Falliti , martiri &co.

Gli ultimi due post , come potrete immaginare , hanno riempito di minchiate la mia casella di e-mail. A volte mi piacerebbe essere il Pelton della situazione e poter inventare una turbina a minchiate, da collegare direttamente alla mia casella di email. Poi, basterebbe un post o due. In ogni caso, ho ricevuto una tonnellata di email che parlano di Falcone , Borsellino, Pio La Torre, e tutti quelli che, come dice la madre superiora del Bene Gesserit Gaius Helen Mohiam, “hanno provato e hanno fallito. Hanno provato e sono morti”.

In italia vige una cultura spiritista, secondo la quale non si puo’ mai parlar male dei numi talari, cioe’ degli spiriti dei defunti. E’ un fenomeno molto vecchio, che risale ai romani ed alla loro religione, e che e’ stato inglobato e tramandato per duemila e passa anni. Quando una persona muore, automaticamente viene santificata, e tutto quello che ha detto assume un valore di verita’ suprema, infallibile, indiscutibile. Non si vanno mai a verificare i fatti concreti.

Pio La Torre, per esempio, falli’. Falli’ , tantevvero che fu ammazzato. Su questo non ci sono dubbi: se la tua missione e’ di annientare qualcosa, e “qualcosa” ti ammazza, evidentemente hai fallito.
Cosi’ come fallirono Falcone, Borsellino, il generale Dalla Chiesa, eccetera. Fallirono. C’e’ poco da fare, quando il nemico ti ammazza hai perso. Hai perso in maniera indiscutibile e inconfutabile, nel massimo dei modi, poiche’ non ci saranno altre mosse da parte tua.
Ora, tutte queste sconfitte e tutti questi fallimenti hanno un filo conduttore comune. Hanno un pensiero comune in sottofondo, e cioe’ quello di commettere alcuni catastrofici errori nelle assunzioni di base.
Punto primo: tutti i falliti cui sopra hanno pensato e dichiarato che la mafia sia una forza eversiva che lavora allo scopo di raggiungere un proprio obiettivo di dominio. Niente di piu’ sbagliato: affrontare la mafia sul divenire, cercando di colpire qualcosa che ancora non c’e’, un piano di potere, e’ stupido e porta a combattere i mulini a vento mentre il sicario prende la mira. La mafia non e’ affatto una forza eversiva. E’ una forza conservatrice. Lo scopo ultimo della mafia non e’ di cambiare le cose a proprio favore. Lo scopo della mafia , la sua promessa e il sunto della sua alleanza con la TOTALITA’ della societa’ meridionale e’ quello di promettere che nulla cambiera’ mai, e che la realta’ locale rimarra’ per sempre pietrificata in quella quotidianita’ attuale che alla stragrande maggioranza dei cittadini del sud va benissimo.
Qualcuno si e’ stracciato le vesti, tempo fa, quando si propose di “convivere” con la mafia. Perche’, trenta milioni di persone non ci convivono gia’, forse?  La mafia non ha ne’ il potere ne’ la capacita’ intellettuale di progettare la societa’ che gli serve, ne’ quello di realizzarla. Ma non ne ha bisogno: la societa’ che serve alla mafia e’ gia’ li’, non c’e’ alcun bisogno di costruirla, progettarla o perseguirla come scopo. Per la semplice ragione che la societa’ mafiosa e’ gia’ un fatto, e da decenni.
Alla mafia basta conservare lo status quo, e basterebbe aver letto Tomasi di Lampedusa per sapere il seguente:

qualsiasi forza tenda attivamente a lasciare le cose come stanno, impedendo ogni cambiamento, ottiene un consenso plebiscitario, totale, sociale e culturale, cui nessun cittadino, all’atto pratico quandanche volesse enunciare liricamente il contrario, sfugge.

