Ma cosa vogliono, in definitiva?

Di Levoivoddin aka Uriel Fanelli, mercoledì, luglio 09, 2003

Seguendo la saga degli OGM, e di Bove’, viene da chiedersi dove vogliano arrivare determinate aziende. A cosa puntano di preciso?

Osservando il panorama “anti OGM” vedo una grande mobilitazione contro gli OGM e contro le multinazionali, ma non vedo la percezione chiara del nemico. Non riesco a vedere che loro SAPPIANO cosa il “nemico” voglia fare e come.

In un certo senso questo e’ comprensibile.
Nessuno di loro ci ha mai lavorato.

Dunque, il principio di base e’ che ognuno vuole replicare ovunque i principi lavorativi cui e’ abituato. DUnque, le multinazionali vogliono lavorare come sono abituate a fare, e quindi costringere i contadini a lavorare come le multinazionali lavorano.

In definitiva, per comprendere cosa vogliano fare all’agricoltura, bisogna capire come lavorano le multinazionali. Almeno, a grandi linee, il loro comportamento oscilla intorno a pochi punti fermi.

Proviamo a prendere tali punti fermi, e applicarli all’agricoltura, e capiremo subito a cosa mirano. Anzi, capiremo molto di cio’ che hanno fatto sinora.

Dunque, i concetti base di una multinazionale sono piu’ o meno questi, con poche variazioni da posto a posto.

1)La “mission”. Mission significa che voi non lavorate come nell’industria fordista “otto ore al giorno”. No, loro sono moderni. Mission significa che vi viene dato un’obiettivo, diciamo che dovete “rendere tot” all’azienda. Sia vendita, produzione, bilancio, vi viene dato un’obiettivo da raggiungere. Questa, ovviamente, vi viene spesso presentata come “liberta’”. Vi dicono “ehi, qui non abbiamo orari, puoi venire come e quando vuoi, puoi gestirti tu, non e’ una figata?”. Solo che poi la mission cresce di continuo: dovete migliorarvi, no? E cosi’, dietro la rottura di quell’obsoleto “orario di lavoro” si nasconde il fatto che per raggiungere la “mission” dovrete trottare. MEdiamente, questo implica una gastrite entro i 35 anni, e un’ulcera sui quaranta, problemi cardiaci intorno ai 50.

2)La “motivazione”. Dietro il termine “motivazione” si indica una gerarchizzazione estrema, unita ad una vera e propria mistica del dirigente, che viene dipinto come una figura quasi divina. Il dirigente ha sempre ufficio piu’ in alto, questioni piu’ complesse, stipendi di cui si favoleggia. Motivare significa far si che ognuno veda se’ stesso seduto su quella poltrona. Poiche’ in genere ci sono 4 dipendenti ogni dirigente, e’ chiaro che per arrivare li’ dovrete passare sul cadavere degli altri 3. Ogni cosa e’ permessa. Senza rancore, ovviamente: siamo uomini di mondo.

3)Il forecasting. PEr forecasting si intende il monitoraggio continuo e coattivo delle attivita’ dei dipendenti. Questo serve in generale a fare previsioni di mercato e previsioni di vendita. Succede che ogni dipendente debba fare un bello schemino informando il boss di cosa ha in agenda, cosa dovra’ fare, quali nuovi contatti ha, insomma cosa ha fatto e cosa prevede di fare nel futuro. Questo viene fatto a periodi molto brevi o anche su richiesta esplicita, e permette al capo di giudicare il vostro operato. Nonche’ si sostituirvi, nel senso che chiunque altro leggendo il forecast potrebbe prendere il vostro posto.

4)La parcellizzazione del tempo. Ogni volta che non raggiungete la mission, avete una lettera di “warning”. In italia, alla terza lettera siete a casa. NEgli usa, pure. Ma ogni quanto viene controllato il vostro livello di successi? Di solito le multinazionali si organizzano in “quarters”, ovvero dividono l’anno in 4 trimestri. Il che significa che se rendete poco, in teoria potreste avere 9 mesi di vita aziendale. Unendo questo alla politica di forecasting, il risultato e’ che siete eterni precari.

