Struttura, contenuto ed estetica.

George Orwell definiva il bipensiero come “l’uso della parola contro la logica”. Sebbene questa sia la definizione piu’ esatta, quando il solito poser parla del bipensiero, lo definisce sempre in un modo diverso, portando ad esempio “la guerra e’ pace” o qualche altro paradosso, perche’ non vuole affrontare, di per se’, il fatto che il poser sbroccante fa un uso continuo e peraltro in cattiva fede del bipensiero, fatto salvo che lo attribuisce sempre a solo agli avversari politici.

Faccio un esempio. stupido: scriviamo una frase come questa:

Io gatto la pioggia.
E’ possibile affermare che io gatto la pioggia? E’ vero oppure falso che io gatto la pioggia? La risposta e’ che il problema viene molto prima, perche’ non c’e’ alcun predicato. La ragione e’ molto semplice: “gatto” non e’ un verbo. Poiche’ “gatto” non e’ un verbo, posso discutere tutto quello che voglio, ma sto discutendo del nulla: non essendoci un verbo non c’e’ il predicato, e se non c’e’ i l predicato, qualsiasi domanda circa “la frase e’ vera o meno?” diventa indecidibile.
Questo non e’, sia chiaro, un problema di forma. E neanche un problema di contenuto. E’ un problema di struttura.
Se io dico che una proposizione e’ fatta cosi’:
<soggetto><verbo><complemento oggetto> , qualsiasi cosa che NON sia fatta in questo modo NON e’ un predicato. E come tale, non gode di nessuna delle proprieta’ dovute alle proposizioni, cioe’ il fatto di essere vere oppure no.
Allora arriveranno i farlocchi umanisti e mi diranno : ma l’espressione “io gatto la pioggia” potrebbe essere una sperimentazione letteraria con la quale dici che tu sotto la pioggia ti comporti come un gatto.
Faccio notare la malizia e la disonesta’ di questa operazione: io ho detto che quello sia una proposizione, mentre loro parlano di “espressione”. La differenza e’ abbastanza semplice: l’espressione e qualcosa che permette di comunicare qualcosa, ma rinuncia completamente ai requisiti logici. Se qualcuno mi pesta un piede sull’autobus, io posso dire “lei mi ha fatto male” oppure “AHIO”. Sebbene “AHIO” trasporti ugualmente il messaggio, stabilire la verita’ di “AHIO” e’ semplicemente impossibile. E lo e’ perche’ non si tratta di una proposizione: e’ una semplice espressione. Il suo effetto collaterale e’ di informare che io stia soffrendo, ma niente di piu’. sicuramente l ‘effetto collaterale di “AHIO”, sulla persona interessata, sara’ “lei mi ha fatto male”, ma si tratta dell’effetto di “AHIO” su chi mi ascolta, cioe’ di un effetto(“AHIO”, ascoltatore), molto diverso da “<lei><mi><ha><fatto><male>” .
Se io invece dico “lei mi ha fatto male” ho invece pronunciato (in linguaggio naturale) qualcosa come una proposizione. Qual’e’ allora la malizia dell’umanista che pretende “AHIO” uguale a “lei mi ha fatto male”? Di produrre bipensiero. Torniamo al punto di prima:
  1. io pronuncio “io gatto la pioggia”.
  2. Il logico risponde: non mi occupo della verita’ di una frase che non e’ evidentemente una proposizione.
  3. Umanista: ma posso considerarla un’espressione che dice “io mi comporto come un gatto sotto la pioggia”.
Allora voi direte: qual’e’ il problema? Il nostro umanista ha tradotto la cosa in una forma che sembra una proposizione. FALSO: se fate caso alla voce “3”, l’ha definita come “espressione”. Che cosa significa? Significa che il malvagio umanista si sta ancora tenendo FUORI dal reame della logica. Perche’ lo fa? Per la disonesta’ intellettuale che caratterizza gli umanisti dell’ultimo secolo, ovvero un particolare tipo di umanista, che e’ l’umanista politicamente schierato, come vuole la moda dell’ultimo secolo.
Un esempio di questa disonesta’ intellettuale lo vediamo dal cosiddetto “principio di precauzione”. Esso consiste nel dire che una certa quantita’ di rischio sia inestimabile, e poi fa un’affermazione sulla quantita’ di rischio. In pratica, quello che fanno e’ dire che se non sai quanto grande sia X, puoi UGUALMENTE produrre una proposizione logica sulla grandezza di X. Beh, sono spiacente: se per definizione  NON posso avere alcuna idea della dimensione di X, ogni proposizione sulla dimensione di X sara’ indecibidile.
Del resto, il principio di precauzione cosi’ come enunciato significa questo: si abbia un gatto in mezzo ad una strada. Ci sia nebbia. Il gatto, ovviamente, e’ in un grosso pericolo, diciamo un 60% di probabilita’ di morire. Dovrebbe correre sino alla sponda della strada. Ma non vede la sponda della strada, dunque non sa ne’ quanto sia distante, ne’ che pericoli possa correre: dopotutto, potrebbe succedergli di tutto, sulla sponda.
