Marketing esistenziale.

Il post precedente, riguardo al fatto che l’italiano si sopravvaluti, e’ uno spunto interessante perche’ mostra come questa sopravvalutazione sia in ultimana analisi un calmiere sociale. Intendo dire che quando le persone di una popolazione si supervalutano, tendenzialmente non si ribellano di fronte a sacrifici che creerebbero delle sommosse in qualsiasi altra popolazione. In altre parole, il narcisismo personale e’ una forza di controllo sociale.

Prendiamo una persona. Diciamo che ha un lavoro, ma non sa fino a quando di preciso. Diciamo che guadagna quel tanto che basta per pagare il mutuo, perche’ per tutto il resto ci pensa la moglie che fa pulizie ad ore nelle case. Diciamo che la sua casa e’ un bilocale fuori da un quartiere gia’ periferico della citta’ e vendutogli in fretta e furia. La sua auto e’un’ utilitaria e non ha risparmi.

Come lo definireste? Sicuramente, descritto in questo modo, lo definireste “povero”. Sicuramente e’ alla base della catena economica e sociale, ha un futuro incerto, ha solo debiti, vive in un luogo indesiderabile, eccetera. Siete sicuri? Perche’ non andate a chiederglielo?

Se appena appena andate a chiederglielo, vi rispondera’ che e’ “ceto medio”, o “abbastanza benestante”. Voi direte: ma no, e’ evidentemente povero. Allora, operiamo circa come opera il suo narcisismo:

  • Prendete il suo bilocale edificato in otto mesi , fuori dalla periferia urbana , e chiamatelo “prestigiosa villetta bifamiliare a due passi dal centro, circondata dal verde, a soli 50 metri dalla fermata dei mezzi”.
  • Prendete la sua automobile e dite che ha “personalita’”, che e’ un best buy, che l’azienda che la fa e’ la prima al mondo per investimenti in ricerca e sviluppo, ditegli che e’ “potenza pura”. Anziche’ “utilitaria” chiamatela “city car”.
  • Prendete il suo lavoro, e anche se e’ un lavoro di merda costringetelo ad andarci in giacca e cravatta, ad andare al briefing coi clienti, a “comprendere la sua importanza”, a “condividere gli obiettivi raggiunti”. Definitelo “imprenditore di se’ stesso”.
  • Prendete la mezza giornata che la moglie riesce a rimediare per un’impresa di pulizie e chiamatela “part-time”. Fate uscire la moglie di casa vestita alla moda, “per non sembrare una stracciona”.
  • Vendete a tutti paccottiglia  elettronica spacciandola per uno status symbol.(1)

Che cosa avete ottenuto? Avete ottenuto di alimentare la finzione , ovvero di consentire al nostro eroe di credersi “abbastanza benestante” se non “ceto medio”, quando la definizione esatta del suo stato sarebbe “povero”.

Grazie a tutta l’operazione di marketing esistenziale (chiamare ogni cosa con un nome che suoni meglio) il nostro eroe riesce a rimarcare la propria esistenza, falsando il bilancio della propria vita: il nostro eroe e’ coperto di debiti, non ha un vero lavoro , ha una casa da proletario in una zona indesiderabile sperduta nell’hinterland, fa di conseguenza una vita di merda.

Ma il marketing esistenziale gli permette di vedere se’ stesso come se fosse “ceto medio” o “abbastanza benestante:, dimenticando che tra quello che e’ (povero) e quello che pensa di essere (cento medio) manca ALMENO uno zero alla voce “reddito”, un vero lavoro, duecentomila euro in meno di debiti, qualche risparmio per la vecchiaia, qualche consumo voluttuario o culturale/ricreativo.

Di questi poveri, in Italia ce ne sono a milioni. Ognuno di loro semplicemente rifiuta categoricamente l’idea di essere povero. Ognuno di loro vive in un mondo immaginario nel quale e’ ricco, intelligente, colto, e vincente. Poiche’ non ha nessuna intenzione di ammettere di essere povero, e considera un attacco alla sua persona qualsiasi tentativo di fargli riconoscere la realta’, non si riconoscera’ MAI nella categoria di quelli che hanno bisogno di lottare dalla parte dei poveri.

Un partito come il PCI , che dichiarava (ed era orgoglioso di) rappresentare i “lavoratori”, quando “lavoratore” significava “povero”, oggi non ha senso, per la semplice ragione che nessuno ammette piu’ , tantomeno in pubblico, di essere povero.

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Guardarsi allo specchio e vedersi ricchi a soli 6.99 Euro.

