Negozietti.

Riprendo a postare nel 2011, e inizio rispondendo ad alcune persone “scandalizzate” per il mio post (di fine anno) sui negozianti. A sentire loro, i negozi in Italia vanno bene cosi’ ed e’ giusto che si tratti di una posizione di rendita. Il che, onestamente, non e’ quel che penso, anzi. Aggiungerò una storia che ho sentito raccontare durante le mie ferie italiane, alla fine, per spiegare un pochino quel che sta succedendo.

Innanzitutto, come al solito, preciso cosa intendo per “posizione di rendita”. Una posizione di rendita e’ una situazione (lavorativa, ma anche no) che continua a fornire un determinato reddito semplicemente fornendo come sforzo lavorativo l’ordinaria amministrazione.

“Avere il posto fisso” e’ un’operazione di rendita se il posto fisso non richiede altro che ordinaria amministrazione, ovvero se non richiede di fare corsi di aggiornamento, di modernizzarsi, di studiare ancora, ma semplicemente di recarsi al lavoro. Affittare appartamenti e’ un’operazione di rendita se gli appartamenti non vengono migliorati o ammodernati perche’ valgano di piu’, o se non li si rivende per comprare (unendo i soldi dell’affitto incassato) altri appartamenti piu’ redditizi. Avere un negozio e’ un’operazione di rendita se non si mettono da parte soldi per comprare un negozio piu’ grande, per espandersi e aprirne altri, eccetera, ma ci si limita ad alzare la saracinesca al mattino e abbassarla la sera.

La storia dei negozianti italiani nel dopoguerra e’ stata guidata da un numero ristretto di fattori:

  1. I cosiddetti “hinterland” sono cresciuti senza ritegno. Anziche’ darsi dei limiti e verticalizzarsi, le citta’ italiane divorano territorio. Questo produce sempre piu’ superficie abitata, sempre piu’ strade,e  quindi sempre piu’ spazio per nuovi negozi. Anziche’ creare una sana competizione per gli spazi, cioe’, si e’ dato spazio, e ancora spazio,e  ancora spazio, per i nuovi negozi.
  2. La gran parte dei negozi, legata ad un modello costosissimo di “licenza”, e’ diventata attivita’ ereditaria. Un negozio “avviato” e’ l’equivalente di un posto fisso. Escludendo la necessita’ di crescere comprando un negozio piu’ grande/migliore, che richiede capacita’ imprenditoriali, spesso i negozianti ragionano come ragionano tanti dipendenti statali: ho il posto fisso garantito.
  3. L’urbanizzazione progressiva ed il boom economico degli anni ’80 hanno dato ai negozianti sempre piu’ fatturato a fronte di nessuno sforzo. Il negoziante non aveva bisogno di crescere , di comprare un negozio in posizione migliore o piu’ grande. Mano a mano che la citta’ cresceva, si trovava sempre piu’ vicino al centro e comunque in una zona sempre piu’ densamente popolata. Il negoziante si e’ abituato a NON essere un imprenditore.
  4. A questa cricca di negozianti si e’ aggiunta la nuova crosta di nuovi negozianti. Molti dei quali parenti di altri negozianti, capaci quindi di orizzontarsi nella burocrazia, altri semplicemente delle semplici fotocopie di negozi esistenti: se esiste “la boutique della poltrona” , noi apriamo “l’atelier del salotto” e vendiamo esattamente la stessa cosa.

Il risultato e’ che siamo l’unico paese al mondo nel quale il 90%, o quasi, dei primi piani di ogni palazzo di ogni citta’ e’ fatto da negozi. Persino nelle palazzine residenziali si sono riciclati i garages per farci altri negozi. Anche all’estero nei centri storici e nelle zone commerciali e’ tutto un negozio. Ma parliamo del 40%-50% dello spazio al primo piano, non dell’ 80%-90% delle aree urbane.