Secondo il principio di precauzione, non potendo stimare il pericolo di muoversi verso la sponda della strada, ma essendo certo del pericolo che corre (60%) di morte in un’ora), il gatto fa bene a rimanere in mezzo alla strada.
Ovviamente noi pensiamo che le cose non stiano cosi’, ma e’ solo perche’ in qualche modo l’esperienza ci dice che sia meglio per il gatto togliersi dalla strada. Se per esempio si trattasse di una mulattiera con 100 metri di strapiombo al margine, l’unico modo per togliersi di carreggiata sarebbe precipitare. E allora il gatto farebbe bene a stare in mezzo alla strada.
Morale della storia: dietro un principio di precauzione che logicamente e’ impossibile da enunciare perche’ afferma la decidibilita’ dell’indecidibile (1) si nasconde una stima forfettaria del rischio, che e’ una stima ideologica.
Quando il farlocco cita il principio di precauzione sugli OGM, per dire, non fa altro che sottintendere che gli OGM abbiano rischi enormi. Poiche’ non ha alcuna evidenza di questo fatto, per dare peso ad una posizione altrimenti arbitraria si nasconde dietro al “principio di precauzione” , la cui applicazione richiede comunque una stima . Poiche’ tale stima sarebbe inevitabilmente ideologica, allora il nostro farlocco alza un bel polverone col “principio di preccauzione”, avendo cura di declassare a “espressione” ogni proposizione, in modo che decidere la sua verita’ o meno sia frutto dell’abilita’ dialettica .
Un esempio di questa malizia e’ il seguente, apparso nei commenti:
Venendo al tuo post, stai dicendo che se mi butto dal 5o piano di un palazzo non meglio specificato, non posso dire che corro più rischi che dal 4o piano dello stesso edificio, perché non ho numeri concreti in gioco? Rischi ignoti quindi inconfrontabili, giusto.
Il gesuitismo insito in questo ragionamento e’ evidente: si discute della situazione nella quale non so nulla dei rischi che corro, quindi a rigor di logica il quarto piano andrebbe confrontato con l’ ennesimo piano, con N sconosciuto. Invece, il furbone piazza due bei numeri “4” e “5” nella discussione. In realta’ si e’ messo FUORI dal caso del principio di precauzione con questo esempio,: con due numeri , io posso ordinarli. E la domanda contiene una valutazione sulla risposta, cioe’ “di che colore e’ il cavallo bianco di Napoleone?”.
E questo modo scorretto e malizioso di procedere e’ proprio la rappresentazione ESATTA del modo di procedere del farlocco: egli piazza la sua valutazione ideologica (un rischio e’ “4” e l’altro e’ “5”) , in una discussione sul principio di precauzione, ove PER DEFINIZIONE uno dei due rischi e’ inestimabile. La piazza in maniera maliziosa, dicendo “palazzo non meglio specificato”, ma sebbene non meglio specificato, ha cura di usare due quantita’ precise, che sembrano falsare le affermazioni che contesta. La prima risposta sensata sarebbe quella di dire che questo esempio NON si riferisca al principio di precauzione, il quale richiede che sia IMPOSSIBILE stimare o avere idea dei rischi in almeno uno dei casi.
Ma le cose non stanno cosi”: non possiamo discutere il principio di precauzione perche’ esso non dice nulla, in quanto predica la decidibilita’ dell’indecidibile.Quindi, sebbene questo discorso sia astuto (quanto in evidente malafede) , la sua validita’ non ci serve, dal momento che e’ il principio di precauzione , cosi’ come enunciato, a dover essere rifiutato in blocco: o decidibile, o indecidibile. Un “principio” che affermi la decidibilita’ di qualcosa definita come indecidibile e’ sicuramente inaccettabile. E’ accettabile come decisione arbitraria, ma in questo modo perderebbe forza: forza per la quale viene  definito “principio”.
In generale, abbiamo a che fare con una serie di espedienti dialettici, tutti volti a sviare l’attenzione delle persone verso l’applicazione di un presunto principio che non e’ nemmeno scrivibile senza finire in un paradosso.
Anni fa, un certo Turing cerco’ di capire se potesse esistere un algoritmo capace di capire se un altro algoritmo finisse o meno. Capace , cioe’, di decidere (uscendo con “true” o “false”) se il nostro algoritmo si trovasse in una situazione di indecidibilita’, ovvero nella situazione di non terminare mai (restituendo, nell’ipotesi, zero oppure uno).
La risposta fu che no, non puo’ esistere alcun algoritmo capace di decidere partendo da una situazione di indecidibilita’, ovvero non puo’ esistere alcuna situazione nella quale possiamo dire “se l’algoritmo A non termina mai (=e’ indecidibile) allora esci con “false” (=e’ decidibile)”.