Ma l’effetto destabilizzante e’ quello della solitudine, ovvero del fatto che non puoi fingerti ricco per molto, se permetti alla gente di avvicinarsi a te. Se ti limiti a mostrare il vestito quando esci per andare al lavoro, torni a casa e ti chiudi in casa con la famiglia, e tutto cio’ che spendi lo spendi a beneficio di chi ti osserva quelle tot ore che passi fuori di casa (il minimo indispensabile), probabilmente riuscirai a far vedere un tizio che se ne va al lavoro con la sua scattante “city car”, in giacca e cravatta, parla al telefonino di cose fichissime, e quindi e’ proprio come si immagina.

Il problema e’ che per una persona di ceto medio la casa, l’auto, il cibo, il vestito, sono beni primari che stanno sotto il 50% del reddito.Significa che per queste cose si usa il 50% del reddito, e il resto si spende per altri beni.

Cosi’ la persona di ceto medio puo’ invitare gli amici una sera per una serata , che so io, di cucina thailandese. Perche’ gli va. Puo’ cioe’ andare oltre. Il nostro eroe, invece, spende il 100% del reddito per i beni primari. Grazie ad una scelta oculata di tali beni ha gli stessi beni primari (o un abile marketing lo fa illudere di averli) di una persona di ceto medio. Ma deve letteralmente NASCONDERSI in casa per tutto il tempo rimanente, quello che il ceto medio impiega per attivita’ di relax/relazioni sociali/eventi culturali/sport.

Cosi’ il nostro eroe non puo’ quasi mai invitare qualcuno  a casa. Si vedrebbe che in ultima analisi NON e’ “ceto medio” come dice. Non puo’ consentire a nessuno di sapere troppi dei cazzi suoi, perche’ si vedrebbero le capriole che fa per arrivare a fine mese.

Coltivare un’immagine sopravvalutata di se’ implica, impone e richiede l’annullamento della vita sociale. Soltanto dentro le mura domestiche il nostro eroe puo’, contando su una simile patologia della moglie, coltivare la propria illusione di grandezza. Lo stesso dicasi degli amici: un club del pompino reciproco nel quale ognuno finge di credere nella grandezza altrui , ricevendone in cambio la stessa illusione di essere creduto.

Tre sono i requisiti della vita sociale del narcisista patologico italiano:

  • Fuori dal lavoro, rinchiudersi in casa insieme alla famiglia. Al chiuso delle mura domestiche e’ possibile rappresentare per intero i sacrifici che si fanno per andare avanti, MA essi non usciranno mai da li’, e quindi sara’ possibile evitare il momento della verita’, quello in cui si confronta la realta’ con l’immagine residua di se’.
  • Al lavoro comportarsi come se a casa si facesse una vita da ceto medio, raccontare di ristoranti mai visitati negli ultimi 10 anni, se possibile presentarsi sempre vestiti alla moda (semmai occorra cambiarsi, in ogni caso si esce “tirati” e ci si cambia sul posto), insomma essere vincenti. Magari andare all’aperitivo coi colleghi, ben sapendo che si saltera’ la cena in cambio.
  • Gli amici (pochi) devono stare piu’ lontani possibile. Se si fa troppa vita sociale, occorrera’ iniziare con “no, al cinema non ci vengo”, “mi spiace, al ristorante non possiamo venire”, e cosi’ via. Cosa che potrebbe inficiare  l’immagine di “ceto medio”, di “abbastanza benestanti”, o che so io.
  • Gli unici amici/colleghi con cui si parla sono un club di persone che coltivano la stessa finzione simile , esattamente allo stesso modo. Lo spompinamento reciproco consiste nel fingere, ognuno, di credere nella finzione altrui.

Il risultato di tutto questo e’ una societa’ dove la poverta’ e’ invisibile, perche’ e’ accuratamente nascosta dai poveri stessi. Se girate per le strade vedete solo gente che sembra vivere  un classico stile di vita da ceto medio occidentale: la poverta’ e’ accuratamente nascosta a casa. Voi vedete gente che sta al bar a prendere l’apevitivo, e non vedete che quella sera mangeranno un cappuccino. Voi li vedete col vestito bello, e non sapete che a casa stanno in tuta da ginnastica o pigiama perche’ hanno solo quelli che usano al lavoro. E cosi’ via.

Ma queste classi non si solleveranno mai, proprio per il motivo che , come individui, hanno bisogno di nascondersi l’un l’altro l’incredibile distanza che passa tra cio’ che sono e cio’ che pensano di essere. Di conseguenza sono diventati antisociali.

Il punto fondamentale , appunto, dell’uomo che ha un’immagine di se’ migliaia di volte piu’ grande di quanto sia la realta’ e’ che ha bisogno di diventare completamente antisociale, di frequentare solo gruppi selezionatissimi di persone che abbiano il tacito accordo di non inficiare il marketing esistenziale altrui.

Una volta reso isolato questo individuo, non e’ piu’ possibile restituirgli alcuna “coscienza di classe”. Il narcisismo personale la rende impossibile. Se anche si riunisse in una manifestazione , il nostro eroe si riterrebbe superiore sia agli altri manifestanti sia a chi guida la manifestazione, producendo inevitabili polemiche e scismi senza significato.

