“Lavoro alla portata di tutti?” II

La frase piu’ sovversiva e fastidiosa che possa venire pronunciata in Italia e’ “io sono felice”. Qualsiasi affermazione che osi sostenere la popria soddisfazione o la propria felicita’ risulta insopportabile in un paese la cui cultura e’ intrisa principalmente di quell’invidia malefica che nasce dalla malsana competizione. Cosi’, quando affermo di essere soddisfatto del mio lavoro e della posizione raggiunta, invariabilmente si contesta che io non sono l’imperatore dell’universo. Infatti, sono felice perche’ faccio un normalissimo lavoro di architetto di sistemi, e non perche’ faccio l’imperatore dell’universo.(1)

La cosa buffa e’ che io non ho mai sostenuto di fare chissa’ cosa: ho solo sostenuto, come credo, di fare bene quello che faccio. Venendo da una famiglia operaia, la mia scala di valori non ordina i lavori per “alto” e “basso”, cio’ di cui mi occupo e’ “ben fatto” o “fatto male”. Se una persona non ha le competenze per fare un lavoro, per me puo’ fare anche il CEO di Microsoft, ma sta facendo un lavoro peggiore di un semplice giardiniere che sa fare il proprio lavoro.

E questo per una ragione: se fai bene il tuo lavoro ed esso ti piace, la sera esci e te ne vai a casa senza la paura di doverti difendere dall’accusa di aver lavorato male. Il personaggio che fa male il proprio lavoro vive nel terrore che si noti la sua incompetenza: fateci caso, sono personaggi molto piu’ scontrosi della media. Non appena andate da loro, il primo approccio con loro e’ ostile: essi vi ssi rivolgono come potenziali nemici, perche’ sapendo di usurpare il posto che occupano TEMONO che la loro incompetenza venga smascherata.

MA sia chiaro, che quello che faccio io non e’ straordinario: e’ normale. E’ normale che sia un ingegnere a fare l’ingegnere, un dottore a fare il dottore, un giardiniere a fare il giardinere. E’ normale che si sia preparati per fare il proprio mestiere: non ho MAI detto di essere io quello straordinario, io sono normale. SOno subnormali quelli che fanno il proprio lavoro senza saperlo fare, improvvisando e tenendosi lacune scolastiche grandi come case.

Ne’ appartengo ad una elite: azience come CGI possono fornirvi 40.000 consulenti informatici come me, cosi’ come MAterna, cosi’ come Logica CMG, IBM, HP, Cap Gemini, eccetera,  piu’  decine di altre che assommano quasi un milione di dipendenti solo per funzioni di consulenza informatica. Non mi ritengo parte di una elite.

Ed e’ per questo che mi meravigliano tutte quelle difese d’ufficio al nostro “smanettone imparans” : questi personaggi in definitiva  sono una delle ragioni dell’arretratezze delle PMI italiane, e dell’apparente ostilita’ di queste aziende alle nuove tecnologie. E lo so perche’ in passato , quando ero giovane e mi sono buttato, ho avuto il mio helpdesk, e mi rivolgevo proprio a queste aziende. E so quali fossero le difficolta’.

Sia chiaro, spesso e’ il titolare il troglodita che rigetta l’idea di qualsiasi tecnologia. Ma non sempre. Esistono titolari di impresa che sarebbero dispostissimi a spese nell’ordine dei 10/20000 euro a botta, a patto che si tratti di cose che forniscano vera produttivita’, che siano gestibili sotto forma di leasing , e che siano amministrabili dall’azienda stessa.

Qui casca l’asino. Perche’ nella PMI del caso, cioe’ in quelle PMI che hanno un “sistemista interno”, spesso e’ proprio il sistemista stesso a impedire ogni innovazione per nascondere la propria ignoranza, cioe’ il fatto di non essere un sistemista ma di sembrare tale solo perche’ le segretarie in difficolta’ chiamano lui.

Che cosa voglio dire?

Esperienza 1: mi trovo con una PMI che usa come router per internet un PC con sopra un windows 98 Seconda Edizione e un “Wingate”, cioe’ un prodotto che fa da proxy per alcuni protocolli dopo aver aperto (on demand o meno) una connessione verso internet.

Poiche’ l’azienda sta crescendo la soluzione diventa instabile, il “sistemista” puntualmente da’ la colpa alla LAN e io vengo chiamato. Ovviamente scopro quasi subito che il problema sia l’insufficienza del loro “gateway”, e visto che non fanno cache o altro, ma lo usano di fatto per nattare la rete interna, propongo uno stupido router Cisco serie 800, neanche un catalyst, parliamo di una spesa nell’ordine delle centinaia di euro.