5)LA socializzazione aziendale. PEr socializzazione aziendale si intendono tutta una serie di iniziative “extra-lavorative” nelle quali le amicizie e gli affetti della vostra esistenza si sostituiscono a quelle lavorative.A quel punto, una persona che dica di avere 10 amici che non sono anche colleghi, sta mentendo. L’effetto divertente e’ che siccome per fare quella “vita sociale” si spendono soldi, (cene, convention, gite aziendali, etc) qualsiasi stipendio voi stiate guadagnando se ne andra’ per sostenere quello stile di vita.

I risparmi ve li sognate.

6)Il branding.Branding e’ quella strategia per la quale il prodotto e’ secondario. O meglio, e’ secondaria la produzione. In questa filosofia, la gran parte degli investimenti aziendali e’ costituita da marketing e pubblicita’, fino a quando il marchio dell’azienda e’ onnipotente. L’azienda, oltre al marketing, mantiene un piccolo apparato di ricerca per sviluppare il prodotto. Quando viene sviluppato, esso viene brevettato , cioe’ reso proprieta’ esclusiva dell’azienda, e a quel punto viene fatto produrre da terzi , preferibilmente a basso costo. Questa filosofia ha il problema che peggiora la qualita’ dei prodotti, ma essa parte dall’idea che uno sforzo marketing di entita’ X possa riaggiustare l’immagine dell’azienda piu’ dello stesso sforzo X investito nella qualita’ del prodotto. In poche parole, pensano che se 1000 clienti si lamentano, con una piccola campagna pubblicitaria possono recuperarne 10000 volte tanti, senza bisogno di investire grosse cifre per migliorare il prodotto.

Adesso tentiamo di applicare al contadino medio tali paradigmi e e vedremo subito come dovranno fare le multinazionali per applicarli.

1)La mission. Si tratta di un concetto impossibile da applicare. LA terra quest’anno produce tot. E’ vero che con fertilizzanti e tecniche innovative il tot puo’ variare, ma il clima e altri fattori possono comunque mandare a puttane il raccolto. E comunque, sbattersi di piu’ non serve: l’anno andra’ come deve. Entro i limiti del fattibile, quando ho seminato devo aspettare un mese perche’ germoglino, punto. Il mondo contadino ha i propri ritmi dettati dalla natura.
A meno che il contadino non venga svincolato dalla propria terra, divenendo un dipendente che lavora suolo altrui. In quel caso, diversificando i raccolti, nel mese di “riposo” di un raccolto puo’ sempre lavorare su un’altra coltivazione.
QUindi, il primo imperativo dell’industria e’ far si’ che il contadino NON possieda la propria terra divenendo un dipendente altrui.

2)La motivazione. Costruire una gerarchia agricola e’ veramente difficile. Il contadino ha comunque la certezza di possedere terra, di POSSEDERE il raccolto, e di venderlo al meglio. I consorzi agrari comunque compreranno alcune merci a certi prezzi. Le banche faranno credito proporzionalmente al valore del fondo posseduto. Difficile “motivare” i contadini. A meno che oltre a togliere loro la proprieta’ del fondo si tolgano loro i diritti sul raccolto. Il contadino non deve decidere ne’ cosa seminare, ne’ deve pensare di farne cio’ che vuole. Il contadino deve diventare un lavoratore subordinato, che deve rispondere della produttivita’ ma NON deve possedere nulla ne’ dei mezzi di lavoro ne’ della terra, ne’ tantomeno la conoscenza necessaria a coltivare. Deve essere LICENZIABILE.