Questo, ovviamente, rende i negozi molto fragili. La necessita’ di rimanere piccoli, e la mancata determinazione ad espandersi, fanno si che il loro magazzino sia piccolo. Siccome hanno un magazzino piccolo, tendono a stiparci solo le cose che si vendono di piu’ . Ma le cose che si vendono di piu’ sono uguali per tutti, con il risultato che non solo c’e’ poco valore aggiunto, ma c’e’ anche poco assortimento.
Se io ho bisogno di qualcosa in ferramenta, per prima cosa vado alla ferramenta piccola vicina a casa. Se non trovo quel che voglio li’, non provo nemmeno a cercare nelle altre ferramenta vicine: essendo tutte delle stesse dimensioni, terranno tutte le cose che si vendono di piu’, e quindi se una non ha quel che cerco, nessuna nel raggio di 35 km ce l’ha, e devo andare a Bologna da Leroy Merlin o da altre grosse ferramenta.

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Qualcuno ha detto “grosso”?

Il primo problema, cioe’, di una vendita al dettaglio TROPPO parcellizzata e’ che l’assortimento e’ minimale, mainstream, e specialmente non varia da negozio a negozio. Questo crea di fatto un cartello che blocca ogni concorrenza. Qual’e’ il valore aggiunto di A,B,C, se A,B,C li ha ogni negozio, esattamente allo stesso modo? Il prezzo.

Ma neanche il prezzo puo’ variare piu’ di tanto, visto che il negozio non si fa pubblicita’, ergo si affida a marchi che curano la propria pubblicita’. Raramente troverete prezzi davvero “concorrenziali”, se ci riferiamo a cose “di marca”.

Tolta la selezione della merce, che avviene solo nel senso di scegliere sempre e solo il best seller, che cosa dovrebbe rimanere ai negozi?

Rimarrebbe il “vantaggio” del contatto umano, e tutte le cose che si tirano in ballo quando si vorrebbe millantare la superiorita’ del negozio sotto casa , ma il problema e’ che non abbiamo piu’ a che fare con negozianti: abbiamo a che fare coi loro svogliati figli/nipoti, che hanno ereditato il negozio come rendita vitalizia, o con dei personaggi che hanno aperto il negozio per avere un posto fisso, un lavoro fisso che renda loro un minimo con il minimo sforzo.

Non faranno mai assistenza su quel che vendono perche’ richiede di essere aggiornati, faticano a spiegare perche’ non sono competenti, tanto la gente in negozio ci entra lo stesso per via della sua posizione , faranno orari da ufficio (in fondo il negozio e’ il surrogato del lavoro d’ufficio che hanno sempre cercato), e molto spesso non saranno neanche in negozio, abbandonato a qualche commesso/a.

Ovviamente esisteranno delle eccezioni, ma un 60% buono dei negozianti e’ esattamente come lo descrivo.

Si potrebbe fare lo stesso discorso nel mondo della ristorazione, delle pizzerie, dei ristoranti, delle trattorie. Qual’e’ il problema di questi negozi? Il problema di questi negozi e’ di non essere dei negozi, bensi’ dei posti fissi nel mondo del commercio.

I quali sono battibilissimi dal mondo della grande distribuzione. Sia chiaro, Mac Donalds non fa del gran cibo. Eppure, supera il 70% delle trattorie italiane. Non ci credete? Girate per trattorie e vedrete: cucine in condizioni igieniche pietose, quantita’ di grassi spaventose , frigoriferi penosi, qualita’ casuale. Certo esiste un 30% di ristoranti che supera il livello del Fast Food, ma nella media siamo SOTTO questo livello.

Qui c’e’ la bestemmia principale: Mac Donald’s , lavorando sui grandi numeri dell’industria, fornira’ sicuramente un livello di qualita’ standard che sara’ inevitabilmente nella media, come ogni processo industriale. Ma almeno c’e’ un livello di qualita’ standard: fuori da Mc Donalds, e sarebbe ora di dirlo, tale livello non e’ garantito, e potrete mangiare cose che dovrebbero portare in carcere chi le serve senza passare dal via.

E’ vero che un ristorante o una trattoria, se ben tenuti, possono superare facilmente la qualita’ di Mac Donald’s. Ma e’ semplicemente un fatto che il 70% dei ristoratori NON lo fa. Se mangiate per ristoranti e trattorie come capita a me che faccio il trasfertista, in Italia troverete si e no un 30% di cibo di qualita’ decente , e un 70% per il quale farei volentieri il cambio con Mac Donald’s. Carne scadente, tagliata male, cucinata peggio. Paste inadatte all’uso industriale, poi cucinate in maniera industriale e tenute vive mediante aggiunta di grassi. Grassi surriscaldati. Sapore di dado ovunque. Salsa di pomodoro cotta.

