Il perche’ dello squilibrio.

Le recenti vicende economiche dei paesi occidentali pongono diversi quesiti. I piu’ importanti sono “perche’ la ricchezza si sta concentrando nelle mani di pochi enti di grandi dimensioni” e “perche’ il debito sovrano degli stati sta aumentando ovunque, e non accenna a diminuire”. C’e’ una spiegazione unica per questo, ed e’ la relazione tra globalizzazione e politiche fiscali.

Facciamo un esempio: come saprete, in Italia le tasse sono altissime sul lavoro, ma nessun governo ha ancora fatto molte patrimoniali. Il che significa che le tasse in Italia sono BASSE sui patrimoni ma alte sulla produzione. Possiamo prendere un caso di nazione con tasse alte sui patrimoni e basse sulla produzione, come la Germania. Poi prendiamo una nazione con tasse basse sulle aziende di servizi, che e’ l’ Irlanda.
Allora, adesso abbiamo una multinazionale. La quale ha tutta una serie di risorse finanziare ed immobiliari, un settore servizi, delle fabbriche.
Se questa azienda ha sede in un solo paese, ne risulta che l’imponibile sia:
  • DE: poco sulla produzione, molto sul patrimonio, medio sui servizi.
  • IE: poco sui servizi medio sulla produzione, medio sul patrimonio.
  • Italia: poco sul patrimonio, alto sui servizi, alto sulla produzione.
Adesso proviamo a pensare che la nostra azienda sia una multinazionale. Essa si allunga e si globalizza, e sposta i servizi in Irlanda, la produzione in Germania e il patrimonio in Italia. Il risultato sara’ migliore di qualsiasi singolo paese.
Questa e’ una buona notizia per le aziende ma e’ una pessima notizia per gli stati. I sistemi sociali sono normalmente bilanciati, nel senso che se un paese abbassa il fisco sulla produzione, poi “recupera” sul patrimonio. Oppure abbassa il fisco sulle aziende di servizi (IE) ma poi recupera sul reddito dei dipendenti.
Che cosa succede se le grandi aziende riescono ad ottimizzare AL MINIMO la pressione fiscale? Succede che hanno mandato al MINIMO le entrate fiscali dei rispettivi paesi.
Il problema viene osservando le cifre. Apple , negli USA, sarebbe teoricamente soggetta al 35% di tasse, circa. E se fosse interamente inclusa nel territorio americano (distribuzione mondiale a parte), sarebbe proprio questa la cifra pagata.  Ma Apple ha sfruttato la posizione di multinazionale, ha messo la produzione in Cina, molto IT in diversi paesi dell’america latina, e cosi’ via. Il risultato e’ che paga al fisco americano l’ 1.9% dell’imponibile in tasse. E le cose non vanno meglio per le attivita’ svolte altrove.
Non si tratta di paradisi fiscali, ma del fatto che la pressione fiscale, su scala mondiale, e’ diversa settore per settore. Se un’azienda riesce a dividersi in settori specializzati e a spostarli come vuole, il prodotto scalare dei diversi settori per le tasse locali e’ un punto di minimo. Punto di minimo che puo’ tranquillamente essere inferiore alla pressione minima del meno costoso dei singoli paesi.
Le Off Shore ormai sono circondate e monitorate a tal punto che non servono quasi piu’. Molte di queste isolette hanno un sacco di banche, ma sono collegate da pochi backbone, che servono alle banche per fare i trasferimenti. Basta la minaccia di troncare un backbone, e sono fuori.
Il problema non viene piu’ dalle Off Shore: viene dalle differenze strutturali che intercorrono tra regimi fiscali. Se un paese tassa meno l’energia, che costa meno , potete stare tranquilli che i data center si muoveranno li’.
Il risultato e’ che le grandi multinazionali molto globalizzate soffrono di una pressione fiscale REALE che va da un MILLESIMO del loro gettito, sino al 1-2% di massimo.
Questo vi spiega immediatamente come mai proprio nei paesi che hanno “accettato” la globalizzazione e che hanno maggiormente consentito alle aziende di globalizzarsi i passivi degli stati, anche quelli che si considerano virtuosi, i debiti sovrani siano schizzati alle stelle e continuano ad aumentare.