La mafia non e’ una forza eversiva. E’ semplicemente una forza conservatrice e tradizionalista. Promettendo alla societa’ di perpetuarla secondo gli stessi, identici infami meccanismi di sempre, nel quotidiano del singolo come nella tradizione politica, ottiene un consenso plebiscitario. Tutti, anche coloro che dicono di combattere la mafia, sono alla fine dei conti dei tradizionalisti che dicono di essere dalla parte di alcuni antichissimi valori, e nel fare questo appoggiano la mafia in se’, come sistema, come ideale e come obiettivo.
Chi approcci il problema mafia cercando un piano eversivo, un progetto, una mente finissima, andra’ a farfalle. Andra’ a farfalle perche’ per conservare e’ sufficiente un istinto belluino, bestiale, stupido: “distruggo tutto cio’ che e’ non ho mai visto prima e che non capisco”. Non c’e’ bisogno di menti sopraffine per questo. Non c’e’ bisogno di intelligenze sovrumane. Bastano quei celebrolesi bestiali e sottosviluppati che vediamo quando si arrestano i capi di quelle bande. Sono solo scimmie che vedono un monolite e lo percuotono con un osso.
Il resto, lo fa la societa’.
E qui andiamo al secondo errore dei falliti cui sopra: essi pensavano che per raggiungere un piano di tale raffinatezza, che in realta’ puo’ essere realizzato con una sola istruzione “colpisci cio’ che non capisci”, la mafia necessiti di un apoggio “in alto”. Il mafioso vive in un mondo ristretto, bestiale, infimo, subumano. Non puo’ capire nulla se non la societa’ che ha a disposizione oggi, non puo’ capire altro che il proprio quotidiano, non puo’ capire nulla che sia nuovo perche’ il suo cervello e’ insufficiente allo sforzo. Si limita a colpire e distruggere ogni cosa che non capisce. In fondo e’ solo una scimmia violenta. Non lo definirei nemmeno umano, e al trattamento penitenziario dovrebbe sostituirsi l’abbattimento da parte dell’autorita’ veterinaria: farne un nemico astutissimo e’ un premio al loro gia’ ipetrofico ego.
Nella ricerca di questo fantomatico “secondo livello” essi hanno gettato fango sulle istituzioni coprendole di sospetto, facendo cosi’ il gioco della mafia stessa. Non sono riusciti, perche non hanno capito che il nemico non era sopra di loro, al “secondo livello”. Non era sotto di loro, in qualche complotto segreto di forze eversive e servizi deviati.
No, era tutto intorno a loro. Era il barista che gli portava il caffe’ nello studio, dopo aver abbandonato la scuola a 9 anni. Era la donna delle pulizie della procura assunta per conoscenze. Era nel tizio che gli vendeva la “bbroscia” a bordo di un’ape Piaggio, teoricamente priva dei requisiti per il commercio ambulante. Era nel tizio che gli vendeva i panini con la “meuza” girando con un bidone e un paiolo per la citta’, privo dei requisiti igienici di legge. E specialmente, era nei clienti e negli amici di tutti costoro. Cioe’, il nemico era l’intera popolazione. La mafia non puo’ cambiare la societa’ ne’ dirigerla; ma puo’ conservarla cosi’ com’e’, se la societa’ civile , come fa, vuole in fondo rimanere cosi’ com’e’. Se si vuole assolvere prima di esaminare i propri peccati, se vive con il capro espiatorio della mafia per autoassolversi, se inventa “secondi livelli” a Roma quando il secondo livello della mafia e’ semplicemente l’intera popolazione, ormai avvezza a vivere in quella stessa societa’ che la mafia stessa conserva.
Tutti questi falliti sono morti perche’ non hanno capito il campo di battaglia, non hanno capito l’ubicazione del nemico. Il secondo livello della mafia, quello che disegna la societa’ con tale diabolica precisione, e’ la societa’ stessa, tesa nella sua totalita’ nello sforzo di conservarsi cosi’ com’e’.
E come diceva Tomasi di Lampedusa, non possiamo nemmeno fidarci di chi straparla di cambiamento, perche’ anche il cambiamento e’ una forza conservatrice. La vera cupola della mafia e’ semplicemente quello che Tomasi Di Lampedusa descrive magistralmente, “i siciliani non cambieranno mai perche’ si ritengono perfetti cosi’”. E se sei perfetto, del resto, perche’ cambiare?
E se non devi cambiare, non hai bisogno forse di una forza conservatrice che tenga le cose cosi’ come sono? Tutto qui: quando Falcone diceva di combattere i mafiosi “da siciliano”, firmava la sua condanna a morte. Quando provava a combatterla un conservatore (ex Fuan) come Borsellino, non poteva che perdere.

