Esegesi

What a palls.Cheppalle. Sembra che gli effetti della Riforma Berlinguer abbiano colpito moltissimi italiani, e si fatichi, confrontando due testi, a percepirne la struttura. Sembra moltissimi abbiano difficolta’ a percepire l’essenza di un dialogo, per cui l’unico modo per comunicare qualcosa e’ di spiegarlo, perche’ solo con la spiegazione e’ possibile passare la struttura dialettica di una discussione. Cosi’, vediamo di fare l’esegesi del post di MAntellini, cosi’ sara’ chiaro il perche’ io abbia risposto cosi’ come ho risposto.

Sono da sempre fra quanti sostengono l’identità fra responsabilità di rete e mondo reale. Vedo con piacere che ci siamo moltiplicati. E’ un buon segno. Andrebbe però anche detto che questo non è il momento migliore per affrontare simili eleganti argomenti. Non si consegna un uovo di Fabergè ad un energumeno con l’ascia in mano. In ogni caso, anche nella indelicatezza di questi tempi, confermo quanto dico da sempre: ciò che è un reato in viale baracca angolo piazza della repubblica lo deve essere anche sul server XYZ.it e viceversa. Nei limiti del possibile, però. I limiti del possibile sono uno dei temi di questo post.

Interessante. A parte l’incipit, un pochino come quelli che dicono “ho sempre stimato gli ebrei” prima di inneggiare a qualcosa d’altro, non si capisce chi sia l’energumeno e non si capisce chi sia che fornisce la patente di energumeno. Tutto quello che si capisce e’ che si voglia fare un discorso sui “limiti del possibile”, cioe’ un discorso puramente tecnico. Non si vede in che modo il “limite del possibile” non sia qualcosa di tecnico.
Peccato che poi non segua alcun discorso tecnico. Sara’ anche vero che i limiti del possibile sono uno dei temi di questo post, diciamo che li ha nascosti bene.

Troppa trasparenza fa male.

I sostenitori di queste misure di autenticazione personale dell’accesso a Internet propongono che chiunque acceda alla rete sia univocamente identificabile. Sempre. Siamo di fronte alla usuale sindrome del primo della classe: arriviamo prima noi del resto del mondo e questo è già abbastanza inquietante. Ma lasciamo per un attimo nel loro brodo quanti sostengono che l’identificabilità sia un valore sempre e comunque. Non lo è, ma, per ora, pazientiamo. Il fatto è che, se ci pensiamo per un istante, nel mondo reale nessuno di noi è oggi sempre identificato. Se anche la non identificabilità assoluta fosse un disvalore occorre lo stesso registrare che le condizioni della vita reale e della rete sono molto simili. Mettiamo sui due piatti della bilancia le informazioni ricavabili dai log dei server internet e la quantità di tracce che i cittadini rilasciano normalmente camminando sulla terra e ci accorgeremo che, se esiste una asimmetria, questa non racconta un deficit informativo legato all’essere online. Semmai il contrario.

Prima palla. Chi entra su Internet E’ GIA’ univocamente identificabile. Se accedi attraverso una chavetta HSDPA/UPA, prima ti autentichi usando la SIM, poi vieni identificato e segnato come connesso dagli MSC, ad un HRL/VLR viene chiesto il tuo profilo utente, e avvengono tante di quelle cose (la stessa segnalazione TCAP ti da’ un bel “TCAP end” se non hai credito per navigare ancora, per dire, figurati quanto sei anonimo se ad ogni pacchetto viene chiesto “l’utente tizio ha i soldi per avere il pacchetto?”.) che Mantellini non ha idea.
Se vi autenticate usando una normale ADSL o un cavo, beh, tra il vostro contratto , la configurazione per lo switching ATM, l’allocazione di una porta fissa sul DSLAM , l’autenticazione ppp , direi che non ci sia dubbio: siete cosi’ tracciati che di piu’ non si puo’.

