Il potere del saper fare.

Da quando il Corriere e’ stato comprato dal Grande Delocalizzatore, la vecchia lagna degli anni ’90 , che le industrie si muovono e allora noi dovremo vivere di conoscenza e di valore aggiunto ricomincia. Prima sulla stampa, poi sul corriere , hanno iniziato a spuntare cose di individui che “vivono di creativita”‘ e che ovviamente “il lavoro e’ ovvio che se ne vada e a noi rimarra’ la creativita’ ed il valore aggiunto. Che sono, onestamente, stronzate: in questo senso, approvo al 100% la logica delle aziende tedesche possedute dal Lander: prova ad andartene, e la poltrona delocalizzata sara’ quella del CEO.  

Esistono numerosi errori in questa concezione, nella misura in cui si parte da assiomi sbagliatissimi:

  • Che soltanto l’occidente abbia la creativita’. Secondo chi parla di queste cose, gli occidentali sarebbero geneticamente superiori, e quindi gli unici detentori della creativita’, mentre gli altri popoli, beh, che si tengano pure le fabbriche ed il lavoro nei campi. Di sicuro nessun cinese puo’ arrivare ai livelli di creativita’ di un ariano, dice l’ideologia.
  • Che in occidente la creativita’ sia diffusa quanto la produttivita’. In generale, i creativi sono pochissimi. Se gli inventori sono si e no una quarantina per secolo, di cui uno-due genii del calibro di Leonardo da Vinci o Einstein, i “semplici creativi” sono poche migliaia.
  • Il valore aggiunto deve essere lontano dalla produzione. Secondo questa logica, l’occidente passera’ il tempo a scrivere geniali jingle pubblicitari per prodotti fabbricati in Cina: dal momento che il cinese non puo’ certo scrivere un jingle pubblicitario. La casalinga che ha un orgasmo lavando una vasca da bagno con un detersivo cinese va oltre l’immaginazione del cinese medio.

La verita’ e’ che questi signori non capiscono una cosa, o meglio non stanno notando una cosa: i paesi in via di sviluppo stanno iniziando a sviluppare un’offerta ANCHE nel campo del middle management. Il che significa che se prima ad essere delocalizzati erano solo i lavoratori, oggi la cosa inizia a diventare problematica anche per il middle management.
Il punto critico di questo discorso e’ semplicissimo: per delocalizzare occorre standardizzare. Occorre standardizzare perche’ se cercate di delocalizzare un prodotto che si origina da una classe di artigiani cresciuta magari con un sistema scolastico apposito, vi trovate nella condizione in cui il vostro target non ha avuto la stessa scuola.

Mi spiego: prendiamo per esempio un sistema scolastico che abbia il preciso scopo di produrre operai specializzati per le PMI. Diciamo nel settore della pelletteria. Dopo qualche decennio, otterrete un settore manufatturiero che produce un prodotto molto vario (ogni PMI fa i propri prodotti) e se esiste un buon meccanismo scolastico, anche una certa qualita’, o meglio, una serie di specifiche qualita’. Se a questo punto pensate di delocalizzare, la prima cosa che vi verra’ in mente sara’ di spostare lo know-how. Ma mettere dei contadini , farli formare e mandarli allo sbaraglio non vi riuscira’: nessun prodotto e’ davvero unico, nessuno know-how e’ davvero unico, ma vi servira’ perseverare per anni ed anni, e spostare in Cindia le scuole , per avere tra venti anni lo stesso prodotto.

Con questo non sto dicendo che l’artigiano sia magico e che abbia un sapere non trasmissibile ai non italiani. Dopo cinquant’anni che fanno pasta, in USA ci sono marche di pasta che sono ottime. E dopo cinquant’anni a crescere vinicoltori, anche i vini non italiani cominciano ad essere apprezzabili. (1) Ma ci hanno messo cinquant’anni. Perche’ e’ stato necessario ricostruire lo know-how, il che richiede tempi molto lunghi.

I farlocchi che credono di bloccare tutto mettendo un marchio DOCG non hanno capito niente: il fatto che esista una storia industriale relativa a dei prodotti non rende IMPOSSIBILE spostarli, lo rende solo difficile e lungo. Ma non esiste niente che impedisca, mettendoci impegno ed anni, di replicare ANCHE la storia industriale altrove.
Il primo punto che i delocalizzatori devono conseguire, quindi, e’ spezzare le dipendenze con la storia industriale del posto. E dico “storia industriale”; perche’ quando in un paese hai VolksWagen per 50 anni, ogni micragnosa azienda fornitrice sa quale programma e’ meglio comprare, che versione di cad usare, che tipo di bancali sia meglio usare, e tutta una gigantesca quantita’ di piccoli dettagli ESTERNI all’azienda, la cui filiera si arricchisce di “little skills” nei decenni. Lo stesso dicasi per un qualsiasi distretto industriale.