E cosi’ e’ piuttosto chiaro che cosa vorrebbe essere il “principio di precauzione” : un algoritmo che scelga tra “vero” e “falso” nella condizione nella quale non sia possibile decidere tra vero o falso.
Da qui viene la mia affermazione circa la cattiva fede di chi scrive, visto che chi scrive e’ un informatico: se io gli chiedessi di scrivere un algoritmo che lavori come il “principio di precauzione”, cioe’ un algoritmo che esca con “false”  (NO OGM) se un altro algoritmo (la stima del rischio ignoto) non termina mai, lui mi direbbe che sia un errore logico, per via del teorema di Turing.
Nonostante disponga SICURAMENTE di questa conoscenza, (2) sembra “dimenticarla” nell’enunciare il “principio di precauzione”.
Cosa gli permette di farlo? A parmettergli di fare questo non e’, come dicono molti, la possibilita’ del bipensiero orwelliano di sostenere tesi contraddittorie, perche’ quella di cui parliamo NON e’ una “tesi contraddittoria”, ma piu’ semplicemente una “non-tesi”, o una t”esi vuota”: cio’ che gli permette di operare questa operazione e’ il fatto che il bipensiero non si basa, come diceva orwell, su una neolingua nella quale i vocabili vengono piano piano rimossi dal dizionario.
Nella VERA neolingua i vocaboli non vengono semplicemente rimossi dal dizionario, ma vengono trasformati in “espressioni”. Sia chiaro: non ho niente contro gli strumenti di comunicazione espressivi. Gridare “AHIO” e’ efficace, cosi’ come e’ efficace il bacio, cosi’ come la musica (senza testi cantati) e’ un ottimo strumento di espressione.
Sebbene con la sua notazione formale (le note musicali) la musica rimane una forma espressiva, simile ad “ahio” o a un bacio. Sebbene trasporti un contenuto, sul piano puramente logico non contiene proposizioni, se non come “side effect”. Il problema e’ che il “side effect” e soggettivo, e quindi si presta alla discussione farlocca.
Sicuramente possiamo discutere del “side effect” della musica come espressione, dal momento che ,essendo il side effect soggettivo, esso si presta ad infinite discussioni, che impediranno sempre e comunque di arrivare ad una conclusione definitiva. Siccome l’obiettivo del farlocco e’ di evitare ogni conclusione definitiva, il bipensiero moderno si basa sulle seguenti strategie:
  1. Rilassare i termini , trasformandoli da elementi grammaticali a semplici espressioni.
  2. Una volta ottenute semplici espressioni, trasformarle nella presunta verosimiglianza delle sensazioni ad esse associate.
  3. Discutere all’infinito di tali sensazioni (la sensazione di pericolo, etc)
Non c’e’ nessuna onesta’ in questo modo di procedere, e se da un umanista NON mi aspetto che ci siano le conoscenze tecniche necessarie a discriminare una proposizione notoriamente impossibile (il c.d. “principio di precauzione”) , nel caso di un tecnico che sicuramente CONOSCE i teoremi di Turing una simile diatriba testimonia solo la disonesta’ intellettuale. Non ho altre parole per chi ipotizza un algoritmo principio_di_precauzione(function rischio(OGM)) che decida con quale valore uscire nel caso “rischio(OGM)” non possa decidere con quale valore uscire: disonesta’ intellettuale. Punto.
Di queste disonesta’ intellettuali il mondo dello sbrocchismo e’ pieno: in generale si tratta di trasformare le proposizioni in espressioni che non necessitino (e non rendano possibile) un vero e proprio esame formale, in modo da infilare valutazioni ideologiche sottobanco, e poi discutere della proposizione possibile se si accetta un mix di ambiguita’ ed altro.
Ed e’ qui il punto: ormai al mondo dello sbrocchismo e’ rimasto solo il bipensiero, cioe’ l’uso della parola contro la logica. Il problema e’ che per fare questo hanno bisogno prima di tutto di annacquare e di rendere inaffidabile (trasformando ogni cosa in mera espressione) tutto il pensiero logico. In pratica, l’uso della parola come NEMICO della logica.
Dal momento che queste persone continuano a usare la parola come nemica della logica, al preciso scopo di affievolirla per far passare le proprie affermazioni ideologiche, c’e’ un solo modo per fermare questa cosa: togliere loro la parola.
Perche’ le centomila scimmie che scrivono a casaccio per centomila anni produrranno FORSE  una stupenda opera d’arte, ma sicuramente una montagna di merda, c’e’ un solo modo di fermare il problema: togliere la macchina da scrivere alle scimmie.
Uriel
(1) In ultima analisi, questo principio dice che quando non puoi decidere in nessun modo (perche’ non stimi il rischio) allora c’e’ un modo sicuro di decidere. Il cosiddetto “principio” dice che quando una proposizione e’ indecidibile allora e’ decidibile. Diciamo la verita”: bisogna essere fessi per non vedere il problema.
(2) Non accetto che chi si occupa di informatica NON conosca Turing.