Lo stesso dicasi per il servizio offerto dai negozianti. Solo pochissimi negozianti riescono a darvi di piu’ rispetto ad un normale supermercato: essi sono riforniti delle stesse marche, ma in assortimento minore, con meno personale, meno preparazione, e quasi sempre meno investimenti.

Il risultato e’ la distesa uniforme di attivita’ asfittiche che vediamo, e la crescita del mondo degli shopping centers: il valore aggiunto e’ evidente solo nel fatto ci concentrare in un luogo solo molte attivita’, e come se non bastasse c’e’ un volume di clienti che spesso permette anche ai negozi dentro i centri commerciali di tenere prezzi inferiori.

Qui andiamo alla storia che vi avevo promesso. Un inglese ha una catena di pub in mezza Europa ,   e desidera di aprire a Bologna, per la precisione in un comune limitrofo appena inglobato dalla citta’ ma ancora indipendente. Intende aprire pero’ un pub come quelli che ha a spasso: un posto molto ampio, con quasi un centinaio di tavoli, una decina di persone a servire, in modo da fare alti numeri sulla birra, e tenere quindi i prezzi bassi.(1)

Non appena si viene a sapere nel circondario che sta per aprire un pub della catena XYZ, succede l’incredibile. Innanzitutto, iniziano a fioccare le petizioni contro il rumore che sicuramente ci sara’, gli schiamazzi che sicuramente ci saranno, eccetera. Il tutto perche’ i piccoli pub che gia’ esistono non possono pagare un servizio di security che tenga sgombro il marciapiede all’ingresso, e quindi producono ragazzini molesti e rumorosi. Inoltre, i piccoli pub non possono insonorizzarsi piu’ di tanto , mentre il capannone del nostro amico puo’.

Ma tant’e’, arrivano le petizioni. Le quali “casualmente” sono appese in tutte le birrerie della concorrenza, ma ovviamente e’ un caso, giusto?

Tutte queste petizioni arrivano in comune, e si decide che il malvagio britanno non va bene. Il nostro eroe fa tutte le domande , quelle che dopo 30 giorni danno il silenzio assenso. Per ben 8 volte, il 29esimo giorno arriva la richiesta di verifica di qualche particolare del locale. Il nostro eroe deve ritardare di otto mesi l’apertura. Nessuno dei piccoli locali circostanti ha i medesimi requisiti che vengono chiesti al nostro eroe, il quale li visita uno ad uno. Evidentemente a loro le verifiche non sono mai state chieste.

Ma andiamo avanti, e piano piano il nostro eroe arriva all’apertura. Apre alla grande: ottanta e rotti tavoli piu’ sale da biliardo, dodici persone a servire tra bancone e tavoli, prezzi molto bassi per via dei volumi che intende fare,e  che fara’, anche se per poco.

La prima sera, arrivano i carabinieri per otto volte. Il locale e’ troppo rumoroso. I carabinieri stessi faticano a trovare il locale, dal quale non esce alcun rumore, ma per otto volte ricevono chiamate da gente che lamenta il rumore. L’ultima pattuglia arriva dopo che il nostro eroe, sfinito dall’andirivieni di persone in divisa, spegne la musica. Ancora musica troppo forte.

Quando ormai i carabinieri, i vigili, la polizia rifiutano di andare a chiedere ad un tizio che NON ha la musica accesa di abbassare la musica, arriva puntuale la rissa. Un gruppo di persone arriva li’ bella bella, poi se ne aggiunge un’altra, e infine guarda caso si scatena la rissa.Guarda caso nessuno tra le teste calde si fa mai male, e la polizia arriva sempre subito, ma loro fanno casino, poi dimenticano che si stanno picchiando e se la filano in tempo utile. Ma qualcuno ha comunque chiamato la polizia, e quasi mai e’ un avventore  del locale.

