Il mito della crescita dei consumi.

Circola, dal periodo democristiano, uno strano mito economico secondo il quale i governi potrebbero stimolare la crescita economica stimolando i consumi. Questo ovviamente e’ vero nel caso ci sia un problema di crollo dei consumi legato a circostanze estranee al sistema economico (incertezza politica, guerre, etc), ma e’ quasi sempre falso nel caso in cui i problemi NASCANO dal circolo economico.Si tratta di un cosiddetto “cargo cult”, cioe’ della convinzione che piovera’ se tutti usciamo con l’ombrello.

In Italia questo mito si diffuse molto nel periodo DC, a speciale riguardo per la questione meridionale. Sul meridione italiano vennero fatti piovere soldi secondo un modello “a pioggia” nella convinzione che un aumento dei consumi in meridione avrebbe necessariamente stimolato la crescita economica e la formazione di un’economia locale solida.

A sua volta questo mito non era nuovo: gli stessi USA, col piano MArshall, avevano mostrato di credere in una simile teoria. Lo stesso Ford divenne celebre sostenendo che bastasse pagare di piu’ gli operai per aumentare i consumi, beneficiandone. In realta’ Ford si riferiva ad un momento particolare dell’industria americana, l’unico nel quale tale assunzione e’ vera.

Per tornare a noi, in meridione questa logica falli’. Perche’ falli’, producendo “cattedrali nel deserto”, una classe di statali quasi parassitaria, continue truffe? Possiamo vedere una catena semplificata in questo modo. Se usiamo la produzione come processo possiamo vederla cosi’:

Credito bancario -> Impresa -> Commercio -> Consumatore

Se invece usiamo il capitale come traccia, possiamo vederlo cosi’:

Credito bancario -> Impresa <- Commercio <-consumatore.

Come vedete, c’e’ un ente che e’ chiamato a svolgere sempre la stessa funzione, che e’ quella di credito bancario.

Prendiamo la nostra “impresa” e vediamola al lavoro. Se supponiamo che si trovi in una situazione di buona produttivita’, possiamo pensare che tutti lavorino al massimo e che per gestire un aumento di produttivita’ sia necessario un nuovo investimento.Cosi’, quando il cliente compra, i soldi vanno al commerciante. Il quale vede calare le scorte e produce un nuovo ordinativo. Il quale va all’impresa, che ha due possibilita’: usare lo stock o spendere soldi in materie prime e nuove risorse e produrre piu’ del solito. Oppure, se esce da un periodo di depressione, tirare fuori qualche soldo in piu’ e ricominciare la produzione acquistando materie prime.

Ora, tutti questi scenari non sono semplicissimi da gestire per le aziende italiane. Che cosa succede?Che uno degli attori e’ estremamente esigente , nella misura in cui pretende di trovare disponibili le risorse nello stesso momento in cui vuole comprarle, o poco piu’. Si tratta del cliente.

Il secondo pezzo, il commerciante, vorrebbe accontentare il cliente e ha come “Piano B” quello di indirizzarlo su un altro prodotto, o di mettere in vetrina un altro prodotto.

A quel punto, vediamo come funziona il flusso. I consumi aumentano. I clienti entrano dai commercianti e comprano. Fin qui, tutto bene. Poiil commerciante esaurisce le riserve, e fa l’ordine. Se il commerciante e’ un grossista e ha scorte, tutto si ferma qui sino a che il commerciante conserva scorte.

Qui incontriamo il primo rischio: se siamo in un periodo di bassa liquidita’, le scorte tendono a diminuire. Cosi’, i commercianti fanno da tampone e vendono comprando meno di quanto vendano, per non esporsi al rischio di invenduti. Anzi, sono gia’ sollevati di aver diminuito  il magazzino.

Dopo il primo periodo, ove la crescita di consumi ha svuotato le riserve dello strato di commercio (negozio + grossista + distributore + eventuale logistica) senza produrre benefici all’industria , iniziano i veri e propri ordinativi. In questa fase, faccio notare, c’e’ una grossa incognita: lafiducia dei commercianti nella solidita’ di questa “fiammata” deve essere tale da rigirare TUTTO il capitale acquisito in nuovi acquisti, usando anche (se necessario) altro credito (se c’e’).

