Google e i giudici.

Mi sono arrivate una decina di email che mi chiedono di commentare la sentenza con la quale Google (proprietaria di Youtube) e’ stata condannata per via di un video nel quale un ragazzo autistico viene maltrattato. La mia personale opinione e’ che tale condanna fosse inevitabile per via della catastrofica linea di difesa.

 

La linea di difesa menzionata in tutti i siti ove si da’ la notizia era circa simile alla seguente: la responsabilita’ del fornitore di servizi internet e’ simile a quella di un’azienda che fornisce telefonia, per cui bisogna applicare la medesima legge.

 

La seconda linea e’ quella del “internet vive di liberta’ , e quindi agisce in deroga ai principi del codice penale”.

 

Una delle due cose e’ palesemente falsa, l’altra (sebbene ormai non piu’ vera) era inaccettabile dai giudici.

 

Andiamo alla prima: innanzitutto, Internet non e’ una rete telefonica. Una rete telefonica si occupa di mettere in contatto punto-punto due terminali, il che significa essenzialmente che non fa broadcasting.Il video incriminato era stato visto da qualche migliaio di persone prima di venire rimosso da ove si trovava, cosa che sarebbe stata impossibile (per via dei costi) da realizzare usando una normale rete telefonica.

 

Quando si afferma che il trasporto dei dati non sia responsabile del contenuto si sta dicendo una cosa sacrosanta, ma si dimentica che Google/Youtube NON sono aziende che si occupano di trasporto dati (se non quel minimo che serve loro ad accedere ad internet con banda sufficiente) ma esplicitamente di contenuti.

 

Di conseguenza, trovo abbastanza assurdo che si vada a pretendere che una cosa simile sia accettata: sebbene una direttiva europea sostenga che il fornitore di contenuti sia parificabile al fornitore di trasporto, si tratta di una visuale idealista che non coincide con la realta’: Google non si occupa di trasporto ma di contenuti.

 

Del resto, nessuno sta affermando che il trasporto sia responsabile; Alice , Tiscali o altri provider non sono stati toccati dal provvedimento.

 

La legge europea, a mio avviso, e’ altamente inadeguata a definire i limiti di responsabilita’ dei fornitori di contenuti, per la semplice ragione che si riferisce a loro come se si occupassero semplicemente di trasporto. Si parla di Youtube come se per un qualche motivo magico non fosse uno strumento di broadcasting: si dice che TV e giornali non siano “la stessa cosa” perche’ sono media tradizionali, eccetera.

 

Ma “La Repubblica” e’ un giornale, cioe’ un media tradizionale che ha un sito web piuttosto seguito. Affermare che Youtube non sia responsabile dei propri contenuti e’ come affermare che Repubblica non lo sia, o che non lo sia il Corriere.

 

L’obiezione principale a questa posizione sta nel fatto che Repubblica ha una redazione che scrive tutti i contenuti, mentre Youtube e’ un sistema che accetta contenuti dagli utenti. Questa, pero’, e’ una scelta di Youtube, e quindi e’ un rischio che Youtube deve gestire: quando Radio Radicale decise di mettere online una segreteria telefonica, sapeva benissimo che roba sarebbe andata in onda, e lo fece solo ad un orario nel quale la disciplina radiofonica del periodo permetteva praticamente qualsiasi cosa.

 

Nessuno vieta a Youtube di mettere una redazione che controlli i contenuti preventivamente: di certo e’ costoso, ma non e’ possibile affermare che i doveri di un broadcaster si esauriscano se metterli in pratica costa troppo.

 

Google ha le stesse responsabilita’ di http://www.repubblica.it o di qualsiasi altra testata che diffami, e se decide di allargare la redazione a tutti gli utenti , e’ un rischio (anche legale) che l’azienda deve essere disposta a correre.

 

Non e’ pensabile che la decisione di google/youtube di allargare a tutti gli utenti la possibilita’ di pubblicare, con i relativi rischi, implichi automaticamente che la legge debba fare un passo indietro, solo perche’ il filtro preventivo e’ troppo costoso.

 

Sarebbe piu’ sensato se, anziche’ ricorrere agli idealismi, si decidesse quale sia il limite entro il quale un sito web puo’ essere considerato un broadcaster, cioe’ possa essere considerato pari ad una TV , ad un giornale , o altro, e per questi siti si decida di applicare una disciplina adeguata.

 

Il problema e’ che si pretende di applicare la legge come se fosse verticale e dovesse valere sia per il singolo blog, che ha cento accessi unici al giorno, e un google/youtube che ne hanno milioni. Ovviamente, ogni volta che si tenta di regolare il settore , le regole che sembrano sensate per i grandi siti come google/youtube rimangono inadeguate per i singoli utenti, specialmente ora che sono molto attivi nel social networking.

 

C’e’ poco da fare, a mio avviso: come sistema di broadcasting video, Youtube ha le stesse responsabilita’ che ha una Rai. Se Rai decide domani di permettere a chiunque di andare in onda, non puo’ decidere di non essere responsabile.

 

D’altro canto, non potendosi parlare di broadcasting nel caso di un singolo utente di facebook, considerare QUALSIASI pagina web come un sistema di broadcasting e’ eccessivo.

 

Dunque, occorre che su internet il legislatore inizi a ragionare non piu’ in senso verticale, ma orizzontale: e’ un broadcaster chi ha sufficiente numero di utenti da poter garantire il broadcasting stesso: youtube non venderebbe pubblicita’ se non potesse garantire alti traffici.