Alla seconda “rissa tra ultra’” che non lascia gente a terra ma fa arrivare la polizia, il nostro eroe assume un servizio di security. Le “teste calde” vengono riconosciute con occhio professionale e tenute fuori dal locale, e quando vengono malmenate si scopre (dalla denuncia) che in mezzo c’era anche il figlio di uno dei gestori di un locale concorrente. La security sa fare il suo lavoro, ha messo il cartello “pavimento bagnato” prima di menare, e quindi finisce tutto come al solito, “e’ scivolato e si e’ fatto male da solo”. Ma la seccatura esiste.

A quel punto iniziano gli spaccini. Spaccini strani, perche’ anziche’ vendere la droga la dimenticano nei bagni. E lo fanno in maniera cosi’ rumorosa da far arrivare la polizia. La quale sa, ovviamente, che nei bagni e’ stata vista della droga. Poiche’ per cattive frequentazioni un pub puo’ venire chiuso, il nostro eroe si munisce di persona di servizio che pulisce-e-sorveglia in tempo reale i bagni. In ogni caso, si tratta di bustine di boro talco, quel tanto che basta per farti abbassare la saracinesca per una serata.

Il nostro eroe e’ durato tre settimane, e si e’ arreso quando e’ arrivato puntuale il furto con scasso, nel quale sono spariti i registratori di cassa, classico regalo che l’ Italia fa ai negozianti malvoluti e che la polizia chiama “furto su commissione”.

Che cosa stava succedendo? Succedeva che Bologna (citta’ gia’ poco dedita alla concorrenza per via delle sue dimensioni storicamente piccole) era terrificata dall’arrivo di qualcuno che facesse prezzi bassi lavorando su grandi numeri. Siccome sono tutti piccoli locali asfittici che vivono con l’acqua alla gola, e riescono a rimanere aperti solo tenendo un cartello con prezzi folli, hanno usato tutti gli strumenti a disposizione per “fermare l’ invasore”.

E’ lo stesso motivo (e lo stesso trattamento) che Starbucks teme di ottenere aprendo in Italia: (2) sanno benissimo che si troverebbero contro l’intera mostruosa lobby dei baristi, con tutte le possibili cattiverie , astuzie, mazzette, amicizie che gli si possano rivoltare contro. Lo stesso vale per catene come Maredo (3), per chiunque altro voglia lavorare sui numeri per tenere prezzi piu’ bassi.

Tuttavia, come ogni guerra d’attrito, essa puo’ rallentare il nemico ma non fermarlo. Se tu non permetti a gente che lavora sui numeri di farti il ristorantone che si basa sui numeri, che succede? Che IKEA ti apre il ristorante svedese. Succede che ti apre un ristorante dentro Esselunga. Che la Coop ti diventa centro commerciale e offre uno spazio ad un ristorante. Poi ad un bar. E prima o poi, arrivera’ anche lo Starbucks della situazione.

Succede che arrivano i mac Donald’s , i quali piano piano dall’hamburger ti passano all’insalatona. Poi iniziano con le paste. Quanto manca ai secondi veri e propri?

Il problema e’ che il mercato non tiene conto del fatto che voi diciate qualcosa. Potrete dire che Mac Donald’s di qui e di la’, e che fa schifo. Ma se NEI FATTI il 70% dei ristoranti fa ancora piu’ schifo di Mac Donald’s , cosa che e’, il risultato sara’ che la gente entrera’ da Mac Donald’s e non lo vedrete chiudere. Se davvero Mac Donald’s facesse piu’ schifo di TUTTI i ristoranti italiani, non entrerebbe alcun cliente. Ma il problema e’ che le cose non stanno cosi’.

Adesso stanno arrivando i negozi degli extracomunitari. Che non fanno orario d’ufficio. Oh, che bello, esco dall’ufficio e vado a comprare le cose che mi servono nel negozio dei pakistani, mentre i negozi degli italiani sono tutti chiusi. Un brutto colpo, per quei negozianti che fanno orario d’ufficio pensando che il posto in negozio sia un posto fisso.

Quello che non si riesce a capire e’ che la concorrenza in qualche modo arriva. Un Kebabbaro medio vende molti piu’ pasti/giorno di una trattoria. Ma tiene aperto di piu’ e non vede l’ora di aprire un negozio piu’ grande, cosa che fa spesso. E costa meno. (Doner Kebab e’ una catena enorme, per capirci, non un negozietto).