Solo con il massimo disprezzo per tutto cio’ che e’ locale , con una furente determinazione a distruggere ogni tradizione, a sputare su ogni consuetudine, a disprezzare ogni nostalgia, e’ possibile colpire la mafia. Che e’ la materializzazione dell’esatto opposto: la materializzazione della voglia, diffusa nella societa’ meridionale in maniera endemica e plebiscitaria, che ogni tradizione si conservi, che ogni consuetudine continui, che ogni cosa locale sia eterna in quanto locale.

Esiste una cultura della mafia, ed e’ totale. Permea ogni cosa. Ogni cittadino. E si materializza con la criminalita’ organizzata. Questo e’ il “secondo livello” della mafia. Il cittadino comune e le sue consuetudini quotidiane.
Non il parlamento. Non la massoneria. Non i servizi deviati. Ogni-fottuto-cittadino-del-posto, presi tutti insieme come collettivita’, sono il “secondo livello”.
L’ultimo catastrofico errore che questi falliti fecero fu quello di affidarsi alla societa’ civile. Cioe’ all’ente che e’ all’origine della mafia stessa, dal momento che ogni sua parte e’ permeata dal desiderio che ogni cosa continui cosi’ com’e’ oggi, perche’ in fondo si sta male ma non ancora cosi’ male. Si vive. Come al solito. Si convive col male. Come sempre. Perche’ cambiare, in fondo? E il quadro si completa con il fatto che se anche qualcuno si trova male sul posto, emigra. Con il risultato che restano coloro cui, in fondo, le cose vanno bene cosi’: se non andassero bene, emigrerebbero a loro volta.
Affidarsi alla societa’ civile del luogo, sperare di trovare aiuto nell’ente che ha stretto un’alleanza secolare con la criminalita’ organizzata, una simbiosi che salva i criminali dalla persecuzione e in cambio riceve da loro l’immobilita’ eterna che desidera, e’ come affidare la propria vita nelle mani del proprio sicario. Non e’ possibile distruggere la mafia senza colpire la societa’ civile del luogo.
Certo, si potranno mettere a segno dei colpi, contro uno o due capi. Ma torneranno a riempire quei posti. In fondo i capetti sono degli imbecillotti, e la madre degli imbecilli e’ sempre incinta. Ma non e’ possibile andare oltre. Perche’ non appena si chiedera’ al venditore di antiigienica meuza di buttar via il carretto, di prendere una licenza da ambulante e di rispettare le norme igieniche, non solo lui si rivolgera’ alla mafia per continuare, ma i suoi clienti chiuderanno un occhio per continuare col loro panino. Tutta la societa’ contro lo stato.Tutta.
Possiamo colpire il grande costruttore mafioso che domina gli appalti? Forse. Ma dovremo fare un piano regolatore, e finiremo col colpire tutti quelli che hanno la casetta al mare, in campagna, diciamo “diversamente legale”. Tutti costoro si rivolteranno in una rivolta silenziosa, pretenderanno e creeranno una zona d’ombra ove costruire abusivamente la loro villetta busiva al mare, e poi nella zona d’ombra si inserira’ di nuovo la mafia coi suoi appalti. E tutti chiuderanno gli occhi, perche’ in fondo la mancanza di controlli che permette al mafioso di costruire ecomostri permette anche a loro di farsi la villetta al mare per l’estate.
La mafia, alla fine dei conti , vive nell’immensa zona d’ombra “causata da”, e “necessaria a” alle cattive abitudini quotidiane della societa’ locale. Che e’ inevitabilmente sua alleata.
Cosi’, chi si e’ affidato alla societa’ civile era inevitabilmente condannato a perdere: finche’ la lotta alla mafia si fa con grandi parole e arresti eccellenti va tutto bene. Ma c’e’ un limite preciso a questo: nel momento in cui la lotta alla mafia diventasse una lotta contro le zone d’ombra necessarie a mantenere la quotidianita’ illegale del singolo cittadino, i suoi piccoli traffici, le sue piccole violazioni della legge, allora la societa’ si affiderebbe alla mafia, chiuderebbe qualche occhio, e l’assassino colpira’ con la precisione di chi puo’ contare su cento, mille, milioni di occhi complici.
E’ possibile colpire la mafia? Oh, certo. Occorrono diverse qualita’.

