Teoria delle teorie?

Parlando di economia, salta continuamente fuori qualcuno che dice “ma la teoria dei giochi siccome non prevede chissa’ quale ineffabile comportamento umano, non si puo’ usare”. E’ di fatto una retorica che trovo stupidissima, e tradisce soltanto il fastidio che alcuni provano nel fare una fatica particolare, cioe’ quella di studiare di piu’ la matematica.Inoltre, queste affermazioni giocano molto su quegli equivoci che a molti umanisti fa comodo introdurre per screditare (a loro favore) le teorie scientifiche.

Il primo grosso equivoco e’ che “la teoria dei giochi parte dall’idea che i giocatori siano razionali”. Questa affermazione, che formalmente e’ corretta, viene usata per dire, in qualche modo, che “di conseguenza non puo’ descrivere giocatori non (completamente) razionali, quali l’uomo”.

Allora, tutto questo e’ semplicemente un abile falso  basato sull’ambiguita’ del linguaggio naturale.

Innanzitutto, ci sono diversi modi per affrontare la cosa in termini analitici. Se volete indicare un giocatore poco razionale, nella misura in cui fara’ una mossa il cui payout sara’ sub-ottimale, non dovete fare altro che definire la sua mossa dettata da un payout fittizio, detto “Belief”.

In termini di gioco razionale, toccare ferro quando si vede passare un gatto nero non ha payout ma ha dei costi (tempo per cercare del ferro, movimento verso il ferro, etc) . Quindi, un gioco che assuma che il giocatore sia razionale NON potrebbe prevedere il suo comportamento , cioe’ di toccare ferro.

Ma possiamo inserire un payout fittizio, detto belief, per indicare la credenza che toccando ferro dopo aver visto un gatto nero si eviti una grande sfortuna. In quel caso, il giocatore RIMANE razionale, e’ il payout che corrisponde, in logica, ad una proposizione falsa.

Cosi’ facendo, e pur mantenendo un assioma di razionalita’, e’ possibile modellizzare ANCHE giochi ove i giocatori non siano del tutto “razionali”, nel senso di giocatori che si sforzano di raggiungere il massimo payout.

Quindi e’ vero che la teoria dei giochi assume che i giocatori siano razionali (Assioma di Peano) ma non e’ vero che questo limiti la teoria: se io so che esiste un payout fittizio, detto belief, posso modellizzare anche giocatori non razionali dal punto di vista dei payout “in senso stretto”.

Il secondo assunto sbagliatissimo e’ che l’essere umano, ed il suo comportamento economico, siano imprevedibili. Il che non e’ vero: almeno dal punto di vista economico, TUTTO il comportamento reale degli operatori non solo e’ prevedibile , ma e’ attualmente e concretamente previsto in termini quantitativi.

Facciamo uso di un pochino di logica, e proviamo ad esaminare il problema della domanda e dell’offerta. Se voi andate in un negozio a chiedere qualcosa (domanda), il negozio ve la dara’ (offerta). Cosi’, il problema e’: e’ nata prima la domanda o l’offerta?

  1. Se esiste offerta ma non domanda, non esiste alcuna transazione economica.
  2. Se esiste domanda ma non offerta, non avviene nessuna transazione economica.
  3. Se esiste prima la domanda dell’offerta, non avviene nessuna transazione economica.
  4. Se esiste prima l’offerta della domanda, puo’ avvenire una transazione economica.

Morale: domanda ed offerta devono esistere nello stesso momento, ma specialmente deve arrivare prima l’offerta della domanda. Ovvero l’offerta DEVE essere li’ prima che voi compriate.  Altrimenti non c’e’ nessuna transazione economica.

Cosi’, voi vi credete anticonformisti. Seguite l’assurda moda”sgurtz”, che al mondo seguono solo 1000 persone, di cui 999 somigliano a Clemente Mastella quindi non fanno statistica. Per procurarvi i vestiti sgurtz andate in un certo negozio che li ha. E questo significa che qualcuno ha fatto una scommessa (ha speso soldi per assortire il negozio coi vestiti sgurz) e l’ha vinta. Morale: per quanto siate anticonformisti, se il vostro comportamento produce transazioni economiche, dalla parte dell’offerta -di cui voi siete la domanda- almeno una previsione ha funzionato.

Se il vostro abbigliamento fosse DAVVERO anticonformista, per dire, non potreste davvero fare transazioni economiche: non trovereste alcun negozio che ha le stravaganti cose che avete.