Mantellini parte dal livello 7, parlando del logging dei server, perche’ ovviamente nonostante cianci dei “limiti del possibile” non sa quali siano i limiti del possibile. Bene. Dal punto di vista del ministero, caro Mantellini, l’anonimato non esiste. I dati sulle connessioni , allocazione di tale IP a tale ora a tale utente sono raccolti, conservati tot anni (se non ricordo male, almeno tre), e sono a disposizione del ministero, a richiesta. Quando arrivi in cima allo stack TCP/IP, caro Mantellini, e si parla di loggarti su un server, sei appena alla punta dell’iceberg di tutto quello che si e’ scritto su di te.
I ministero HA  la possibilita’ di infrangere QUALSIASI anonimato. PUnto. Di conseguenza, o il discorso e’ completamente ILLOGICO, oppure parliamo della possibilita’ di CHIUNQUE ALTRO non sia il ministero di infrangere l’anonimato. Delle due, l’una: o il post e’ scritto da un palese incompetente, oppure intende discutere della fine dell’anonimato verso soggetti non governativi. Per i soggetti governativi, l’anonimato NON esiste. MAI.

Quindi oggi, da questo punto di vista, non c’è un gran che da riequilibrare fra online ed offline. Anzi, paradossalmente, in un paese a bassa cultura informatica come il nostro, esiste uno sbilanciamento netto fra la identificabilità (per esempio dei reati) in rete rispetto al mondo reale. Con una ampia predominanza della prima.

Altra sparata da poser: “questo avviene perche’ la cultura informatica e’ bassa”. Nei paesi ad “alta” cultura informatica, invece, la gente si switcha le celle ATM a mano, entra nelle reti HSDPA senza autenticare la SIM, cancella i propri CDR dalla rete di comunicazione. Oh, certo, esistono le reti WIFi aperte al pubblico. Se solo tu potessi essere certo che nessuno stia sniffando i tuuoi pacchetti (spacchettare Wifi non e’ cosi’ difficile, Mantellini, lo sai?) e che non ci sia LO STATO a gestire il router ove fai passare i tuoi pacchetti, of course. Ma no, dove internet e’ gratis la rete la offre  DIO, mica passi per un router gestito da qualcun altro, il quale puo’ sniffarti. Giammai.Gratis e’ anche libero, e libero significa che nessuno ti spia. Ah ah ah. Ho un colosseo da vendere, Mantellini. Interessa?
Mantellini, ho una brutta notizia per te: se ti chiami Maroni, l’anonimato su internet non esiste. Punto.  E non c’entra la bassa cultura informatica, compresa la tua

Negli ultimi dieci anni di teorico “selvaggio” anonimato in rete si sono sviluppate una serie di dinamiche importanti mediate dalla tecnologia. Dobbiamo domandarci se sarebbe accaduto lo stesso se ognuno di noi avesse avuto il suo bel numerino governativo stampato in fronte. Eppure oggi, per chi abbia voglia di osservarlo, il panorama in questo senso è piuttosto chiaro. Molti degli avanzamenti sociali legati allo sviluppo di Internet, sono state pratiche al margine della precedente legalità. La precedente legalità, tuttora in vigori nei tribunali del mondo emerso, era ed è legale. Ma lo era piu’ che altro prima. Quando milioni di utenti della rete condividono su Youtube (o altrove) spezzoni di trasmissioni televisive, fanno due cose assieme. Violano una norma precedente (ed infatti vengono in genere biasimati dai tribunali e in qualche modo limitati da Google) e scrivono una nuova prassi comunicativa che non può essere fermata. Nuova, una cosa che prima non c’era e che ci arricchisce. Oggi milioni di persone nel mondo seguono gli highlights trasmessi dalle TV dentro Youtube che è diventata la sintesi e l’archivio vivente del prodotto televisivo. Moltiplica fascino ed interesse di 10-secondi-ogni-tanto, arricchendo un ambiente in gran parte noiosissimo e lascia andare il resto. Provate a spiegare a vostra figlia 6enne cos’era lo Zecchino d’Oro 30 anni fa. Con Youtube ce la farete, diversamente no.

Ed ecco il passaggio di Mantellini che mi infastidisce, e al quale ho risposto: la sua tesi e’ che l’anonimato serve a delinquere. Chi vuole essere anonimo, quindi, e’ magari un interessante fenomeno sociale, magari “scrivono una nuova prassi comunicativa”, ma rimangono dei criminali. Non essendo la “prassi comunicativa” una fonte del diritto alta (anche se fosse rconosciuta come consuetudine, il codice penale sarebbe una fonte del diritto piu’ forte) , chi fa queste cose e’ una persona interessante, crea una cultura nuova, ma lo fa commettendo un crimine.(cioe’ nel caso degli esempi la violazione di norme sui diritti d’autore)

Questa e’ la ragione per la quale nel mo post ho voluto elencare PROPRIO tutte quelle situazioni nelle quali l’anonimato ha permesso “nuove prassi” , che pero’ sono LECITE. Esse sono sicuramente la demolizione di regole SOCIALI, a volte MORALI, ma non sono ILLEGALI.