    • Una assoluta determinazione a rendere la vita impossibile alla societa’ civile. La societa’ civile locale va punita per il patto scellerato, conservatore e tradizionalista che ha con la mafia. La nostra perfetta antimafia dovra’ imporre nuove tasse per punizione , ad ogni delitto, ad ogni manifestazione della mafia. Dovra’ ridurre in miseria la popolazione, punire, punire in generale, punire tutti. Per colpire coloro che hanno imparato a convivere con la mafia, cioe’ tutti quelli che non sono ancora emigrati e riescono a sopravvivere in una societa’ malata.
    • Un assoluto disprezzo per ogni consuetudine, ogni tradizione, ogni cosa che sia identitaria e locale. Poiche’ e’ proprio la determinazione a conservare queste cose che alimenta la mafia e la trasforma in forza sociale, tutte queste cose vanno annientate. Occore un furore futurista che azzeri ogni consuetudine ed ogni tradizione. Che vieti ogni cosa sia vecchia e consolidata, dalle feste del patrono alla cucina locale. Dev’essere una forza violenta e punitiva, orgogliosamente crudele  verso i buoni sentimenti e i valori, e fiera del proprio disprezzo verso gli indigeni.
    • Un rifiuto categorico a restringere le colpe ad una parte della societa’, una feroce determinazione a considerare tutti colpevoli allo stesso modo, a non cercare le cause in altro posto che non sia il luogo ove i fatti avvengono, a non accusare altri che non la popolazione del luogo. L’innocenza del singolo non deve essere una scusa di fronte alle sue colpe sociali.

Agendo cosi’, ovvero in maniera diversa, completamente diversa da tutti quelli che ci hanno provato, allora si potra’ fare qualcosa. Ma non mi si racconti che si possa salvare capra e cavoli. La mafia e’ una forza conservatrice il cui progetto sociale, che trova consenso plebiscitario, e’ di conservare il quotidiano identico a se’ stesso per sempre. Non e’ possibile colpire la mafia lasciando il quotidiano intatto. Non e’ possibile distruggere la mafia conservando nello stesso tempo le consuetudini, le quotidianita’, le abitudini: la missione della mafia e’ proprio quella di conservarle in eterno, e in cambio di questa missione riceve dalla popolazione il mandato, il potere sul territorio, le zone d’ombra ove nascondersi.
La mafia e la societa’ civile meridionale sono due aspetti della stessa determinazione, quella di lasciare ogni cosa nella vita locale  identica a se’ stessa per sempre. Colpire l’una e’ colpire l’altra.
Chi non capisce ove sia il nemico e lo attribuisce a secondi livelli che stanno altrove, chi non capisce che il piano eversivo non esiste ed e’ un piano conservatore dell’esistente  e contemporaneamente l’esistente nella forma in cui e’, chi si affida al proprio nemico per vincere, e’ destinato a fallire.
A fallire e a morire.

Uriel