Suini influenti

E’ qualche giorno che mi gira per la testa un’idea, ma ci ho messo un pochino a concretizzarla. Mi riferisco al problema dell’ influenza suina. Ma in realta’ non e’ quello di cui voglio parlare: voglio parlare di gestione del rischio. Partendo dall’influenza suina.

Il problema reale e’ la gestione del rischio. Voglio dire: supponiamo di tagliare dell’ 80% il budget della sanita’ in Italia. Alle attuali condizioni di profilassi media (la gente si lava, mangia cibi mediamente controllati, le strade vengono ripulite abbastanza spesso, etc) e’ probabile che non ci sarebbe alcuna epidemia.

Il primo anno.

Per quanti anni? In realta’, abbattendo il budget della sanita’, abbiamo per esempio eliminato il medico di famiglia, e magari la gente per un’influenza va solo in farmacia, anziani compresi. Il che significa che un’influenza suina adesso ci passa inosservata.

Quanto pesa questo fattore, (concentriamoci su uno solo per maggiore comprensione) in termini statistici? Diciamo qualcosa come il 5 per mille (sempre per esempio, non ho dati a riguardo). In ogni caso, cinque per mille significa che, nel ciclo teorico, ci beccheremo un’epidemia ogni 200 anni.

Ora, se lo valutiamo in termini di grandezza, il 5 per mille in piu’ di avere un’epidemia potrebbe essere poco. Finche’ pensiamo al 5 per mille di probabilita’ di avere un’epidemia l’anno prossimo. Se pensiamo ad un teorico 100% di probabilita’ di averla nei prossimi due secoli, la dimensione diventa preoccupante.

Allo stesso modo, se pensiamo ad un crollo di borsa ogni 30 anni, otteniamo un rischio del 3.3% annuo. Di conseguenza, se eliminiamo le misure che servono a prevenire una crisi aumentando del 3.3% il rischio di crisi, di fatto non ci sembra un granche’: e’ sufficiente  che la crescita media sia superiore al 3.3% annuo, e sul piano sistemico ci abbiamo ancora guadagnato, e magari abbiamo anche risparmiato.

Il problema viene quando, sul lungo termine, il medesimo rischio produce risultati MOLTO diversi.

Cosi’, se io tolgo le tutele e aumento il rischio , non mi aspetto di ottenere una serie continua di catastrofi: mi aspetto di avere un andamento a dente di sega. Intendo dire che alleggerendo l’erario delle spese sanitarie ed abbassando di conseguenza le spese sanitarie otterro’ una migliore performance di sistema. Avro’ aumentato del 3% la possibilita’ di catastrofe, ma -mediamente- me ne accorgero’ solo nei prossimi 30 anni. Mediamente.

Cosi’, se consideriamo la sanita’ americana, possiamo pensare che il rischio di epidemia sia alto. E’ alto perche’ tutta la gente priva di assistenza medica prende l’influenza ma non va dal medico. E’ alto perche’ il costo dei medici e la mancanza di compensazioni lavorative per malattia spinge le persone ad andare al lavoro piu’ possibile, anche se hanno un’influenza. Ed e’ alto perche’ interi quartieri delle grandi citta’ (e alcune grandi porzioni di alcuni stati) vivono in condizioni economiche tali da non poter garantire condizioni igieniche adeguate.

Tutto questo puo’ aumentare il rischio, diciamo, del 5% per mille. Il che significa che dobbiamo aspettarci un’epidemia ogni 200 anni. Perche’ gli USA non hanno avuto epidemie?

Perche’ godono/godevano di alcuni vantaggi rispetto all’ Europa. Il primo e’ la densita’ di popolazione bassa, che ferma le epidemie e ne limita la diffusione. Il secondo e’ la dimensione del paese, che permette di “sezionarlo” in parti tagliando le vie di comunicazione.Infine le grandi distanze tra grandi citta’.

Cosi’, questi “vantaggi” hanno compensato e forse sovrastato gli effetti di una sanita’ insufficiente.

