La Lega.

Approfitto dello sgomento generato dall’elezione, da parte della lega, di una donna di colore come sindaco per concludere la miniserie politica dei miei post. Voglio solo dire come io veda la Lega dal mio punto di vista personale, e del perche’ io non mi stupisca del fatto che operai ed immigrati votino Lega, alla luce della vita personale.

Come ho gia’ scritto in passato, vengo da una famiglia operaia. Mio padre lavoro’ sino ai primi tre anni ‘80 in uno zuccherificio della bassa ferrarese, del gruppo Maraldi. Il gruppo fu colpito dalle nuove norme europee sulle quote, e inizio’ un rapido declino che porto’ migliaia di licenziamenti, e qualche “salvataggio” nel gruppo Eridania.

Questa e’ la storia ufficiale. Dal mio punto di vista, mio padre passo’ il periodo in cui io avevo sette anni sino a quello in cui ne avevo tredici in una continua cassa integrazione a pochissime ore. Vivevamo in una via di vecchie case dello zuccherificio, un po’ fatiscenti ma tutto sommato dignitose, insieme ad altri operai nella stessa condizione.

Fu un periodo durissimo, e’ inutile dirlo. A casa mia si voto’ comunista perche’ il vecchio PCI propose (per arginare l’emergenza sociale) una scuola a tempo pieno con mensa. Quello che non sapevo (e che imparai dopo) e’ che mentre io a scuola mangiavo a pranzo, a casa mia non si mangiava. Niente soldi.

Tutte le donne del rione iniziarono a fare “le ore”, cioe’ a lavorare facendo pulizie (anche se allora la domestica usava poco) , facendo giornate in campagna (c’era il bello che dopo tot giorni nell’agricoltura almeno ti pagavano i contributi per tutto l’anno) , facendo le magliaie, mettendo su pollai che davano alla via l’aspetto di una baraccopoli. Ma non bastava.I vestiti passavano da un bambino all’altro in ordine di anzianita’, una volta smessi. Per sette anni noi “dello zuccherificio” fummo visti come gli sfigati assoluti, i pezzenti, ditela come volete.Mia madre diventava nervosissima alla fine del mese, e senza mia nonna che con la sua “lauta” pensione ci portava del latte, il trucco di preparare il the a colazione non sarebbe servito a molto.

Tutti vivevano, o meglio sopravvivevano, sul filo del rasoio. Ora, immaginate che in una simile situazione fossero arrivati (come arrivavano, ma pochi) degli immigrati. C’erano, ed erano i meridionali. Sapete cosa succedeva? Che nelle assemblee locali del PARTITO COMUNISTA ITALIANO, ci si lamentava dei terroni. E che lo si facesse anche nel sindacato.

Era razzismo? Non credo. Era solo il fatto, oggi difficile da realizzare, che per la classe operaia l’immigrato e’ una minaccia. Ma non e’ una minaccia nel senso ideologico o nel senso egoistico: o meglio, nella misura in cui “sopravvivere” sia “egoismo”. Se fosse arrivata un’ondata di africani a lavorare nelle campagne, tutte le donne di famiglia che andavano a fare le giornate non avrebbero piu’ potuto. In soldoni, significava non mangiare un giorno su due.

Non mangiare. Significa avere fame, desiderare il cibo, ma non averne, o averlo razionato.

Non significa “perdere un pezzo di benessere”. Non stiamo discutendo delle rose. Stiamo discutendo del pane.

Oggi questa cosa non si capisce. Eppure, se io non ho gusti alimentari (nel senso che mi trovavo bene persino con le mense della Marina, quelle per i coscritti) e’ perche’ da bambino a casa mia non e’ MAI stato possibile rifiutare qualcosa che fosse nel piatto . MAI. Non era nemmeno pensabile.  La sera era il momento in cui  io mangiavo la seconda volta, i miei la prima e l’unica. Se avessi rifiutato il cibo “perche’ non mi piaceva” sarebbero scattate le sberle. Il cibo e’ buono, punto. E quando cresci cosi’ ti resta. A tutt’oggi, 32 anni dopo. Questo puo’ far capire per quanto tempo si trascini un’esperienza simile.

Quando mio padre decise di rompere , di non fidarsi delle promesse di ripresa dei sindacalisti, di licenziarsi per fare l’idraulico in proprio, ci fu uno shock culturale. Ricordo la faccia incredula di mia madre che di fronte ad un mazzetto di soldi diceva “in un SOLO giorno?”. Era piu’ di quanto prima guadagnasse in un mese. Sono occorsi circa due anni prima che mia madre accettasse di comprarsi dei vestiti nuovi: ha continuato a rammendare gli stessi finche’ non si e’ convinta che i soldi bastassero. Mia madre non si convince facilmente, no.(in realta’ i soldi erano anche troppi, avrebbe potuto rifarsi il guardaroba gia’ un mese dopo).

Quando passi per sette anni di vera miseria, hai paura. Sempre. Quando passi per una simile miseria e vedi un cellulare a 1000 euro, pensi “quello e’ uno stipendio. Ci mangia una famiglia”. Non se-ne-va-piu’. Tutt’oggi sono tra i fortunati, guardo un vestito e mi dico “non posso”. Ma i soldi li ho. Ma non posso spendere  la paga di una settimana di lavoro di un normale operaio in un vestito. Non-ci-riesco-piu’.