All’epoca Cisco non aveva ancora dotato i suoi router dell’interfaccina Flash che ha oggi, e bisognava in qualche modo scrivere delle regole. Niente di che. MA il nostro eroico “sistemista” interno non ne vuole sapere , dal momento che non sa configurare un cisco, ne’ sa configurare qualsiasi altro router: lui sa come installare wingate, ma crede che non esistano altre reti se non le classi C (mi disse che secondo lui /27 era un protocollo diverso dal TCP/IP, e quando nominai CIDR disse che non si poteva mettere il router “perche’ loro non usavano il protocollo CIDR bensi’ TCP/IP”) , e non intende usare nulla se non quello.

Il proprietario dell’azienda non avrebbe avuto problemi a fare quella piccola spesa, visto che si stava ampliando. Il problema era che il sistemista  non sapeva fare altro, e l’introduzione di una tecnologia nuova lo avrebbe smascherato. PEr questa ragione, inizio’ una guerra (accusandomi di incompetenza) perche’, a suo dire “tutti i firewall sono vulnerabili sulle porte alte, perche’ le hanno aperte, specialmente i Cisco”, “non abbiamo bisogno di usare CIDR perche’ noi usiamo TCP/IP” , “cisco produrra’ dei problemi di compatibilita’ con windows mentre wingate e’ fatto per windows”, eccetera.

Ho fatto un esempio abbastanza “lo-end” perche’ volevo parlare di come questi personaggi qui, che spesso si sono infiltrati nelle PMI spacciandosi per “sistemisti” agli albori dell’informatica, sono una delle ragioni per le quali i nostri imprenditori restano cosi’ ostili all’innovazione. Poiche’ essi stessi non sanno gestire l’innovazione, non appena avete fatto la vostra proposta essi rimangono soli con i titolari, ed iniziano a dirne peste e corna.

Ovviamente non lo fanno di fronte a voi , perche’ sanno che sapreste rispondergli. Aspettano che voi ve ne siate andati, e cominciano a scavare.

Prima di avere l’helpdesk mi toccava di seguire “il canale”, compito riservato agli ultimi arrivati, diciamo negli sprazzi di tempo. Uno dei nostri rivenditori doveva piazzare un sistema del valore di un centinaio di milioni dentro un’azienda, e mi chiese di andare con lui a presentare l’azienda produttrice del sistema, attivita’ peraltro molto comune: l’azienda di dimensioni medie diffida della Gennarino Esposito SrL, e se Gennarino Esposito si presenta insieme a qualcuno di IBM, SGI, HP, SUN, blabla, blabla, e’ piu’ facile sfondare la porta. Benissimo, avere partner solidi e’ un’esigenza che comprendo.

Ci presentiamo a vendere un sistema basato su Informix, che dovra’ gestire un dadabase centralizzato per l’helpdesk di un medio rivenditore di computer di Reggio Emilia (oggi fallito dopo un’unificazione con un altro rivenditore). Un centinaio di operatori di helpdesk, dal call center ai singoli riparatori che tracciano la riparazione secondo ISO9000. La nostra proposta e’ sensata: un server middle range con uun informix sopra, un agente di backup con relativo hardware di backup, ridondanza, APC, eccetera.

Niente di che, peraltro eravamo dentro il budget.

Il nostro “concorrente” era un amico fraterno dell’amministratore di sistema locale. Proponeva di lavorare su ODBC con dei file condivisi usando una macchina con windows NT. E aveva scritto in uno dei primi visual basic un programma che usava le API di Office per presentare una maschera di excel con i campi da riempire.

LA vendita’ ando’ avanti in due fasi. Nella prima, spiegammo che eravamo un’azienda tra le BIG5 di allora, spiegammo che il nostro partner locale aveva comunque fatto, butta via, uno dei sistemi informativi della piu’ grande fiera campionaria del paese, eccetera.

Durante la presentazione dell’offerta il sistemista interno rimase zitto e sorridente. Sapeva che lo avremmo divorato non appena avesse fatto qualcuna delle sue stupide domande, e preferi’ tacere.

Lezione numero uno di Consultant-FU: quando il sistemista locale non fa domande, e’ un fesso ignorante  che parlera’ male di voi appena girate le spalle.

Ovviamente, vinse la soluzione concorrente, anche perche’ costava la meta’. (2)

Essa aveva un piccolo problema: si fermo’ due ore dopo aver iniziato a funzionare a regime. Il costruttore venne chiamato, e rimase li’ tutto il giorno ad azienda ferma , la sera se ne ando’ dicendo “c’e’ un baco, vado a vedere il codice sorgente”, e non si fece piu’ vivo.