Il problema e’ che si tratta di un meccanismo insostenibile da entrambi i lati: se da un lato le multinazionali si strutturano per minimizzare le tasse, dall’altro per poter essere globalizzate hanno necessita’ di enormi integrazioni e di tantissimi servizi pubblici. Si puo’ dire quel che si vuole, ma la nuova rete di Backbones americana, detta Internet II, e’ iniziata dalle grandi universita’, e finanziata in gran parte dal governo USA. Se domani il governo USA ferma il progetto, e inizia a mancare fibra scura, col cavolo che Apple potra’ ancora globalizzare.
Allo stesso modo, Amazon puo’ anche globalizzarsi e non pagare una lira in Italia. Ma appena appena il governo italiano decidesse di mollare sulla manutenzione stradale,  e il traffico stradale aumentasse di costo e tempo, il risultato sarebbe catastrofico. Cosi’, il punto e’ che si tratta di un processo suicida perche’ le aziende globalizzate hanno bisogno di un poderoso substrato inter-statale per vivere: e’ indubbio che senza una robusta giurisprudenza internazionale, la globalizzazione sarebbe fallita. Sebbene qualcuno dica che la globalizzazione necessita solo di deregolamentazione, vorrei vedere come gestirebbero una causa internazionale senza un grosso strato di accordi intergovernativi sotto, e senza una gestione governativa delle riserve forex.E vorrei capire come reagirebbero queste multinazionali se i rispettivi paesi esaurissero le riserve forex stesse, per fare un esempio estremo che puo’ spiegare le cose.
D’altro canto, la questione delle tasse spiega anche la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. certo che Zuckenberg potra’ guadagnare tantissimo, specialmente se paga pochissime tasse, mentre il pirla qualsiasi non avendo una multinazionale non puo’ ridursi le tasse fino all’ 1-2%.
D’altro canto l’accesso a tecniche di globalizzazione e’ gia’ possibile non solo alle multinazionali, ma a molti cittadini ricchi: dovendo comprare una casa per investire, ormai basta cercare una RE su Internet e cercare una casa che paghi poche tasse e abbia un certo valore. Dovendo aprire un conto in banca, idem. Dovendo comprare titoli od oro, ancora idem.
Il risultato e’ che la pressione fiscale sui ricchi non e’ decrescente: e’ letteralmente inesistente.
Non sto parlando di evasione o di elusione: il fenomeno e’ un fenomeno di strutturazione fiscale del patrimonio e del reddito. Una volta diviso il patrimonio in diverse tipologie (investimenti immobiliari, reddito agricolo, azienda di servizi, industria, commercio), quello che bisogna fare e’ soltanto spostare ogni singola sezione nel paese che conviene di piu’, ottenendo il prodotto scalare piu’ basso.
La prima domanda che viene da farsi e’: fino a che punto la cosa e’ sostenibile?
Possiamo avanzare alcune ipotesi:
  • Alcuni stati produrranno delle leggi fiscali piu’ sofisticate, ovvero punitive per le multinazionali. Questo e’ l’approccio della GdF , che sta sollevando il problema col ministero italiano degli esteri. Non si capisce pero’ quale debba esserequesto approccio. Le uniche aziende su cui si applica sono quelle che fanno la BoM , bill of Materials, (distinta base di produzione) cioe’ su quelle industriali.
  • Alcuni stati come Germania o Giappone hanno proceduto all’informatizzazione completa dell’amministrazione pubblica, che sa praticamente tutto delle vostre spese, ed un sistema fiscale nel quale se non dici di preciso perche’ guadagni poco -perche’ fai mancare informazioni- finisci in una classe fiscale punitiva. Quindi , se non dichiari nulla perche’ hai tutto all’estero, finisci in fascia 6, e rischi un regime fiscale terribile. Alcuni stati quindi reagiranno dicendo : “tu sei ricchissimo fino a quando non conosceremo OGNI fonte del tuo reddito. E devi essere TU a portarci le prove. Ti conviene dichiarare il VERO, perche’ quello che daremo per scontato noi sara’ comunque peggio”.
