlot) c’e’ l’andamento orario del numero di IP diversi connessi a questo blog: come si vede i picchi corrispondono agli orari di lavoro e del serale dopolavoro. Cliccare su “visualizza immagine” per vederla nel dettaglio.

Per non parlare della pretesa che i blog siano un modello di informazione “orizzontale”, nel quale si sarebbero stravolte le consuetudini “di casta” dello star system : e’ cosi’ vero che sono nate immediatamente le classifiche, le blogstar, e si vede Selvaggia Lucarelli, sicuramente uno dei piu’ grandi contributi alla liberta’ di informazione del nostro secolo, salire su un palco per venire intervistata.

Ecco, comunque il discorso era tutto qui:

una mattina mi sono svegliato.
Oh bella , ciao.

Uriel

(1) Non ho mai capito il senso di “licenziarsi” quando in realta’ non lavorava affatto : non so come vediate voi la cassa integrazione, ma e’ semplicemente un licenziamento che vi impedisce di trovare qualche a altro lavoro fomentando la vostra inerzia con la speranza che tutto ricominci e con l’elargizione di quattro soldi.

(2) Fino agli anni ’70 non era strano che ai dipendenti venisse dato di abitare nelle case di proprieta’ della fabbrica in cambio di un affitto simbolico od agevolato.

(3) Assurdi rituali ove un ragazzino in crisi ormonale si sforzava di avere il primo rapporto sessuale completo con una tizia che provava una qualche libidine nell’esercitare su di lui un potere visibile. Dopo il risveglio, ci vedevo quello che era: un meccanismo di mercato. “Tirarsela” era semplicemente un limitare l’offerta per far crescere il prezzo a parita’  di domanda. Per me la donna che “se la tira” e’ solo una prostituta ante litteram, in quanto pone se’ medesima all’interno un meccanismo di mercato.

(4) Che cazzo di borghesia volete che produca un paesino della bassa ferrarese?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.