La seconda fase fu quella “vittoriosa”, nella quale abbiamo inserito il nostro sistema.

Qual’e’ la morale della storia? Che se il sistema non fosse stato cosi’ maledettamente sottodimensionato, il cliente ci sarebbe cascato. Se fosse stato in grado di reggere per i primi 60 giorni/fine mese, tempo necessario a fatturare, il cliente si sarebbe preso la grande fregatura.

Perche’ il nostro sistemista interno non voleva la soluzione migliore, anziche’ quella di cacca? Innanzitutto perche’ questi personaggi si appoggiano sempre su una piccola rete di amicizie, tra negozianti di PC e piccoli programmatori. E aveva il suo bel tornaconto nel dividere il bottino.(3)

Il secondo era che lui non sapeva minimamente come si usasse uno unix, per cui quella scatola li’ per lui era un incubo: qualsiasi problema fosse spuntato, lui non avrebbe potuto dire nulla di quanto succedeva. Non avrebbe saputo ripristinare un backup, non avrebbe saputo ripristinare nulla. Egli temeva che l’azienda gli avrebbe affiancato qualcuno coi requisiti adatti, e questo nuovo arrivato avrebbe potuto far notare la sua incompetenza.

Questo fenomeno e’ , pero’, piu’ tipico delle pubbliche amministrazioni.

Esempio 3: un’universita’ del veneto ha riordinato due dipartimenti cambiando loro edificio. Adesso hanno una sola portineria anziche’ due, e bisogna sistemare un portinaio o due. SI prendono i due che smanettano di piu’ e li si trasforma in “tecnici informatici” di dipartimento.

QUando arrivo io, hanno un accrocchio di computer assemblati che fa calcolo usando Condor. Condor e’ un sistema di gestione dei batch. LA proposta e’ di un piccolo armadio 24U con dentro una decina di nodi biprocessore Xeon, piu’ un piccolo storage ed un gruppo di continuita’. Un piccolo cluster Linux, insomma.

Immediatamente si scatena una lotta con il professore obsoleto del dipartimento, che vuole anche lui un cluster e dimezza il budget in due piccoli cluster analoghi da 5 nodi cadauno (1o CPU) . Il cluster in questione rimarra’ inutilizzato, perche’ lo scopo di questa mossa era di impedire che un professore piu’ moderno ottenesse dei risultati migliori usando il calcolo, che il vecchio prof non sa usare.

Comunque, il nostro eroe rimane con il suo piccolo cluster da 10 CPUXeon, che insomma sempre meglio dell’accrocchio di assemblati che ha. Ma c’e’ il problema del nostro tecnico di dipartimento, ex portinaio. Il quale esordisce dicendo che il cluster non va bene perche’ gli indirizzi interni (per i quali non c’e’ routing verso l’esterno) rappresentano una minaccia alla sicurezza, essendo “una sottorete fuori controllo”.

Chiarito che i malvagi hacker non avrebbero saccheggiato le mogli dei professori per colpa della rete interna di un cluster , si prosegui’: il nodo di amministrazione aveva un /etc/hosts privato che usava per velocizzare le operazioni di lookup verso i nodi da calcolo. Ingestibile. Ingestibile. Non era possibile che lui avrebbe dovuto andare a cambiarlo “ogni volta che faceva modifiche alla rete”. Stavo per insultarlo ripetendo che si trattava della rete interna del cluster quando il professore mi salvo’ dicendo “quanto spesso avvengono le modifiche alla rete”? Siccome il nostro cialtrone aveva ereditato una rete e si guardava bene dal toccare qualcosa , la risposta e’ che negli ultimi dieci anni non ce ne erano state, e non ne pianificava fino alla pensione, o giu’ di li’.

Insomma, alla fine riusciamo a mettere giu’ il nostro clusterino, anzi due. Del primo non ho avuto notizie, visto che non fu mai usato. Una volta mi chiamo’ un tesista che mi chiese come avviare word sul nodo di controllo perche’ doveva scriverci la tesi, io gli risposi che quello era tutto tranne che un PC ove fare videoscrittura e la cosa fini’ li’.

Il cluster lavorante, invece, fu oggetto di “attenzioni particolari” da parte del nostro “sistemista interno”. Una volta che ebbe problemi per colpa di uno switch guasto accuso’ immediatamente il cluster di aver “saturato la rete” e si limito’ a staccare uno dei cavi ethernet che lo collegavano alla rete di ateneo. Poi riparo’ lo switch, ma si guardo’ bene dal reinserire il cavo, che lui accusava di aver causato la rottura dello switch per via delle sue “eccessive performances”.  Il prof ci chiamo’ dicendo che “il cluster e’ morto”. Parola del suo amministratore di sistema. Guadagnai 600 euro di chiamata solo per andare la’ e attaccare un cavo ethernet.