In assenza di credito abbondante, normalmente lo strato commerciale ritiene un certo ammontare del capitale, si libera del magazzino che e’ diventato un rischio e lavora con un orizzonte breve, quando non sul venduto. Il che, tradotto in soldoni, significa che un pezzo di questo aumento dei consumi si ferma qui.

Adesso andiamo all’industria. Essa ha due grossi limiti. Limiti di tempo, e limiti di risorse.

I limiti di tempo entrano in gioco quando lo strato commerciale NON vuole fare coda FIFO di prodotti, e decide di lavorare con un turnover alto. Questo significa che alle aziende arrivano molti ordini piccoli da soddisfare in breve tempo. Qui c’e’ il primo problema: poiche’ a livello industriale non si fa molto stock , ci sara’ da aspettare l’arrivo delle materie prime, il setup di servizi, etc etc. Il risultato e’ che, se i commercianti lavorano con poco magazzino e alto turnover, le industrie raramente riescono a soddisfare le loro richieste in termini di tempo, con la sola eccezione delle imprese che avevano degli invenduti a magazzino.

Poiche’ i commercianti non cambiano idea sul rischio e non fanno stock (attivita’ che permetterebbe alle industrie di fornire tempi migliori) , solo le aziende che hanno eccedenze riescono a soddisfare le richieste in tempo. I commercianti, svincolati da problemi di provenienza, a quel punto chiedono ad altri magazzini dello stesso prodotto (magari all’estero) oppure cercano prodotti alternativi.

Noi clienti ce ne accorgiamo perche’ vediamo cambiare rapidamente l’offerta, o nei supermercati/negozi quando vediamo shampoo senza scritte in italiano, prodotti stranieri o diversi dal solito, etc etc. Quello che sta avvenendo e’ che l’aumento dei consumi non viene ritenuto sufficiente dai commercianti per fare stock, e i commercianti rimediano diversificando. Con il risultato che si svuotano gli stock ma ancora non c’e’ una ripresa della produzione.

Se sommiamo il tempo necessario a calare le code FIFO del commercio e quello necessario a rimuovere le eccedenze dell’industria, siamo gia’ ad un annetto buono.

Voi direte: ma se le aziende erano inattive,possono rispondere velocemente alle richieste del commercio. Certo. Ma tutto dipende da alcuni fattori.

Prima di tutto distinguiamo in che modo un’azienda sia sopravvissuta all’inattivita’: se ha fatto fronte con risorse proprie (rarissimo) o se ha consumato il fido bancario. Nel secondo caso, il piu’ comune, la richiesta di riprendere la produzione richiede l’acquisto di nuovi materiali a credito. Poiche’ il credito e’commisurato al fatturato medio, una fiammata improvvisa dei consumi esaurisce immediatamente la capacita’ di “inseguimento”: l’azienda produttrice non riesce a crescere abbastanza in fretta e si satura.

Altro caso: l’azienda potrebbe crescere vertiginosamente, se trovasse credito. Ma il credito non c’e’, perche’ siamo nel mezzo di un credit crunch. Risultato: non puo’ farlo.

Cosi’, riassumento, un aumento improvviso dei consumi in un’economia depressa ottiene, in sequenza:

  1. Il calo degli stock locali.
  2. La parcellizzazione degli ordinativi.
  3. La differenziazione dei fornitori.
  4. La perdita di quote di mercato locale delle aziende locali.

Perche’ un aumento dei consumi abbia gli effetti che vogliamo esso deve essere lento abbastanza da permettere alle industrie di inseguirlo, sia in termini di acquisto di materie prime a credito (1), e ai fornitori/finanziatori per aumentare GRADUALMENTE la fiducia concessa.

Quello che voglio dire e’ che  se il commercio, sia al minuto che all’ingrosso, puo’ gestire rapidi boost dei consumi, lo stesso non si puo’ dire per la coppia “Credito -> Industria”.

Ma il problema e’ l’effetto devastante che ha  il fallimento di questa politica. Quando il cliente vuole comprare, e il commerciante vuole vendere, se l’industria non e’ pronta quello che faranno sara’ rivolgersi altrove. Se , come e’ successo nel meridione del paese, un’altra area industriale e’ pronta ad invadere di merci le zone interessate dall’aumento dei consumi, il risultato sara’ la colonizzazione delle aree locali da parte di stranieri che hanno SIA il proprio consumo locale SIA quello aggiuntivo.