Cosi’, per prima cosa il delocalizzatore deve raggiungere DUE obiettivi:

  • Svincolare il prodotto da ogni componente umana che richieda anni per venire accumulata.
  • Svincolare il prodotto da ogni componente creativa che richieda anni per venire accumulata.
Ora, la trappola e’ semplicemente questa: chi vi promette una societa’ di creativi come societa’ POST-delocalizzazione omette il piccolo dettaglio che per delocalizzare occorra UCCIDERE la creativita’ del prodoto in modo da svincolarsi dai creativi. CHi lavora come designer di un prodotto e’ una specie di punto di accumulazione della storia industriale: ha imparato od ereditato centinaia di “lessons learnt” da errori gia’ commessi in passato , e ha quindi sviluppato come “stile” cio’ che e’ il retaggio di una storia industriale. Se decidiamo di rendere il prodotto indipendente dalla storia industriale, stiamo decidendo di renderlo indipendente dai creativi.
Del resto, la visione del finanziere delocalizzatore e’ di portare altrove le fabbriche promettendo che poi tutti vivranno di ozio e lavori di concetto, per poi (quando e’ troppo tardi) dire “mi dispiace, ma i lavori di concetto sono un pelo sopravvalutati. Che ne dite della prostituzione minorile come alternativa?”.

Questo e’ quello che vi propongono i MArchionne, quando ordinano ai loro giornali di scrivere CAZZATE del genere: http://www.lastampa.it/2013/08/05/economia/cos-america-ed-europa-dicono-addio-alle-fabbriche-c3iTadQ8Wwx3iRuPyM2JLJ/pagina.html

Non c’e’ altro modo di definire queste porcherie molto anni ’90. Innanzitutto, questi economisti (essendo economisti sono dei ciarlatani per definizione) non mettono mai dei numeri. Ovvero non spiegano mai in che modo un’azienda con 50.000 operai domani avra’ bisogno di 50.000 “creativi”. In secondo luogo, non spiega in che modo 50.000 operai possano diventare dei creativi. Il manager medio diventa pazzo quando un testo supera la complicazione di 5-6 slides, dopodiche’, dicono , non riescono piu’ a seguirti. Insomma, sono dei minorati di mente. Se io dicessi ai manager “diventate dei creativi”, riuscirebbero loro a riciclarsi come creativi?

Un altro punto e’ la famosa “economia della conoscenza”, altra palla che ho visto in giro, tra i vecchi maiali sessantottini che sognano di non fare un cazzo da mane a sera e i loro nipotini che sognavano il posto da statali – sempre per non fare un cazzo da mane a sera – gira molto questa leggenda, ovvero la leggenda dell’ “economia della conoscenza”.

La prima cosa da notare e’ che se l’economia della creativita’ vede 4-5 creativi per secolo e una quarantina di inventori a sbarcare il lunario mentre tutti gli altri fanno la fine degli spermatozoi sfortunati, quella della “conoscenza” e’ un’economia simile. Prima di aderire entusiasticamente alla proposta, dovreste iniziare a chiedervi se voi questa “conoscenza” l’avete e quanta ne avete. PErche’ non si parla di “economia della laurea” o di “economia dell’aver studiato”, ma di un’economia della conoscenza, ovvero basata sul valore delle cose che voi conoscete. E attenzione , perche’ conoscere non indica una collezione disordinata di memorie che potete aver raccolto nella vita, ma una sistematica strutturazione della conoscenza.

Se andiamo a vedere quali percentuali della popolazione dispongano della conoscenza “di valore” , scopriamo che la piramide dei redditi che se ne evince e’ ancora piu’ appuntita: se nel caso della creativita’ era gia’ una piramide molto appuntita, nel caso della conoscenza e’ un pochino meno appuntita, ma non ancora “democratica”: ma specialmente, occorre capire che in un mondo del genere non esiste proprio nessun “ceto medio”.

Se pensiamo ad un reddito distribuito secondo una scala di creativita’, otteniamo la situazione per cui a fronte di 4-5 genii per secolo, piu’ qualche decina di inventori e un centinaio di scienziati, il resto finisce immediatamente nel ruolo di “working class”. Che cos’e’ un “creativo medio”? Quanto sono gli “inventori medii?”  Che cos’e’ l’analogo del “ceto medio” nel mondo degli scienziati?

Se poi andiamo all’economia della conoscenza, che cosa otteniamo? Otteniamo una domanda simile: se distribuiamo il reddito per conoscenza, quali sono le classi sociali che ne escono? Quanto e’ grande il ceto medio?

