Startup di qui, startup di la’.

In questi giorni tutti i quotidiani sembrano essersi innamorati delle startup. Si direbbe che per un qualsiasi motivo la parola “Startup” li affascini, forse per via della solita cinematografia americana (unica fonte dei giornalisti italiani) , e che gli attribuiscono dei ruoli romantici. Del resto, non e’ possibile parlare di startup senza finire con Bill Gates che inizia in un garage o Jobs che inizia sempre in un garage ,e questo finora permette loro di non parlare di alcuni fatterelli che sarebbe ora di menzionare.

La prima cosa e’ che la startup come la sognano e’ tipica del mondo dell’informatica, e quindi puo’ esistere solo li’. Sicuramente esistono startup anche fuori dal mondo dell’informatica, ma quando si va fuori dal settore ci si scontra col fatto che mentre un programma deve “solo” girare bene e piacere, uscendo dal mondo dell’informatica l’invenzione deve anche funzionare: materiali, processi, ingegneria, eccetera.
I figli del 68 vorrebbero invece proporre un’idea di startup basata sulla fantasia, perche’ alla fine quel che stanno dicendo ai giovani e’ che “inventare” e “fantasticare” siano la stessa cosa. E dicono che avere dei sogni sia “avere dei progetti”.  Allora ho brutte notizie per voi:
  • Avere dei progetti ed avere dei sogni sono due cose MOLTO diverse. “Progetto” e’ una parola che indica una intensissima, sistematica e faticosissima attivita’ scientifica, mentre “sogno” e’ quel che fate mentre vi masturbate. Sogni e progetti non sono la stessa cosa, e coi sogni non andate da nessuna parte. A parte masturbarvi, ovviamente.
  • Le invenzioni e la fantasticherie sono due cose diverse. Inventare e’ un processo faticosissimo che richiede competenze, lavoro, disciplina logica, calcoli, professionalita’. Fantasticare puo’ farlo qualsiasi coglione, ed e’ essenzialmente un’attivita’ che non porta da nessuna parte, a meno che non scriviate libri.
La vulgata attuale, che spinge chiunque abbia un sogno o una fantasticheria a fondare una startup o ad aderirvi, e’ la solita trappola mangia-disoccupazione, ovvero “teniamoli impegnati in una ruota per criceti per qualche anno, cosi’ non risultano nel conto dei disoccupati”.
E’ vero, esistono i geni creativi che sono fuori dallo schema. Ma ne esistono uno-due per secolo. Avrete un Gates o un Jobs, magari un Bezos o un Zuckemberg, ma non vi illudete di poterne produrre milioni. Si tratta di operazioni gia’ viste: tempo fa la parola chiave fu “anche tu imprenditore”, col che migliaia di giovani fecero debiti a sfondarsi, aprirono la loro attivita’, e dopo 3-4 anni fallirono miseramente divorando patrimoni che le loro famiglie avevano accumulato in decenni.

Oggi i giornali vi dicono “anche tu startup”, e sperano cosi’ di alimentare un fenomeno simile.

La disoccupazione non e’ aumentata poi molto. Quello che e’ successo e’, in molta parte, e’ che sono morti moltissimi “parcheggi”, e’ morta moltissima finta occupazione. Le iscrizioni all’universita’ sono crollate e quelli che prima “studiavano” oggi sono disoccupati. La moda “anche tu imprenditore” e’ finita, e tutti quelli che prima avevano il solito piccolo marcescente negozietto, o franchising, e vivevano di credito bancario, oggi sono classificati come “disoccupati”. Oggi, i media stanno cercando di creare una nuova bolla, per togliere dalla lista dei disoccupati molti giovani: “crea una startup anche tu”. E siccome sembra quasi di essere occupati, allora forse sperano che -almeno per qualche anno- i numeri cambino.