Vediamo di fare un esempio coi numeri: la mia azienda settentrionale vendeva e produceva diciamo 1000. Ad un certo punto un commerciante del meridione, che prima vendeva 1, ha bisogno di 10. Per l’industriale meridionale passare da 1 a 10 significa decuplicare la struttura: significa avere un fatturato di 1 e presentarsi inbanca chiedendo un prestito di almeno 10 per ingrandirsi. Solo una piccolissima quantita’ di aziende locali potra’.

Dal punto di vista dell’azienda settentrionale, che vende gia’ 1000, avere una richiesta aggiuntiva di 10 e’ una crescita dell’ 1%: anche non avendo i soldi o la struttura immediatamente, tra magazzino e rapporti ordinari con la banca non ci sara’ problema a gestire il picco.

La morale di questa storia e’ che produrre un grosso boost di consumi nel meridione pompando il lavoro statale e gli aiuti a pioggia e’ servito solo a causare la colonizzazione di aziende settentrionali, le uniche ad avere le strutture e il credito necessario ad “inseguire” tale boost. Cosi’ come praticare questa politica su scala nazionale durante un periodo di crisi dl credito fara’ colonizzare l’italia da industrie straniere capaci (per questioni di scala) di gestire l’aumento (per noi grande, per loro piccolo).

Il fattore che rende devastante questo errore e’ dovuto alla sproporzione tra le aziende locali , l’aumento dei consumi e le aziende straniere. Quando si inizio’ a pompare soldi nel sud italia, le aziende meridionali (quando esistevano) avevano portata microscopica rispetto a quelle settentrionali. Esse non riuscirono a gestire il boost di consumi richiesto , e i commercianti per soddisfare i clienti iniziarono a comprare prodotti fatti altrove. Le aziende settentrionali a quel punto stesero la rete commerciale sul meridione, schiacciando qualsiasi azienda locale tentasse di contrastarle con mezzi di gran lunga inferiori.

Quando una zona ha problemi di produttivita’ , o problemi di bassi ordinativi, produrre un rapido boost dei consumi serve solo ad aiutare aziende straniere a colonizzare il posto: le aziende locali sono attrezzate per il “business as usual”, e sono gia’ in crisi. Di conseguenza non possono gestire un rapido boost, ma necessitano di una lenta ed omogenea crescita che si adatti ai tempi dell’industria.

Il mito dei consumi in crescita che aiutano l’economia non funziona e non ha mai funzionato: i consumi devono crescere, idealmente, quanto le aziende possono crescere in termini di produzione, ovvero quanto le banche possono finanziare in termini di investimento. Se i consumi crescono troppo di piu’ , icommercianti si rivolgono ad altri, e se gli altri sono piu’ grossi colonizzano il posto, stroncando i piu’ piccoli industriali locali.

Per esempio, le nostre piccole PMI.(2) Ogni volta che sentite dire che il governo sta pompando soldi per creare un impulso dei consumi, sappiate che arricchiranno nel mondo del commercio e piangeranno nel mondo delle PMI, vedendo i concorrenti penetrare il territorio. In meridione, poi, questo pompare artificialmente i consumi ha letteralmente impedito la nascita delle PMI locali.(insieme a mafia,basso credito, bassa scolarizzazione di massa, etc etc).

Si tratta di un errore ,dovuto all’impostazione culturale democristiana (almeno in Italia) , e mi sembra che abbia fatto gia’ abbastanza danni.

Uriel

(1) Anche avendo un’azienda tessile, non posso acquistare tutta la merce che voglio. Se ne richiedo una quantita’ molto superiore al solito mi vengono chieste garanzie anche dal fornitore. Non crediate che il commerciante ti apra le porte maggiormente se compri di piu’. Dipende da QUANTO di piu’: se falliste nel frattempo, per dire, gli rimarrebbe tutto sul groppone.

(2) Le nostre PMI sono cresciute nell’arco di 15 anni, partendo dagli anni ‘80 sino a meta’ dei ‘90. Un lento e continuo accrescersi di richiesta e di consumi. Se cosi’ non fosse avvenuto, la crescente domanda si sarebbe rivolta ad industrie estere, che ci avrebbero colonizzato, schiacciando le piccole PMI locali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.