In ogni caso, tra gli shopping center e i negozi stranieri, anche il mondo dei negozi e’ destinato a ridimensionarsi, a mio avviso di qualcosa come il 50%. Uno su due.

Un negozio dentro uno shopping center ha molto piu’ passaggio e puo’ fare numeri maggiori, con prezzi quindi piu’ bassi. Un ristorante dentro uno shoppin center (come capita a Bologna con la meridiana, per fare un esempio) puo’ fare numeri molto piu’ grandi, il che unito ai margini del mondo del catering gli permette prezzi inferiori.Questa operazione di consolidamento degli spazi commerciali regola e regolera’ sempre di piu’ l’anomalia, l’abnormalita’ italiana, cioe’  le citta’ ove il primo piano di ogni fottuto stabile sono una fila di negozi, tutti uguali, e se non e’ l’atelier del salotto e’ la boutique della poltrona , e se no e’ la maison del divano.

Il mondo del commercio italiano, crisi o non crisi, sta andando incontro ad una forte dose di realta’, dopo decenni di rendita e di fancazzismo privo di vera concorrenza. Ovviamente, la visuale ristretta del negoziante impedisce questa visione, e tutta la colpa si da’ alla crisi o al governo, ma la pura e semplice verita’ e’ che un paese abnorme e distorto sta tornando alla normalita’, e nel fare questo prima o poi arriva il conto a chi ha vissuto di rendita su uno sviluppo urbano abnorme e un mercato immobile ed ingabbiato.

Personalmente non ho idea di che cosa possa andare a fare un tizio che eredita la “boutique del divano” e se la vede chiudere perche’ ad un certo punto una catena di mobilifici gli apre in citta’. Avrebbe dovuto evolversi anni prima, e diventare LUI il mobilificio, che invece magari arriva dall’estero (come IKEA. Per quale motivo in Italia si fanno mobili ovunque e non ci sia un IKEA italiano e’ proprio la misura di quanto l’azienda sia una forma di rendita: non crescono. Crescere e’ fatica, e la voglia di lavorare non casca dal cielo).

In ogni caso, credo che nei prossimi anni un 5-10% di disoccupazione aggiuntiva ce lo beccheremo semplicemente dai negozi che chiuderanno per via del consolidamento (inevitabile e salutare) del commercio al dettaglio.

Quindi, se avete un negozio, i casi sono due: o avete liquidi per ingrandirvi, o li state raccogliendo per ingandirvi, e in quel caso avete un progetto imprenditoriale serio, oppure vi aspetta una vita di debiti e delusioni. Perche’ prima o poi arrivera’ qui in Italia lo Starbucks  del vostro settore. E allora dovrete proprio batterlo. E non solo a parole.

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Proprio cosi’!

Uriel

(1) a Bologna il prezzo della birra nei pub e’ cosi’ alto che ti viene da rispondere alla cameriera “no, il pompino no, basta la birra”. Non pretendo sia come qui in Germania dove pago 0.95 una Alt e 2.50 una weissbier , pero’ una stupida paulaner non dovrebbe nemmeno costarmi quanto la deflorazione  anale di Ruby Rubacuori, ecco tutto.

(2)Starbucks e’ , come servizio e come ambiente, infinitamente migliore di qualsiasi cosa sia il miglior bar italiano che possiate conoscere. Tralasciamo anche la Wifi gratuita, tralasciamo la possibilita’ di leggere un libro in pace ai tavoli, tralasciamo pure il fatto della quantita’ enorme di cose che potete bere e mangiare, tra cui le cheesecake …. no, non tralasciamo proprio un cazzo, e’ proprio quello che lo rende strafico. E no, dentro Starbucks (almeno quelli che visito io) c’e’ anche la macchina per l’espresso, con la quale potete chiedere un caffe’ espresso come quello italiano. In quello che trovo in AltStadt, per dire, potete anche scegliere il tipo di caffe’ che volete.

(3) Lo starbuck della bistecca, della T-Bone, della fiorentina, chiamatela come volete.

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