In termini sistemici, ove lavora la teoria dei giochi quando viene applicata all’economia, il vostro comportamento economico e’ completamente prevedibile, anzi: e’ assolutamente previsto. Se possiamo dire che voi troviate tutte le cose che vi servono girando negozi per un raggio di 100 kilometri, un modello che tenga conto di uno spazio di 100 kilometri contiene, sul piano meramente logico,  tutte le previsioni necessarie per descrivere il vostro comportamento economico. Se trovate quello che cercate, qualcuno ha assortito in anticipo il proprio negozio: ha scommesso che voi avreste comprato, e ha vinto.

Io non so, ovviamente, dove avete comprato le palle di cammello che la moda sgurtz impone di usare per orecchini. Ma se ve le siete procurate ed avete pagato, qualcuno ha investito tempo e risorse per assortire il proprio negozio con palle di cammello da orecchino.

Quindi, si tratta della solita retorica degli umanisti: si prende un’affermazione apparentemente vera (formalmente lo e’) e si decide che significhi qualcosa che in realta’ non significa. Cosi’ si prende “ma la teoria dei giochi parte dall’idea che tutti i giocatori siano razionali” e si pretende significhi “non serve a nulla se gli operatori non sono del tutto razionali”.

Non e’ una cosa nuova: nel caso di Goedel, per esempio, gli umanisti fanno anche di peggio, pretendendo che abbia detto qualcosa come “Goedel ha dimostrato che nessun sistema formale e’ coerente”. Poi si scopre che in realta’ Goedel non conosceva sistemi logici oggi conosciuti, e che si riferiva solo a sistemi che avevano tra gli assiomi una precisa proprieta’. Inoltre Goedel non si riferiva alla coerenza ma alla completezza. Peraltro, un ostacolo facilmente aggirabile, anche se lo si e’ visto dopo Goedel. Ma questo gli umanisti non lo dicono mai ai propri adepti.

Se andiamo avanti, riguardo al discorso della teoria dei giochi, ci sarebbero da fare alcune domande a questi umanisti: bene, supponiamo pure di gettare via tutto perche’ non e’ perfetto. Dopotutto, voi siate notando imperfezioni: non avreste nemmeno la capacita’ di entrare nel merito di cio’ che la matematica economica fa, dunque potete solo presumere cio’ che NON fa.

Adesso siamo ad un punto in cui, comunque, diciamo: va bene, siccome non e’ perfetta la gettiamo via. Adesso, quindi, la domanda e’: cari signori umanisti, avete qualcosa di PERFETTO che funzioni sempre, o almeno qualcosa che funzioni di piu’?

La tremenda autorevolezza presa dalla filosofia scientifica sperimentale, e con lei dalla matematica, non e’ dovuta alla sua perfezione, ma alla sua misurabile -maggiore efficacia predittiva-. Il punto e’ che una teoria che prevede qualcosa con un’efficacia del 90% e’, essenzialmente, preferibile ad una teoria che ci riesca solo all’80%.

Potete questionare sul fatto che sia giusto o meno, tuttavia vi basta un classico esempio di affidabilita’ scientifica per capire la ragione: preferite una terapia che funziona il 90% delle volte od una che funzioni solo l’80% delle volte?

Lo dico perche’ e’ un criterio assolutamente economico, e lo dico per una semplice ragione: il metodo scientifico, sino da Galileo, E’ UN METODO ECONOMICO.

Quello che Galileo fa introducendo il metodo scientifico e’ di chiedere una verifica sperimentale delle teorie. Ma una verifica sperimentale e’, ipso facto, una APPLICAZIONE della teoria. Nel legare la bonta’ del sapere alla sua verifica sperimentale, di fatto Galileo lega il sapere alle sue applicazioni: per essere un buon sapere deve avere ALMENO una APPLICAZIONE, detta “verifica sperimentale”.

Questo modo di vedere il sapere scientifico, ovvero di deciderne la bonta’ dal numero e dall’affidabilita’ delle sue applicazioni (a volte dette esperimenti, a volte semplicemente applicazioni quando lo scopo e’ esplicitamente economico (1) ) , poggia su un criterio economico: produci almeno un’applicazione che funziona come previsto => sapere buono. Altrimenti, sapere cattivo.

Rimane il caso in cui una teoria non renda possibile la verifica, come una teoria sui fantasmi. In questo caso, arriva in aiuto un upgrade di Popper, il quale dice che se la teoria non e’ falsificabile allora non e’ un sapere buono.