3)Il forecasting. Eseguire una previsione di raccolto per il contadino e’ impossibile. PEr i ritmi dell’industria, il contadino dovrebbe comunicare al committente l’entita’ del raccolto subito dopo la semina. Questo e’ impossibile. A meno che la quantita’ di terra coltivata non sia enorme, cosi’ da diminuire le probabilita’ che un singolo evento comprometta tutto il raccolto. Per l’industria, l’agricoltura deve essere organizzata su enormi fondi che coltivino raccolti differenziatissimi, in modo da compensare i singoli eventi climatici o altri problemi produttivi, e che li coltivino su vasta scala in tutto il mondo. Ancora una volta, il contadino deve perdere la propria terra.
4)Parcellizzazione del tempo. Nel mondo agricolo, dividere l’anno in quarters e’ impossibile, per il singolo prodotto. Quindi, l’unico modo per parcellizzare il tempo e’ distribuire le coltivazioni nel mondo, in modo che la differenza di clima e di stagioni possa permettere una produzione nel complesso continua. Per fare questo, occorre che la pianificazione dei raccolti sia eseguita dal’industria.Ancora una volta, il punto focale dello scontro sembra essere la proprieta’ della terra.

5)Socializzazione: sino ad oggi, la socializzazione del mondo rurale era legata alla vita agricola. NE seguiva i ritmi e le necessita’. NE seguiva le necessita’ significa che la posizione sociale occupata da ognuno non era forzata da un’esigenza superiore, ma dalle possibilita’ reali dell’individuo. Forzare una vita sociale compulsiva in una persona sostanzialmente autonoma sul piano economico, e con una discreta autonomia nella scelta dei tempi (non dimentichiamo che il lavoro agricolo ha, per certi tasks, una tolleranza di “giorni”, mentre in altri lavori ci sono cose che non possono aspettare ancora cinque minuti) e’ quasi impossibile. A meno , sempre, di non ridurlo ad un lavoratore dipendente.
Il contadino non deve essere un lavoratore autonomo…

6)Fare branding con l’agricoltura e’ relativamente facile. Trattandosi di prodotti trasformati, e’ molto difficile che il cliente finale sappia di preciso cosa sta mangiando: se gia’ la chimica e’ materia complessa di suo, la chimica organica e la biologia alimentare sono scienze astruse per la maggior parte di noi. Paradossalmente, comprando un cellulare, sappiamo del cellulare molto piu’ di quanto non sappiamo del cibo: sicuramente ognuno di noi conosce 3 o 4 parametri che differenziano un “buon” cellulare da un cellulare scadente. Sfido chiunque di voi ad elencarmi 3 o 4 caratteristiche da voi verificabili dopo l’acquisto che differenziano il cibo “buono” da quello”scadente”. La verita’ e’ che potete affidarvi solo al vostro gusto , e non siete tutti buongustai. Quindi, alla fine, il problema dell’industria e’ far si’ che il contadino smetta di curare troppo il raccolto: il parametro fondamentale e’ il prezzo, non la qualita’. L’industria deve comprare roba di qualita’ cattiva, purche’ il prezzo sia basso. Se manca il sapore, lo aggiungeranno dopo in fabbrica. Questo significa che alla fine il contadino non deve avere alcuna professionalita’: la qualita’ del prodotto e’ irrilevante rispetto ai costi.

Alla fine, abbiamo visto quali siano i punti di contrasto tra il mondorurale e quello contadino.
Sono sostanzialmente tre.

1)Il contadino possiede la propria terra. Unico caso nell’economia di lavoratore che quasi sempre possiede i propri mezzi di produzione.

2)Il contadino e’ proprietario del raccolto, e puo’ moltiplicarlo a suo piacimento negli anni successivi.

3)Il contadino sceglie cosa piantare e come coltivarlo.

Queste tre cose sono incompatibili con la visione del mondo delle multinazionali.

Per cui, l’obiettivo dell’industria sara’ costringere il contadino a rivendere la propria terra affamandolo, per poi usarlo come forza lavoro a bassa specializzazione.

Non c’e’ dibattito. Non c’e’ confronto. Questo e’ il loro mondo. I managers escono da scuola convinti che questo sia non solo il miglior metodo possibile, ma l’ UNICO metodo possibile.

Non esiste dialettica che tenga, le loro sono granitiche certezze.

L’unica via sara’ lo scontro.

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