Alcuni mi chiedono se conviene aprire una startup nell’ IT. La prima domanda sara’: che cosa chiami “IT”? Se parliamo di hardware, beh, una startup deve avere un bel pochino di soldi per iniziare. L’hardware non si inventa. A meno che non vogliate diventare l’n-esimo produttore di lettori mp3 economici, o di mouse senza marca. Roba che dura poco.
Allora penserete al mondo del software. Oh, fate pure.
Avete notato che in Europa non esiste una Microsoft? Avete notato che la sola azienda davvero capace di scrivere qualche software diffuso, cioe’ Nokia, ha potuto brevettarlo solo come parte del cellulare e non come software?
Allora, fate pure la vostra startup del software. Inventate pure qualcosa di nuovo. Aha. Dopo qualche giorno scoprirete che un tizio americano lo ha brevettato negli USA. E che se soltanto osate continuare con la vostra attivita’, siete semplicemente fottuti.
Negli USA, cosi’ come in alcuni settori in UK -ma non estensivamente come negli USA- il software e’ considerato come parte integrante dell’hardware, che e’ brevettabile. In teoria nemmeno negli USA il software e’ brevettabile da solo, ma con alcuni artifizi si e’ fatto in modo che l’hard disk che contiene un software specifico sia da considerarsi un dispositivo fisico nuovo, perche’ esso svolge una funzione nuova, e che la cosa valga anche per il calcolatore. In Uk questo si applica solo a processi industriali, mentre negli USA questo si applica a qualsiasi software.
In Giappone invece il software e’ brevettabile ipso facto, cioe’ l’algoritmo in se’ e’ tutelato da brevetto anche se non gira su un calcolatore, ma solo se puo’ farlo.
In UE invece c’e’ un ufficio che considera brevettabile solo il processo industriale: significa che se fate un nuovo sistema automatico per la stampa di plastiche ed esso usa un software, allora il software potete brevettarlo come parte del nuovo sistema di stampa per le plastiche.   Ma attenzione, perche’ se ve lo ciulano per farci un sistema di lavorazione del legno, siete fottuti.
Adesso, cari geniacci, andate a guardare dove stanno i colossi: i videogames in Giappone ed USA, la programmazione finanziaria in UK, USA e Giappone…. non trovate una strana correlazione?
Allora, non vi illudete: anche se Volunia avesse trovato qualche fortuna, sarebbe stato facilissimo per aziende USA , Giapponesi o inglesi ciulare l’algoritmo e brevettarlo.  Qualcuno allora mi parlera’ dell’ OpenSource, ma temo che anche in questi settori l’ignoranza regni sovrana. Linux e’ un trademark registrato a Torvalds Linus, Unix e’ di proprieta’ di un consorzio che fa pagare il codice, BSD e’ di Berkley, la licenza MIT e’ appunto del MIT, e cosi’ via: se pensate che i diritti commerciali e la fruibilita’ concidano , siete fuori strada.
E cosi’ torniamo al punto di prima: no, se fate una startup per fare videogiochi , diciamo che inventiate un nuovo motore di rendering, un giapponese ve lo copiera’ e poi lo proteggera’ con la legge giapponese. O lo fara’ un americano.
Un Jobs in UE non poteva nascere per la semplice ragione che qualsiasi cosa avesse fatto col software avrebbe dovuto brevettarla come parte dell’hardware -e faccio notare che nel caso di Apple e’ possibile perche’ gira su hardware dedicato , ma Microsoft non poteva , per dirne una – ma nel caso qualcuno avesse preso qualche idea per farci cose diverse, non avrebbe potuto farci quasi nulla.
E sino a quando queste catastrofiche discrepanze nel sistema dei brevetti perdurano, non avrete mai ne’ una Microsoft ne’ una Apple in Europa. E neanche una Amazon: Bezos ha tentato di brevettare in Europa uno dei suoi sistemi per la gestione delle vendite online, e la commissione europea per i brevetti ha rifiutato il brevetto.
Questo significa che se aziende che hanno brevetti negli USA si scontrano in tribunale su un tablet o su un prodotto come un telefono, potranno ottenere giustizia anche in EU, ma solo per quanto riguarda l’oggetto su cui gira il software. Se invece la vostra invenzione non e’ legata ad  un hardware specifico, potete solo andare in USA, Giappone, e a volte in UK – ma solo se si tratta di sistemi per la gestione di processo industriale.