Oltre a distacchi repentini dei dischi (beh, ma non era hot switch?) , inversione delle alimentazioni del gruppo di continuita’ (per fortuna era intelligente ed ando’ in protezione) , il massimo fu quando, d’estate, l’armadietto fu spostato sotto un condizionatore che perdeva acqua.

Il tecnico disse che era un incidente al condizionatore. Io notai una macchia sul pavimento che risaliva al cambriano: quel condizionatore perdeva da ere immemorabili, tantevvero che gli assemblati del suo amico bepi non erano MAI stati collocati li’ sotto.

Morale della storia:  se un tecnico locale inventa storie assurde contro il vostro sistema di fronte a voi, e’ davvero terrorizzato da quello che gli potete installare, che potrebbe palesare la sua incompetenza. Egli e’ riuscito ad installare un traballante condor , non tollera nulla di piu’ perche’ sa che alla prima richiesta di modifica si paleserebbe la sua ignoranza.

Con questo voglio chiudere qua la cosa dicendo semplicemente cosa ne penso: tutta questa cricca di falsi informatici che si e’ infiltrata ovunque e’ una delle cause (la seconda) per le quali le PMI e l’amministrazione pubblica versano in condizioni disastrose.

Essi sono dei finti informatici privi di reali competenze e professionalita’, e hanno imparato quel poco che sanno smanettando sui PC di casa e leggendo qualche rivista. SI opporranno alla introduzione di sistemi middle-end per diverse ragioni:

  1. PEr collocare un sistema middle-end occorre quasi sempre il supporto di un’azienda di leasing. COsi’ facendo, un investimento diventa ragionevole per il cliente. Ma l’”amico beppe” che vende le cose tramite il nostro cialtrone infiltrato NON e’ abbastanza solido come azienda da poter contare sull’appoggio di un’azienda che fa leasing. Se considerate che io come piccolo helpdesk avevo tale appoggio, capite a che livello siamo.
  2. Per collocare un sistema middle-end occorre comunque un minimo di competenza specifica, che il negozio dell’amico beppe non sa fornire, e il nostro eroe neanche. I sistemi della nostra coppia vengono installati e solo a quel punto si scopre che non fanno qualcosa che era stato promesso: e’ il prezzo della mancanza di esperienza. Ne’ il negoziante ne’ l’amico infiltrato hanno mai visto uno di quei sistemi, hanno letto la brochure e si sono fidati. Un rivenditore specializzato, per esempio, avrebbe saputo del difettuccio.
  3. Il sistema middle end andra’ ingrandito, e questo terrorizza il nostro cialtrone: quale sara’ il prossimo passo? Riusciro’ a reggerlo? E a migrare? E se venisse assunto qualcun altro che ne sa, poi cosa succederebbe al nostro cialtrone?

Esistono, anche se sono pochi, gli imprenditori che credono nell’innovazione. E ci hanno sempre creduto. Solo che questo li ha messi nelle mani degli smanettoni, che si sono conquistati la loro fiducia facendosi assumere come sistemisti aziendali. Il risultato e’ che queste aziende non hanno alternative, non perche’ non ne esistano, ma perche’ il signore della situazione si mette di mezzo e blocca, a forza di menzogne, qualsiasi innovazione che possa mettere in pericolo la sua paura di venire smascherato quale incompetente.

E quando hai la coscienza sporca, questa paura ti perseguita giorno e notte; nessuno ti e’ amico, e il venditore dell’azienda tal dei tali “vende sempre fuffa, non ci serve quella roba”.

Semplicemente perche’ non sanno di cosa si stia parlando.

Per questa ragione non capisco le difese d’ufficio rabbiose al post precedente: le stesse persone che si lamentano dell’obsolescenza delle aziende italiane vanno a difendere la categoria di parassiti incompetenti che, infiltrativisi negli anni passati, le tengono ammanettate ad insftrastrutture IT obsolete , perche’ altrettanto obsoleta e’ la loro competenza.

Uriel

(1) In generale, trovo che nessuna ricompensa potrebbe essere sufficientemente alta : una persona riesce a soddisfare tutti i suoi bisogni gia’ molto piu’ in “basso”. Non riesco ad immaginare un intensivo tale da portare una persona a lottare per essere “imperatore dell’universo”.

(2) SI’, cinquanta milioni di lire per un oggetto access condiviso con ODBC e un runtime di VB. Avrebbe dovuto costare molto meno.

(3) Il problema del conflitto di interessi negli uffici acquisti delle PMI e’ devastante.

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