Fatti gli anni ottanta, con il loro benessere, tutto questo fu dimenticato, sepolto dietro alle tettone del Drive In.

Ma chi c’era ha ancora le cicatrici. C’e’ gente che ha ancora disturbi dell’alimentazione, perche’ ha avuto fame. C’e’ gente che ha ancora dei tic. Ma tutti hanno  ancora paura. Una paura sepolta da pochi anni di opulenza . Una paura che si risveglia facilmente.

Quando vivi sull’orlo del baratro, hai paura. Di che cosa hai paura? Di perdere quel poco che hai. E si’, l’immigrato e’ una minaccia.

Lo so che non mi crederete, ma se aveste visto le facce di QUEGLI operai, di QUELLE donne, di quelle famiglie  tutto sommato “di sinistra” tese nel disperato tentativo di sopravvivere , sapreste che il povero e’ razzista verso l’immigrato. Non per cattiveria. Per necessita’.

Io andavo con mio padre alle assemblee, certe volte, e mi ricordo i discorsi sui “terroni”. Che arrivavano, e facevano le giornate in campagna., lavorando a meno, ed in nero. Il 50% dei pasti di una famiglia di cassaintegrati sfumava. Mi ricordo anche l’ignoranza. Mia nonna ha iniziato a lavorare a 9 anni, nelle vasche della canapa. Non ha la quinta elementare. Mio padre ha iniziato a 13 anni, prima della terza media , che ha preso dopo. Cultura? Ma dove? Italiano? Ma dove? Ma quale?

Signori, ho una brutta notizia per voi: i poveri puzzano. Gia’. Secondo voi qualcuno a casa mia comprava profumi? C’era una bottiglietta ad uso famiglia , unisex, per le occasioni importanti. Ed ho un’altra brutta notizia:  i poveri sono ignoranti. Parlano dialetto. Sono gretti. E sono materialisti: il 100% dei loro problemi e’ di ordine materiale. Ma di quell’ordine materiale che e’ la sopravvivenza. Che e’ non cenare con una tazza di caffe’ latte.

Ma tra quelli che si lamentavano dei “terroni” con i sindacalisti c’erano anche… dei terroni. Degli slavi. Una signora jugoslava, una russa, due napoletane, una siciliana. Che cazzo succedeva?

Succede che l’immigrazione e’ come una coda FIFO. Ogni persona e’ il nemico di quella che la precede. Perche’ appena una persona ha avuto il minimo sufficiente, appena galleggia a malappena, ha paura. Di non farcela a galleggiare anche il mese dopo. Si chiamano “guerre tra poveri”. E cosi’, persino un sindacato di sinistra, persino un partito di sinistra, dovevano accogliere le istanze “razziste” di una classe operaia che aveva paura.

Quindi si’: penso che la Lega abbia capitalizzato questa paura. Posso accusare la Lega in se’, nei suoi vertici, di aver amplificato questo sentimento. ma NON, ripeto NON, ripeto NON chiedetemi di disprezzare la loro base. Perche’ la capisco.

Voi direte: eh, ma adesso sono ricchi. Vero. E’ successo anche a me.

Quando mio padre inizio’ a fare l’idraulico, stava anche scoppiando la bolla degli anni ‘80. Per alcuni era solo questione di essere panozzi o dark, o roba simile. Io avevo fatto uno stranissimo percorso. Avevo saltato la piccola borghesia. Giuro. Li avevo scavalcati: prima ero un pezzente rispetto a loro, improvvisamente ero piu’ ricco di loro.

Le cose andavano cosi’ bene che il socio di mio padre compro’ una vecchia ex chiesa per farci la casa, e per hobby teneva qualche cavallo. Ma lui non aveva mai fatto la fame prima. Noi si’. Noi infatti non tenevamo cavalli per hobby.(avremmo potuto, eh).

Cambiammo casa (se non eri dipendente non potevi vivere dentro le case della fabbrica) , cambiammo stile di vita, eccetera. Ma non del tutto. La paura rimane, gente. La paura che domani finisca tutto, che arrivi a casa papa’ e dica “parlano di cassa integrazione. Non lo so. Non ho capito bene. Non si capisce un cazzo di quel che dicono, parlano difficile”, rimane. La paura che qualcosa che NON CAPISCI arrivi , ti caschi dal cielo e ti tolga tutto. Io avevo sette anni e quella sera la ricordo: mio padre mi comprava, ogni settimana, un numero di Topolino (costava 100 lire) al ritorno dalla fabbrica, nello spaccio della fabbrica. Quella settimana non c’era Topolino, sono sceso e mia madre era in lacrime e mio padre diceva cosi’.

Rimane. Ti rimane dentro. Non illudetevi, quella gente ha paura. LA vedo, quella paura, perche’ la conosco. Oggi sto facendo potenziare la coibentazione del mio tetto. Costa. So che fra tre mesi il colpo economico verra’ riassorbito. Non ho motivo di vedere nubi nel mio futuro. Ma mi tremano le mani quando penso alla cifra. La paura di venire chiamati da un tizio che parla difficile e ti dice cose sulla cassa integrazione. L’incubo. Quella paura rimane. Sempre.