Questo e’ il punto: dietro tutto il discorso di Mantellini la tesi e’ che il valore aggiunto dell’anonimato e’ di consentire una certa illegalita’, e poi sostenere che tale illegalita’ abbia effetti positivi. E che sia la summa del beneficio dell’anonimato. E quindi le cose vanno lasciate cosi’, e pazienza per la legge. Ovviamente, una volta sostenuto questo, sara’ facilissimo sostenere che Lo Zecchino d’ORO, raccolta completa, e’ in vendita, e che quindi non ho bisogno di un crimine per spiegarlo a mio figlio. Dunque, non c’e’ bisogno di anonimato.

Questo offrire il fianco con una falsa tesi mi sta sulle palle, ed e’ il motivo del MIO post: esistono migliaia di altri esempi di come l’anonimato, SENZA PRATICHE ILLEGALI, abbia creato “nuove prassi comunicative” (da Usenet alle chat erotiche alle mailing list di appassionati di orologeria tibetana, che prima erano dei solitari persi nel nulla e oggi si parlano) . Ma Mantellini non lo sa. Ed e’ questo il problema: non sapendo , sfrutta il background da centro sociale di molti discorsi sulla libberta’ libbbberta’, e mi spiega che grazie all’anonimato si possono commettere molti crimini interessanti per la societa’. Spiacente, l’anonimato fa molto di piu’. Molto. E legale.

Altro esempio. La condivisione sui circuiti di filesharing ha decuplicato le nostre capacità di raggiungere contenuti che sono per noi interessanti. Qualcuno ha detto – credo con ragione- che molto spesso i condivisori sono gli amanuensi dell’epoca moderna. Tutto questo ha creato sfaceli nei vecchi modelli distributivi? Un po’ sì ed un po’ no ma non c’era comunque alternativa. Nella precedente legalità tutto ciò è sanzionato dai tribunali? Probabilmente sì, ma quando le prassi interessano milioni di persone sono le leggi (ed i modelli economici) che devono cambiare, non viceversa. E questo è quello che succederà.

Altro bel pezzo stupido. Si dice che un altra cosa bellissima dell’anonimato e’ commettere un altro genere di crimini, che pero’, cosa fighissima, siccome sono come il crimine di Robin Hood, allora e’ il perfido sceriffo di Nottingham che deve prendersela persa se la gente viola le leggi. Ancora una volta, anonimato=crimine, poi si discute semmai se il crimine sia cosi’ brutto come sembra.

E ancora una volta, ho risposto BENE quando ho sostenuto che esiste un effetto sociale dirompente e massivo dell’anonimato, che pero’ NON implica crimine. Perche’ sostenere che anonimato=crimine per poi fare apologia del crimine significa perdere la partita appena qualcuno dice (come ha specificato MAntellini in un eccesso di coerenza) che le leggi che ci sono fuori debbano valere anche dentro Internet.

In pratica Mantellini costruisce la FALSA TESI anonimato=crimine, per poi fingere di difendere la liberta’ difendendo il crimine, ovviamente, poiche’ il crimine e’ indifendibile ed un argomento debole, rimarra’ solo anonimato=crimine.

E non mi sta bene: l’anonimato e’ stato un fenomeno importantissimo anche SENZA il crimine. Il fatto che l’utente mainstream utilizzi l’anonimato per soddisfare qualche piccolo prurito (vedere lo zecchino d’oro senza pagare diritti, scaricare musica, etc) non toglie che vi siano effetti sociali molto piu’ pesanti, LEGALI, dell’anonimato stesso. Anonimato NON e’ crimine,  per difendere l’anonimato NON ho bisogno di difendere il crimine.

Non e’ cosi’ strano supporre che l’anonimato in accesso alla rete, per quanto esile e spesso misconosciuto, e’ stato in questo decennio uno dei motori dell’innovazione. Ha mantenuto intatto quel diaframma piu’ che altro psicologico che separa le vecchie norme dai nuovi comportamenti. E’ impopolare dirlo forse ma la qualità delle nostre vite è migliorata anche grazie a questa piccola distonia.