  • Alcuni stati sposteranno le tasse verso il consumo , in modo da non dipendere da dichiarazioni, rilevamenti e quant’altro. Questo pero’ sposta il problema sulle classi piu’ deboli, come ogni tassa sui consumi. In generale occorre star molto attenti a non toccare categorie fondamentali di consumi.
 Queste cose significheranno poco, perche’ in ogni caso e’ possibile variare la nazionalita’ fiscale del proprio patrimonio molto in fretta: in generale tutti gli stati che offrono un certo livello di servizi si troveranno con una bomba fiscale e debitoria. 
E’ illusorio che uno stato pensi -come pensano gli inglesi- di arricchirsi abbassando le tasse. Nella logica classica, si abbassano le tasse in un settore -che so, industria- contando che intere aziende si spostino, producendo poi il reddito fiscale nei settori collegati.  Ma il dramma e’ che con la globalizzazione, i settori collegati NON si spostano: il patrimonio ed il reddito vengono sezionati e solo la sezione piu’ conveniente viene mossa.
Lo stato, quindi si trova ad erogare piu’ servizi per le aziende che arrivano a lavorare a bassa fiscalita’, ma essendo bassa la fiscalita’ peggiora la propria resa economica. Se prima incassava 1000 da 100 aziende, adesso incassa 500 da 5000 aziende. Deve fornire servizi a 5000 aziende, ma guadagna la meta’. E i settori collegati non si sono spostati.
Cosi’, oggi gli stati -tutti- si trovano di fronte ad una sfida: o prendere il controllo della globalizzazione , o morire di debiti. Dove per “morire di debiti” significa perdere i requisiti necessari alla globalizzazione stessa, causando poi la svalutazione dei patrimoni globalizzati.
La domanda e’, cioe’: una volta che gli stati si accorgono -come se ne sta accorgendo anche il governo italiano- che esistono grandi multinazionali che operano in Italia pagando pochissimo di tasse, e che un Facebook o un Google operano in italia con cifre a otto-nove zeri ma pagano si e no il 3% di tasse, quanto tempo ci vorra’ prima che arrivi una legislazione sulla presunzione assoluta di guadagno in Italia?
Ma adesso chiediamoci: quanto valgono queste aziende nel momento in cui viene meno il presupposto che le ha fatte crescere, ovvero di pagare poche tasse? Questo e’ il punto. Come startup , hanno pagato poche tasse. Poi si sono strutturate in maniera multinazionale e hanno pagato poco o nulla.
Quanti di loro sono in grado di pagare SIA i costi di globalizzazione SIA le tasse locali?
Credo sia una tendenza arrivata alla fine. Probabilmente il primo evento traumatico sara’ il fiscal cliff americano, quando Obama dovra’ tassare i ricchi, e si accorgera’ che i ricchi non sono personalmente ricchi ma possiedono societa’ ricche, le quali pagano poche tasse. Li’ finira’ la fiera, visto che il debito USA e’ ancor meno sostenibile di quelli europei.
Che fine fa una Apple, che paga il 1.9% del guadagno in tasse perche’ tanto la produzione la fa una controllata in Cina e la vendita la fanno delle holding locali, quando improvvisamente TUTTI iniziano a tassarla , ed in piu’ deve pagare i costi di trasporto e di gestione di un’azienda sparsa per il mondo?

In definitiva, cioe’:

  • E’ assolutamente probabile che il guadagno insito nella globalizzazione non fosse quello di trovare manodopera a basso costo, cosa che pure c’era, ma nel fatto che sparpagliando l’azienda a spasso per il mondo il regime fiscale fosse ridotto di un fattore 20.
  • E’ assolutamente probabile che i vantaggi fiscali della globalizzazione verranno meno quando, come stanno facendo tutti i governi del mondo, i ministeri delle finanze si accorgeranno di avere realta’ economiche enormi che non pagano una lira di tasse.
  • E’ assolutamente certo che la cuccagna finira’ non appena tutti gli stati si accorgeranno di non riuscire a vedere la luce alla fine del tunnel perche’ anche alzando le tasse ai ricchi, esse non vengono poi pagate.

Bisognera’ solo capire chi iniziera’ per primo: dal momento che il sistema non e’ sostenibile per NESSUN governo occidentale, il problema non e’ se quanto scrivo succedera’. Il problema e’ solo QUANDO succedera’.

Uriel