So benissimo che questo mi attirera’ tutta una vulgata di sbroccotronici addosso, ma tanto le parole non possono nulla sui fatti, e no, una Microsoft o una Apple in UE non le avete. Dite quel che volete, e la mia risposta sara’ “eppur si muove”. Avete avuto Nokia perche’ Symbian veniva venduto sempre col telefono e formava un oggetto brevettato insieme al telefono.
Questo non vale solo nel mondo del software, ma in generale la legislazione UE nel mondo dei brevetti e’ carente, macchinosa e richiede tempi geologici. Se pensate di avere successo con un’idea , avete sbagliato posto. Del resto, non appena si prova a fare qualcosa, scendono in piazza gli attivisti, che come al solito sono contrari a qualsiasi cosa possa far guadagnare le malvagie aziende che vivono per il profitto. Senza ricordare che una startup E’ a tutti gli effetti una malvagia azienda che vive per il profitto,  e quindi combattendo le malvagie aziende EUROPEE che vivono per il profitto, non fanno altro che aiutare le malvagie aziende AMERICANE che vivono per il profitto.
E cosi’, la mia domanda torna quella: davvero credete di poter mettere a frutto una cosa, diciamo un’idea, se non esiste una adeguata legislazione a proteggervi, dal momento che nessuno nota che la “startup che nasce con un’idea in mente” non e’ altro che la “malvagia azienda che vive per il profitto”?
Nella mente di chi lotta di continuo per le questioni legate ai brevetti del software, c’e’ una strana disforia:
  • La startup e’ vista come un mito, di azienda di giovani entusiasti che vivono di aria e finanziamenti di improbabili fondi, e per un qualche motivo la vedono come un’azienda SENZA FINI DI LUCRO.
  • Poi ci sono le malvagie multinazionali che invece hanno fine di lucro, e siccome ce l’hanno non devono vincere MAI, e quindi qualsiasi tutela della brevettabilita’ del software e’ da rigettare.
La cosa che questi farlocchi non capiscono e’ che le due aziende COINCIDONO. Le startup nascono per fare soldi, diventare multinazionali e vivere di profitto. E se sabotando le seconde credono di aver salvato le prime, ovviamente hanno fallito: non c’e’ modo di favore le prime senza favorire anche le seconde, per la semplice ragione che le seconde sono state, in qualche momento , le prime.
Insomma, vediamo cosa vi stanno chiedendo oggi:
  1. Vogliono che voi apriate un sacco di aziende , dette startup. Serve a creare qualche bel dato tipo “in crescita il numero di aziende, la crisi verso la fine”. Scena gia’ vista coi franchising.
  2. Vogliono che voi vi dedichiate ad ogni bislacca idea che vi viene in testa, credendo che questo sia un lavoro. Cosi’, tra qualche tempo diranno “e’ aumentata l’occupazione”. Scena gia’ vista con la mania delle partite IVA e dell’ “anche tu imprenditore”.
  3. Vogliono che voi buttiate sul mercato le vostre idee, ben sapendo che nella stragrande maggioranza dei casi vi scontrerete con un cartello e dovrete cederle per un tozzo di pane, oppure perderete qualche patent-war.
Questa e’ la solita minchiata che si usa per migliorare i numeri senza cambiare l’economia. In realta’ perche’ esista una vincente realta’ delle startup occorrerebbe, e questo in tutta la UE (Non solo a Darmstadt, tanto per dire):
  1. Una adozione di un sistema di brevetti serio per il software.
  2. Una adozione di un sistema di consulenza serio per i brevetti in genere.
  3. Una legislazione fiscale seria per lo spin-off.
Sinche’ non succedera’ questo, “startup” e’ come “franchising” , come “freelance”, e’ come “master” o come “laurea per tutti” e come tutte le minchiate inventate nel tempo per vendere un disoccupato facendo credere alle statistiche che stia lavorando, o perlomeno che non sia un disoccupato.

Si tratta solo di una nuova varieta’ di fuffa.

Uriel