 

La discriminante tra chi deve essere considerato broadcaster e chi no dovrebbe essere, dunque, stabilita sulla base del traffico effettivamente causato E sul fatto di fare trasporto o contenuti. Youtube/google e’ un broadcaster , peraltro su vasta scala, quindi dovrebbe essere responsabile di quel che manda in onda.
Perche’ il problema e’ “di che cosa si uccupa google”. Se google dicesse : io ti affitto un server virtuale e tu ci metti il tuo sito web con i filmati che vuoi, sarebbe assai diverso. Quello che mi sta dando in questo caso e’ supporto di livello 1,2,3, ma il livello 4 (cioe’ la roba che metto su) lo sto curando io.

 

Se google mi dice: io ti offro youtube come sistema editoriale completo, e curo tutto il broadcasting , a livello 1 (hardware e availability), 2 (sistema operativo , networking) , 3 (configurazione) , 4( software), e alla voce “4” c’e’ compreso il servizio redazionale, di streaming in broadcast, il discorso e’ molto diverso.
Youtube non e’ un semplice blog, ma un sistema di broadcasting.

 

Il secondo punto e’ invece la fatuita’ della difesa “ma internet e’ il luogo della liberta’ “,  che in definitiva si traduce nell’andare da un giudice e dirgli “c’e’ un posto ove il tuo potere si ferma”.

 

A parte il fatto che il giudice italiano e’ un malato di mente, intossicato dal proprio potere, che per principio punira’ un simile attentato alla sua idea di semidio che tutto puo’ ovunque, e quindi tale difesa e’ completamente farlocca, essa dovrebbe essere considerata nulla anche presso un giudice ragionevole.(1)

 

Innanzitutto, non e’ dovere del giudice difendere la liberta’. La liberta’ e’ un tema politico e filosofico, e tocca a politici e filosofi occuparsene. Semmai dovrebbe essere il parlamento ad occuparsene: l’idea che un tema come la liberta’ sia oggetto di decisione dei giudici e’ ridicolo.

 

Anche quando difende norme costituzionali o civili che sanciscono la liberta’, il giudice NON sta perseguendo la liberta’ come scopo, ma la legalita’. Tantevvero che i giudici penalisti passano tanto tempo sbattendo in galera la gente, cosa che esclude che per forma mentis perseguano la liberta’ come ideale.

 

Di conseguenza, pretendere che un giudice si fermi perche’ sta inficiando la liberta’ di qualcuno e’ ridicolo: se si dovessero fermare in questo caso, non sbatterebbero piu’ in cella nessuno.

 

In secondo luogo, il giudice passa comunque il tempo a dire che la legge sia uguale per tutti: andare di fronte ad un giudice pretendendo che un google possa fare quello che e’ vietato a rai , solo perche’ e’ un agente  di Internet, e’ del tutto assurdo.
Cosi’, secondo me si e’ arrivati ad una sentenza assurda per diversi motivi. Il primo e’ la pretesa di applicare un diritto “di internet” idealista e completamente inadatto alla realta’ quotidiana, (google non fornisce solo trasporto, ma broadcasting), e il secondo errore e’ stato quello di applicare una linea di difesa che parte dagli stessi idealismi assurdi.

 

La parte debole in tutta quella vicenda era il ragazzo malmenato. Se e’ compito esclusivo della polizia proteggere quel ragazzo, allora si crei uno stato di polizia , dando alla polizia il potere di intercettare ogni cosa.

 

Se per disgrazia pensiamo che sia compito della societa’ , e non solo della polizia e della legge, quello di proteggere il ragazzo , allora e’ compito  anche di google.

 

Durante la polemica con il governo cinese, il rappresentante cinese ha detto una cosa che personalmente approvo: nessuna azienda puo’ sottrarsi alla propria responsabilita’ sociale.

 

Erano tantissimi anni che non sentivo parlare di responsabilita’ sociali, dal momento che oggi sembra che le aziende rispondano solo al mercato, e se il mercato si struttura per far morire di fame dieci milioni di persone, allora che muoiano pure di fame.

 

A me l’idea che il mercato , internet o altre entita’ para-fisiche siano del tutto prive di responsabilita’ sociale minfastidisce molto: vogliamo , come societa’ , che si mettano online filmati di bambini autistici malmenati e umiliati? Vogliamo che si diffonda tale contenuto o meno?

 

Se come societa’ non vogliamo che avvenga, allora abbiamo preso una decisione sociale, la quale implica un qualche grado di responsabilita’ sociale: se google vuole far parte di questa societa’, ha la sua fetta di responsabilita’ sociale e deve risponderne al governo della societa’ stessa.

 

Siamo piu’ che individui, siamo una societa’. Bene: prendiamo una decisione. Vogliamo che google trasmetta questi contenuti? Se la risposta e’ no, mercato o non mercato, internet o non internet, google e’ investito di una responsabilita’ sociale, e se vuole far parte a pieno titolo di questa societa’, deve seguirne la volonta’ e gli obiettivi.

 

Se non lo fa, la societa’ ha diritto di dotarsi dei mezzi necessari a punire. Cosa che ha fatto.

 

Non ci trovo, onestamente, niente di male, se non il fatto che si sia arrivati ad una sentenza giusta per i motivi sbagliati, come un orologio che segna l’ora giusta due volte al giorno.

 

Uriel

 

(1) Per come la vedo io, il potere e’ tossico per lo spirito. Non capisco in che modo una persona possa avere tutto quel potere senza ammalarsi irrimediabilmente; fosse per me i giudici andrebbero abbattuti dopo 5 anni che svolgono il proprio mestiere, dal momento che dopo cinque anni immersi in tutto quel potere secondo me non sono nemmeno piu’ degli esseri umani. Oppure, si facciano 5 anni da giudice e due anni obbligatori a servire nelle forze armate, e quando dico servire significa che caporale e’ un grado cui non dovrebbero arrivare , in modo da recuperare un minimo di umanita’. Non riesco ad immaginare altri modi di recuperarli.

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