A queste obiezioni mi si risponde sempre “silicon valley”. E’ come se nel 1800 io avessi proposto a tutti di diventare musicisti , citando il fatto che a Vienna c’era una incredibile industria musicale. Verissimo: una corte molto spendacciona e interessata alla musica aveva generato tutto un ecosistema di musicisti, tra cui alcuni davvero geniali, ma stiamo dimenticando un paio di fattori:

  • Quella corte attirava PRATICAMENTE TUTTI i buoni musicisti della mitteleuropa.
  • Quella corte era IL SOLO posto nel raggio di centinaia di KM ove potevate essere Mozart e sbarcare il lunario.
So benissimo che raccogliendo le migliori risorse umane nel raggio di 6000 km, e concentrandole in un posto quel posto prosperera’. Ma questo non significa che sia un modello sostenibile, e neanche che sia repricabile. Dire che nella “silicon valley”, che raccoglie gente da tutto il globo, si viva di “creativita” ‘ e’ come dire che a Vienna moltissimi vivevano di musica e di opera. Verissimo, ma quello era l’unico posto nel raggio di centinaia di Km. Nnegli USA c’e’ la silicon Valley, e’ vero, ma usciti dalla silicon valley trovate catastrofiche situazioni di indigenza, che nessuno ascolta, perche’ la risposta sarebbe “muoviti nella silicon valley”:

Cosi’, vedo come venditori di fumo coloro che mi vengono a vendere la storia della delocalizzazione come di una trasformazione economica che porterebbe il mondo a “vivere di conoscenza”. La cosa corretta da fare e’ semplicemente far entrare lo stato nelle aziende, anche sotto forma di comune o regione, e alla proposta “delocalizziamo” rispondere semplicemente con “delocalizziamo il CEO”.

In ultimo osserviamo sempre la mirabile stronzata del secolo, ovvero l’ iPhone che vince “per il design”: ” La maggior parte del valore aggiunto dell’iPhone viene dall’originalità dell’idea, dalla formidabile progettazione ingegneristica e dall’elegante design”. Che sono palle belle e buone. Innanzitutto, l’ iPhone era originale forse nella sua prima versione, ma alla versione 5 e con migliaia di telefoni tutti rettangolari, se fosse per la “conoscenza” e per il “design”, dovrebbe valere pochissimo.

Inoltre, nel design c’e’ davvero poco: e’ un parallelepipedo di un solo colore. Non c’e’ proprio nulla di inimitabile, se non il brand. Ma qui sta la trappola: se io faccio un telefono identico senza la mela, anche nell’ipotesi in cui apple non mi denunci, verrei riconosciuto dal mercato come “imitazione”: il risultato e’ che il vero valore aggiunto e’ il brand, e come tale non e’ qualcosa che il lavoratore possa avere, ne’ prender parte alla sua costruzione.

La trappola e’ molto semplice: far credere che il mondo possa reggersi sulla creativita’ e sulla conoscenza, quando sia la “creativita” che la “conoscenza” che rimarrebbero dopo una eventuale delocalizzazione sono quelle registrate come trade mark (la mela) o quella registrata come brevetto (il telefono): NIENTE CHE POSSEDIATE VOI.

L’unica risposta possibile a questo genere di stronzate e’ quella di fondere insieme gli ultimi anni di studio e di lavoro, in modo da creare in loco una catena produttiva ove il sapere sia il saper fare il prodotto, e la creativita’ sia il saper inventare un prodotto: solo in questo modo la piramide si allarga alla societa’ intera.

Se lasciate che la promessa di una societa’ basata sul sapere vada INSIEME alla delocalizzazione, scoprirete presto di trovarvi in una societa’ basata sulla conoscenza, ove ogni conoscenza utile si chiama “brevetto”, e su una societa’ basata sulla creativita’, ove ogni creativita’ utile si chiama “marchio registrato”. Niente che possiate avere voi.

La delocalizzazione va bene come espansione delle industrie, e semmai si debba costruire attorno un’economia della conoscenza o della creativita’, si deve parlare di saper fare il prodotto e di saper inventare il prodotto: i beni immateriali hanno, infatti, un piccolo problema. Sono brevetti o marchi registrati.

Non fatevi quindi ingannare da articoli del genere, che nelle nazioni ancora industrializzate non dovrebbero nemmeno apparire sui giornali: marchionne vi sta dipingendo un futuro che non avrete mai, per la semplice ragione che quando il saper fare il prodotto ed il saper inventare il prodotto non contano piu’ perche’ sono mossi, rimangono solo saper brevettare il design e saper registrare un brand, che non vi portano ad una lira.

Questi signori, dopo aver comprato giornali, stanno vendendo di nuovo il fumo che hanno venduto negli anni ’90, raccontanto che negli USA ci sia una ripresa inesistente , nascondendo il collasso industriale – il fallimento di Detroit ha avuto un articolo, subito sparito , mentre trovate ovunque “la ripresa USA nelle citta’ della conoscenza” – ed i suoi danni.

Quando volete parlare di quanto sia bello chiudere le industrie per una economia della conoscenza, dovete sempre avere in mente le immagini di Detroit “che vive adesso di conoscenza grazie al Miracolo Marchionne”:

Eccolo, guardate quanto e’ intelligente e colto quel tizio.

Questo e’ il mondo che delocalizza le industrie per “vivere di conoscenza”. Un mondo di rovine e abbandono, questo e’ il risultato del “progetto Marchionne”, ed e’ quello che in realta’ vi promettono i ciarlatani che scrivono certi articoli da Berkeley.

Oh, come si diverte, a vivere di conoscenza e di creativita’.

Uriel

(1) No, me ne fotto se la stampa italiana vi fa credere di essere gli unici a saper fare pasta, pizza e vino. Non e’ esattamente cosi’.