In questo caso, pero’, siamo ancora ad un criterio economico: Popper richiede che sia possibile capire se sia o meno possibile TENTARE di costruire un’applicazione. Nel senso che per essere falsificabile una teoria occorre che sia possibile distinguere il caso in cui sia vera dal caso in cui sia falsa. Poiche’ i due casi richiedono , nel caso delle scienze sperimentali, la costruzione di un’applicazione dal comportamento misurabile, si potrebbe in estrema sintesi affermare che il criterio di Popper equivalga alla “fattibilita’” di un simile esperimento. Ovvero, ancora una volta, ad un criterio economico: se possiamo costruire, almeno in teoria, almeno un’applicazione che si comporta come dice la teoria, allora e’ un sapere “buono”. Altrimenti e’ cattivo.

Di conseguenza, quando mi sento dire che i metodi scientifici non sarebbero adatti ad investigare l’economia mi viene un pochino da ridere: essenzialmente, il metodo scientifico sperimentale (galileiano prima e popperiano dopo) includono alla fondazione un criterio economico , cioe’ la produzione di almeno UNA applicazione funzionante come previsto.

Il problema, cioe’, non e’ se il metodo sperimentale possa o non possa investigare l’economia: lo fa gia’, avendo un criterio economico alla base della classificazione del sapere. Il problema, semmai, e’ se esistano ALTRE branche del sapere capaci di farlo.

Certo, ci hanno provato: il comunismo, per esempio, o il marxismo, hanno tentato di fare una fesseria simile. Privi di qualsiasi criterio economico alla base della propria classificazione del sapere, dei filosofi hanno tentato di creare una teoria economica. Come sia finita si sa.

Anche dal lato del liberismo teorico non andiamo molto lontani: le scuole liberiste moderne rifiutano anche soltanto l’ IDEA di una verifica sperimentale. Per esempio, dopo aver vinto lo pseudo-nobel per la formula di Black Scholes , i suoi ideatori ebbero un’idea di creare un fondo che lavorasse con questa formula. Il fondo falli’ miseramente, il che nel mondo della scienza sarebbe stato una condanna a morte, come lo e’ stata la scoperta che la misura del neutrino superluminale fosse un errore. Invece, gli economisti hanno tirato dritto.

Oggi come oggi sarebbe semplicissimo testare sperimentalmente quelle teorie: essendo la finanza in gran parte indicizzata in maniera elettronica, si potrebbero tranquillamente testare le teorie economiche eseguendo delle simulazioni sui dati reali. Ma non si fa: gli stessi liberisti che volessero testare le loro teorie non accettano la verifica sperimentale come riscontro:

paradossalmente, cioe’, l’unico pensiero che ha accettato un criterio economico alla sua radice (la scienza sperimentale) e’ proprio il pensiero cui si rifiuta l’accesso al mondo dell’economia stessa. Se avessimo chiesto riscontri sperimentali a Marx, svi avrebbe guardati, sdegnato: la sua teoria era scientifica perche’ lo diceva Marx. Allo stesso modo, se chiedete ad un liberista di prendere le sue formule, farci un programma che giochi in borsa i SUOI soldi, vi dira’ che lui non ci pensa neanche ad affidare i suoi soldi a quelle teorie. Vi affidera’ quelli degli altri, al massimo. Esattamente come Marx.

 Cosi’, onestamente determinate obiezioni mi fanno ridere.

Per come la vedo io,

  1. Il pensiero scientifico sperimentale e’ l’unico pensiero ad aver adottato un criterio economico -quello sperimentale- come discriminante per la bonta’ del sapere.
  2. Il pensiero scientifico sinora si e’ mostrato piu’ efficace, e la sua efficacia e’ misurabile in termini di applicazioni e del loro valore, cioe’ ancora una volta IN TERMINI ECONOMICI.
  3. Se esistesse un altro pensiero efficace in campo economico, la sua efficacia sarebbe misurabile con gli strumenti dell’economia, ovvero in termini di applicazioni, dunque si tratta ancora di una scienza sperimentale.

 Insomma, non si scappa. O l’economia diventa una scienza sperimentale, o non esiste come scienza.

Uriel

(1) Molto spesso dall’esperimento nasce il brevetto. Di conseguenza, non e’ da escludersi che un esperimento possa avere scopo economico in se’.

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