Credendosi interiormente, potenzialmente e trascendentalmente superiore ad ogni altro, nonche’ preziosa unicita’ di valore inestimabile, l’individuo che pratica il marketing esistenziale NON puo’ appartenere a niente come una “classe”: egli si identifica coi termini del marketing, che sono “unico”, “esclusivo”, “insuperabile”, “speciale”. Questi sono i termini in cui si vede il nostro eroe, e in questi termini non e’ possibile alcuna “classe”, se non l’ipotetica “elite” che ci si sforza di imitare almeno nelle apparenze.

Adesso supponiamo che arrivi una crisi, ed il nostro eroe, che si sforza di imitare un reddito 100 avendo un reddito di 25, scende a 20. Che cosa succede? In teoria la botta e’ durissima, ma in pratica no. Dal suo punto di vista non si tratta di scendere da 25 a 20, bensi’ di alzare il moltiplicatore immaginario: se prima imitava quacuno 4 volte piu’ ricco meno povero , oggi imita qualcuno 5 volte piu’ ricco meno povero. In fondo, si tratta di uscire di casa molto meno: ma quando si esce, possiamo ancora sostenere il ritmo di consumi apparenti che ci fa sembrare “ceto medio”.

Trattandosi di uno sforzo imitativo, di uno sforzo immaginario, per il nostro povero e’ cambiato davvero poco. Lui faceva gia’ una vita di merda per sostenere l’apparenza, e in fondo gli state chiedendo di fare una vita ancora piu’ merdosa: il guaio e’ che lo stile di vita che andra’ ad immaginare/imitare E’ LO STESSO.

L’aumento di poverta’ in Italia NON e’ percepito socialmente perche’ le persone non si identificano con il proprio “io” reale, ma con quello immaginario. E siccome e’ molto facile sostenere il proprio “io” immaginario quelle poche volte che si esce di casa , si potrebbe anche arrivare ad un fattore 10, forse 15.

L’italiano non protestera’ contro la poverta’ sino a quando non gli sara’ materialmente impossibile sostenere la sua finzione interiore. Ma questo gli sara’ SEMPRE possibile. Ed e’ qui il punto.

Mano a mano che il reddito cala, sempre piu’ merci calano di prezzo. Oggi e’ possibile trovare (pessime) scarpe che sembrano scarpe alla moda in qualsiasi negozio di cinesi. E’ possibile comprare cellulari apparentemente identici ad un Iphone con pochi spiccioli. Esistono falsi vestiti di marca a pochi spiccioli

Se considerate che un buon paio di scarpe, diciamo di qualita’ accettabile e comoda, puo’ stare attorno alle 100/150 euro, e in un negozio di cinesi le trovate attorno ai 15-20, capite facilmente che sia possibile sostenere un moltiplicatore di 10 sul reddito apparente, almeno sino alla caviglia.

Lo stesso dicasi di un vestito o di una camicia: e’ possibile trovarne di “finte” a prezzi che sono 10 volte inferiori a quelle davvero buone, a patto di dover correggere qualche cucitura sbagliata, rinforzare bottoni, sopportare la scomodita’ di un taglio pessimo.

Il punto e’ che mentre sempre piu’ persone scivolano nella poverta’, sempre piu’ parti dell’economia si sforzano di vendere loro delle patacche, dei falsi che permettono loro di fingere, di sognare di non essere davvero poveri. Se questo si incunea in una tendenza patologica a ritenersi molto piu’ di quanto non sia in realta’, capite come sia possibile che il sistema regga e regga ancora.

Non c’e’ nulla da stupirsi se oggi il 50% degli italiani sia povero. Essi vivono in un mondo interiore illusorio nel quale NON sono poveri, ed una vasta produzione di generi di consumo apparentemente borghesi a prezzi proletari li convince di poter sostenere questa illusione.

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Bling bling bling.

Questo e’ il punto di seminare il narcisismo e la sopravvalutazione di se’: si ottiene una societa’ che non si ribella alla poverta’. MA non solo: se un tempo occorreva che il governo facesse sparire le tracce della poverta’ per nasconderla (Mussolini ordinava periodiche retate di barboni perche’ non si vedessero) , oggi e’ la societa’ stessa a nascondere la propria poverta’, perche’ i singoli fanno di tutto per tenerla tra le mura domestiche e dare in pubblico un’immagine di ricchezza.

In pratica, il perfetto pollo da batteria.

Non solo si fa trattare di merda, ma racconta pure di essere felice cosi’. E’ troppo fico per essere triste, lui.

Coccode’, coccode’.

Uriel

(1) Il valore dell’elettronica e’ cosi’ basso che non riesco nemmeno a spiegare quanto POCO costi il vostro stupendo cellulare pagato mezzo stipendio, alla fabbrica. La gente non mi crede.