In un solo anno, passare da essere parte degli “straccioni della fabbrica” ad essere uno che poteva schifare la media borghesia locale fu uno shock.  Ma a tutt’oggi, non riesco a gettare via un cucchiaio di riso senza provare un fastidio interiore. Ho 39 anni. Ne sono passati 32. E ancora ho queste sensazioni.

Guardate le zone ove si diffonde la Lega. Sono zone che sono spesso ricche: ma io il veneto lo ricordo ancora, quello degli anni ‘70. Era ancora piu’ povero di noi. Quelli avranno paura ancora per una generazione, fidatevi. Li vedete ricchi, ma non conta niente. Buttate via del cibo davanti a loro, e vedrete. Ve lo lascieranno fare, ma avranno una strana espressione del viso. Nella scivolata all’indietro dell’economia italiana, molto ceto medio e’ diventato classe operaia, o il suo equivalente. Tanti hanno dovuto tornare a casa senza Topolino. E tutti loro hanno paura. Lo so perche’ conosco quella paura.

Voi dite che siano ricchi, perche’ hanno la villetta, ma hanno iniziato a galleggiare da poco, e hanno ancora i miei stessi segni dentro. E quelli che non li avevano piu’ , li stanno imparando mano a mano che perdono di livello sociale. Hanno sempre piu’ paura.

Questo non significa che questa pulsione, questa paura, debba essere sfruttata da una classe politica.  O che debba venire amplificata. E’ uno strumento volgare che si basa sulle cicatrici di chi ha sperimentato la poverta’, di chi la sta sperimentando, di chi la vede piu’ vicina.Ma conosco quella paura. E non passa neanche dopo decenni di benessere, ve lo giuro. Vi rimane dentro.

Cosi’, riconosco nella Lega tutti i tratti di un partito proletario. O meglio: riconosco nella BASE leghista tutti i tratti di una base da partito proletario. Il dialetto, la rabbia, la paura dei nuovi arrivati. La diffidenza verso quelli che “parlano difficile”. Le canottiere di Bossi. La voglia di menare le mani.

Che cosa credete che siano, i proletari? Filosofi?

E cosi’, non riesco a condannare la base leghista. Li capisco. Nel senso che li comprendo. So quali forze li spingano, so che cosa provano.

Non approvo i vertici della Lega, ma non trovo altri vertici che accetterebbero quella base. Che la accoglierebbero. Che sarebbero disposti a condurla in una lotta per i loro diritti. Il partito dei pirati. Che tipo di sollievo dovrebbe dare un partito del genere, che lotta per il copyright, a gente che ha disturbi alimentari perche’ non riesce a non svuotare il piatto, per quanto colmo?

Cosi’ dico: invece di disprezzarli, di considerarli una “categoria antropologica”, provate a capirli. Ad accoglierli. Ad ascoltarli. A lasciare che vi urlino in faccia che sono arrabbiati: ho visto delle riunioni dentro una sede Arci Spim che sembravano una terapia di gruppo. Tutti andavano dal sindacalista e gli gridavano in faccia con tutta la rabbia che avevano, gli davano del venduto, gli gridavano ” e che cosa dico io ai miei figli?” . E quelli stavano fermi a farsi insultare e a farsi urlare in faccia. Sapevano che dopo li avrebbero reincontrati nel corridoio o sulle scale, a chiedergli scusa. Che non erano cattivi, erano arrabbiati e terrorizzati.

Oggi questo non succede. Non c’e’ comprensione. Per loro c’e’ solo disprezzo. Quindi, se i vertici leghisti sbagliano, voi che dispezzate la loro base siete delle merde. Valete poco come persone. Fate schifo.

Ricordatevi che il leghista medio, in un periodo di vacche grasse, perderebbe il suo razzismo verso gli stranieri: togliete la paura, o almeno attenuatela, e il leghista perdera’ il suo razzismo. E’ solo una questione economica. Ma voi, in quali condizioni smettete di disprezzare  queste persone?  Vacche grasse o maghe, la spocchia e’ la stessa. Il disprezzo e’ uguale. Non potete cambiare.

Siete sicuri di essere migliori di loro?

Questo penso: una classe operaia non va solo difesa, e non va solo rappresentata. Va anche amata. Cosi’ com’e’. E non e’ un bello spettacolo, lo so benissimo. Ma se non vi sforzate di aprire i vostri pregiudizi di classe, se non capite che ci sara’ da farvi urlare in faccia e poi perdonarli quando vi chiedono scusa nel corridoio, non li incontrerete mai. Tra quella gente si va con uno spirito missionario, o non ci si va proprio.

Caro Weltroni, non c’e’ bisogno di andare in una missione in Africa, se proprio senti quel richiamo.E’ che non lo senti, non ci crede nessuno.

Voi di sinistra non li amate piu’. Vi fanno schifo.

Cosa c’e’ di strano se ricambiano?

Uriel

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