Ma questi vantaggi stanno diminuendo nel tempo. La densita’ di popolazione ha raggiunto il 50% di quella europea attuale, il che era piu’ che sufficiente a far diffondere una peste nel 1600. L’uso dei mezzi aerei ha annullato il vantaggio delle distanze, e le abitudini lavorative degli americani li spingono a muoversi molto tra le grandi citta’.

Il risultato e’ che i “vantaggi naturali” degli USA vengono meno, mentre questo aumento del rischio non viene compensato da un miglioramento del sistema sanitario.

Cosi’, non e’ strano se una minaccia di influenza suina trovi impreparato il ministero della sanita’ americano, mentre persino in Italia ci sono scorte di antivirali per due mesi. Gli USA hanno vissuto con una spesa sociale “leggera” e con una sostanziale “deregulation” di tutto perche’ una serie di fattori riducevano i rischi. Cosi’, hanno tre-quattro crisi di mercato al secolo e poche epidemie.

Negli scorsi 300 anni.

Il problema sta nel fatto che la popolazione MONDIALE sta aumentando, e con essa il rischio di epidemie. Inoltre, la lunghezza dei viaggi e il numero di persone che viaggiano sta aumentando, e con essa il rischio di trasporto di epidemie.

Una mancanza di welfare o di regolazione che prima produceva un’epidemia ogni 200 anni potrebbe oggi consistere in un rischio enormemente maggiore rispetto ad un tempo.

Una persona anziana che in Italia prenda l’influenza va probabilmente dal medico, spesso dello stato; una persona anziana che negli USA prenda l’influenza va al supermercato e compra un barattolo di aspirine. In un caso il medico di base (allertato) potra’ dare l’allarme. Nell’altro, no.

Ognuno di questi piccoli vantaggi, siano nel campo dell’economia o nel campo della medicina o nel campo della previdenza sociale non fanno altro che abbassare di qualche decimo di punto percentuale il rischio di un disastro sistemico.

Se calcolati nel breve periodo e in condizioni ottimali (1) questi rischi appaiono irrilevanti. Se calcolati su lunghi periodi (secoli o decenni) questi rischi diventano enormi.

E’ solo questione di tempo prima che una grande epidemia mortale colpisca gli USA. E’ solo questione di tempo prima che colpisca l’ Europa, ed e’ solo questione di tempo prima che colpisca il mondo. Nessuna specie sfugge ai propri predatori all’infinito, e il predatore di Homo Sapiens potrebbe anche essere grande quanto un virus, non e’ detto che i predatori abbiano artigli e zanne.

Quello che cambia se calcoliamo i rischi e’ che in Europa una simile epidemia puo’ succedere ogni 500 anni, su scala globale probabilmente ne nascera’ una ogni 10-15 anni.

Il problema e’: un paese come gli USA, che ha una sanita’ inesistente, un sistema di protezione civile che consiste nel chiamare la guardia nazionale, cioe’ i riservisti, che non gode piu’ di basse densita’ di popolazione, che non gode piu’ di separazione tra i grandi centri urbani, che rischio corre?

E specialmente, che rischio fa correre a tutti gli altri?

Sia chiaro che gli USA sono un esempio: neanche la Cina ha un vero e proprio sistema sanitario, cosi’ come non ha un vero e proprio welfare. In caso di epidemia, anche in asia la vedrei brutta.

Cosi’, il concetto e’: puoi ridurre il welfare di quanto vuoi. Otterrai una performance migliore a prezzo di un rischio maggiore. Riderai per qualche anno, o forse qualche secolo, fino a quando il rischio non si concretizza.

Poi ti arriva il conto.  Ogni trent’anni. Ogni secolo. Ogni 300 anni, a seconda del rischio che si corre.Ma lo stesso rischio netto ha significati MOLTO diversi a seconda del tempo nel quale lo calcoliamo.

Uriel

(1) Per le epidemie: bassa densita’ di popolazione e grandi centri molto lontani. Per la finanza: abbondanza di risorse e mercato molto differenziato.

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