Umanità 2.0

Mi e’ successa una cosa che mi ha fatto riflettere. Ci ho “pensacchiato” per due giorni onde comprenderne il significato, e alla fine sono giunto a delle conclusioni. Si fa un gran parlare di duepuntozero, si fa un gran parlare di Internet, si fa un gran parlare di “mobile”. Se tanti si chiedono in che modo questo cambiera’ la nostra vita, pochi si sono chiesti come cambiera’ l’umanita’.

La storia e’ questa: mi trovo con alcuni giovani sistemisti coi quali dobbiamo mandare in produzione alcune cose. Siamo in una rete che non ci permette di collegarci con l’esterno, perche’ e’ una rete che collega solo le macchine di produzione. I tre sistemisit di solito sono veloci ed efficienti, almeno quando fanno le stesse cose sulle macchine, identiche, di test (pre-produzione).

Invece ho visto scene di panico, culminate da un mio invito ad usare “man”, comando che questi ragazzi …. non conoscevano nemmeno!
Ora, la cosa che mi sono chiesto e’ stata: in che modo questi ragazzi , di solito, maneggiano mezza dozzina di unix diversi , tutti con un dialetto diverso, piu’ lo IOS di Cisco? Cioe’: in che modo sono cosi’ performanti, di solito?
La risposta e’ molto semplice: poiche’ di solito lavorano sulla rete di test, cioe’ su macchine che non contengono dati degli utenti, e quindi si trovano su una rete che (sebbene usando una catena di 3 proxy) puo’ uscire verso internet. Possono, cioe’,accedere a Google.
In questo modo, qualsiasi dubbio sui comandi e’ di immediata risoluzione: “San Google aiutaci tu”.
Questi ragazzi non hanno un bagaglio di esperienze con se’, e specialmente non hanno mai imparato ad usare “man”per la semplice ragione che Google e’ piu’ semplice ed immediato. Ovviamente, il disastro e’ avvenuto quando si sono trovati a lavorare in una rete che non poteva accedere all’esterno, dentro una stanza nella quale non si possono portare cellulari o PC portatili,  ne’ ci sono stampanti.
Credo che per capire l’umanita’ futura bisognera’ riflettere molto sul concetto di “bagaglio” culturale, o di “bagaglio” scolastico. Voglio dire questo: se doveste organizzare un viaggio turistico ad Ancona, vi portereste dietro anche l’acqua, l’ossigeno e magari la benzina? La risposta e’, ovviamente, no: presumete di poter trovare facilmente dell’acqua,dell’aria respirabile e della benzina ad Ancona.
Nei vostri bagagli metterete quanto vi serve e pensate di NON poter trovare in loco. Diciamo che porterete che so io i vostri vestiti, o quanto non credete di trovare. Se ovunque ci fossero vestiti e spazzolini da denti, li portereste? In realta’ , no.
La verita’ e’ che il paradigma veramente duro dell’era dell’informazione e’ la disponibilita’ dell’informazione.
Nel medioevo, quando i libri erano pochissimi e le biblioteche erano rarissime, lo studio e l’accumulo di un bagaglio enorme di conoscenze erano d’obbligo. Una volta fuori dalla biblioteca, non c’era alcuna speranza di trovare alcuna informazione. Dovevate carpirne, assorbirne , portarne con voi quante ne potevate.
Con l’arrivo della stampa, e’ diventato possibile per i ricchi e gli intellettuali disporre di piccole biblioteche: questo permetteva di dividere lo studio scolastico dall’aggiornamento professionale. In generale, tutti i libri che sono tuoi sono “aggiornamento professionale” o “miglioramento personale”, i libri che attingi da biblioteche pubbliche sono “studio”.
Con il “primissimo ordinamento” di Gentile, quello in vigore quando mi iscrissi all’universita’, alla fine degli studi veniva chiesto di produrre una tesi che era , di fatt, un lavoro accademico. Lo scopo era quello di insegnare due cose:

    1. A reperire le fonti.
    1. A giudicare quali fonti usare e quali no.

Oggi,la “tesi” e’ un lavoretto da scuole superiori, spesso un semplice documento di PowerPoint, il quale non e’ altro, nella stragrande maggioranza dei casi, che un copia-incolla di Wikipedia  e altri blog. Unitamente al menefreghismo dei professori,  i ragazzi arrivano alla laurea privi di un vero bagaglio personale. Dispongono di informazioni sparse, “verticali”, non inquadrate in uno schema organico, prive di struttura.
Perche’ “tanto c’e’ Google”. Questi ragazzi partono dall’idea che se anche avessero bisogno di qualche informazione, essa e’ “tutto intorno a te”. E il riferimento ad una famosa reclame non e’ casuale.
Ai miei tempi vi poteva succedere di voler studiare calcolo numerico. Vi sentivate dire che “per fare calcolo bisogna fare logica“(sic! Nessuno voleva fare logica : probabilmente lo facevano per riempire le aule). Dopodiche’, dovevate stare attenti a quello che dicevate; per certi prof di logica un’affermazione in tema di applicazioni come “vorrei scrivere l’algoritmo in C++”  produceva la risposta “mi dimostri che il C++ sia un sistema di calcolo, per favore“.(1) Del resto oggi il verbo “skolemizzare” indica un processo che si fa con l’ausilio di un proof-assistant automatico, come Coq o Matita(2). Non e’ sempre stato cosi’ , anche se non mi crederete.
Oggi tutto questo bagaglio e’ considerato inutile: basta solo aver accesso ad una rete e ad un motore di ricerca per avere l’informazione. Non ha senso “possederla”, non ha senso “farla propria”. Non ha piu’ senso il concetto di “bagaglio”.
Quello che vedo e’ un uomo che diventa sempre piu’ “leggero” in termini di bagaglio: non ne ha piu’ bisogno perche’ l’abbondanza enorme di informazione e’ tale da rendere superflua tutta la fatica dell’assorbimento. Perche’ mai sudare sui libri per acquisire ed organizzare un bagaglio, quando il “bagaglio” e’ ovunque?
D’altro canto, questa nuova situazione necessita di nuove abilita’: tanto per iniziare, una curva di apprendimento ottima, dal momento che dovete diventare esperti di qualcosa in brevissimo tempo,quello che avete a disposizione per leggere Google. In secondo luogo, occorre un grosso lavoro semantico: bisogna cioe’ capire il linguaggio usato dalle pagine che si reperiscono.
Cosi’, secondo me l’umanita’ del mondo “2.0” non e’ altro che un’umanita’ di “ignoranti poliglotti  circostanziali”. Ignoranti perche’ non si curano di procurarsi un bagaglio permanente, in quanto pensano di potervi sopperire essendo l’informazione sovrabbondante.
Poliglotti perche’questa informazione e’ reperibile in svariate lingue, piu’ tutti i gerghi ed i tecnicismi che si potranno incontrare. Di conseguenza, la capacita’ di leggere ogni possibile crittografia di un’informazione e’ essenziale.
Circostanziali perche’ una curva di apprendimento rapidissima usa per forza di cose la memoria a breve termine, e la memoria di breve termine non permette un vero e proprio accumulo di esperienze.
Il bilancio e’ positivo? La rete che rende disponibili le informazioni ovunque e per chiunque(3) puo’ compensare gli studi? Sul piano quantitativo, si’. Nella misura in cui le medesime informazioni sono reperibili.
Manca pero’, e manca ancora , qualcosa che sostituisca la struttura del sapere. Cioe’ il fatto che la semplice informazione e’ diversa da un sapere strutturato ed organico.
Qual’e’ l’impatto? Che cosa rischiamo di perdere?
Beh, chiedete a questi ignoranti poliglotti circostanziali di prendere una decisione di media o grande portata, e capirete. Inizieranno a divorarsi di dubbi, e non produrranno nulla dopo ore di riflessione. Inizieranno a fare analisi, analisi, analisi,tassonomia, tassonomia, tassonomia, ma non riusciranno nel processo di sintesi che precede la decisione stessa.
Perche’ con il bagaglio se ne vanno anche la struttura e l’approccio.
In futuro, solo una piccola classe di persone riuscira’ a prendere una decisione anche banale, come quella di cosa cucinare questa sera.
Gli altri dipenderanno da loro. Preparatevi ad avere il sito che vi da’ il menu di questa sera.Ma non come “servizio a valore aggiunto”: come necessita’ di gente che non sa affrontare questioni astratte e/o complesse, perdendosi nel dubbio e nella nebbia del pensiero speculativo di fronte alle questioni piu’ banali.
Uriel

(1) Tutti dicono che a matematica ci siano i prof piu’ strani. Beh, quando feci i 4 esami interdisciplinari (per fare calcolo) ad ingegneria ebbi a che fare con un tale Boari che (usando un accento inutilmente  pseudoanglosassone a fini di spocchia) sosteneva che la miglior macchina della storia sia  stata… il PDP-11, e ti perdonava se non conoscevi Turing ma guai se eri senza cravatta all’esame. Un altro , Corradi, che spiegava con un’eloquenza degna di Socrate come usare un HP735 prendendo delle slide sessiste da PlayBoy (famosa quella con “fetch!”)  per fare gli esempi, e c’era addirittura uno (Bellavia, se non erro) che ci raccontava le sue epiche imprese nel craccare il firmware del suo “Apple qualcosa” per infilarci un antivirus al posto del  codice… che considerava inutile (sic!). E uno dei professori piu’ “tranquilli” che io abbia conosciuto a matematica, Obrecht, da quelle parti era considerato piu’ o meno come Dracula quando ha le emorroidi. Alcuni dei miei prof, che venivano a fare esami con il panciotto sulla canottiera, infradito e  capelli lunghi, non mi sembravano poi cosi’ strani in confronto agli ingegneri. Ma tant’e’.
(2) Non voglio commentare sul patetico nazionalismo che si nasconde dietro all’idea di fare un proof-assistant per nazione (c’e’ anche quello tedesco del Max Plank, etc) anziche’ lavorare tutti ad un proof assistant piu’ generico e potente.
(3) La roba cui sto lavorando vi portera’ quasi tutta internet sul cellulare. In pratica, sto parlando con la mia coscienza, visto che mia figlia vivra’ con Google anche nel bagno , Google maps sull’automobile e via dicendo.