Se per qualita’ delle nostre vite intendi piratare contenuti, puo’ darsi. La sfiga e’ che gli unici esempi del post sono di pratice illegali, e l’unica cosa che avrebbe fatto l’anonimato e’ di tenere alto il diaframma che separa le vecchie NORME dai nuovi comportamenti; affermazione idiota, perche’ gran parte delle cose permesse dall’anonimato NON violano alcuna NORMA, semmai sono socialmente deprecate. Ma non ce n’e’ traccia nel discorso di Mantellini.
Tutto il discorso di Mantellini e’ che grazie all’anonimato possiamo commettere crmini, ed il crimine e’ rivoluzionario. Roba sentita sin dagli anni ’70, litania di quei sarcofagi di pseudo-controcultura che sono i centri sociali. Merda mainstream.

Quanti oggi teorizzano la necessità dell’anonimato protetto scambiano con colpevole leggerezza una serie di tranquillità che sono funzionali a certi contesti (per esempio il commercio elettronico dove ovviamente l’emersione dell’identità è indispensabile) e che piacciono molto ai magistrati (è un po’ come con le intercettazioni telefoniche, la fine di mille personali seccature da poliziotti) con gli interessi diffusi di tutti i cittadini. Che sono cosa molto differente dalle aspettative di normalizzazione delle opinioni del Ministro Maroni. Cose pesanti, che attengono alla libera espressione del pensiero, alla tutela delle minoranze e di un numero molto ampio di altri argomenti sensibili. Anche alla necessaria educazione, di cui tutti abbiamo bisogno, al contraddittorio e all’accettazione del diverso. Gli allegri autodidatti dell’anonimato protetto sono, nella migliore delle ipotesi, simpatici mattacchioni che amano giocare coi loro legnetti. E lo fanno per giunta in una stanza piccola, piena di aspiranti incendiari. Basta dare una occhiata a cosa è stata Internet fino ad oggi e a cosa potrebbe diventare domani, per suggerirgli – col cuore in mano – di smetterla.Belle parole. Peccato siano completamente illogiche (Maroni puo’ gia’ chiedere gli indirizzi IP a Facebook, e ai provider puo’ chiedere i titolari degli indirizzi IP) , senza contare che Facebook puo’ agire anche per via del cellulare, il che significa che Maroni non necessita nemmeno dell’ IP sul server, gli basta cercare tra i log di un APN, o tra i vari IAO, INT, e tutti i vari proxy trasparenti che le telco e gli ISP mettono tra voi e internet.

Mantellini parla di “cosa e’ stata internet” senza aver fatto esempi diversi dal crimine contro i diritti d’autore, Mantellini pala di “libera tutela delle minoranze” dopo aver citato solo quelli (minoranza? bah) che scaricano illegalmente o condividono illegalmente , attribuisce a Maroni una “normalizzazione” nell’accedere a dei dati, in caso di processo penale, cui Maroni puo’ gia’ accedere, e prima fa una premessa legalitaria per soddisfare la cricca bigotta, poi ricicla un discorso da centrosociale dicendo che combattere il crimine e’ “normalizzazione”, dopo aver chiarito che l’anonimato ha permesso ad internet di cambiare il mondo attraverso il crimine

Beh, non ci sto: facendo questo Mantellini fornisce armi e munizioni al pensiero mainstream, a quello che vuole dare per assodato che anonimato=crimine, anonimato=sospetto, e a quel punto discute di quanto sia stato rivoluzionario il crimine. Non mi sta bene, non perche’ io abbia un parere sul crimine , ma perche’ non accetto l’assunzione che sta alla base, e cioe’ NON accetto che la funzione sociale  principale dell’anonimato su Internet sia quella di cambiare il mondo a suon di crimini informatici.

Anche rimanendo nel mainstream, si poteva citare l’anonimato dei blog contro Saddam Hussein, quello dei twitter contro il regime iraniano, ma Mantellini sceglie proprio il crimine per spiegare il bello dell’anonimato.

Spiacente, ma delle due l’una: o il discorso e’ inutile, perche’ dal punto di vista di Maroni l’anonimato di un utente italiano non esiste, oppure lo scopo e’ di dire qualcosa d’altro. Ma oltre a quello, l’articolo di MAntellini dice solo che anonimato=crimine e che crimine=buono (perche’ ci da lo zecchino d’oro, e cosi’ via). Una volta demolita la seconda uguaglianza, attaccare la prima e’ semplice, ed una massa di ignoranti ben istruiti da articoli simili non sapra’ trovare altri argomenti a favore dell’anonimato.

Quello di Mantellini e’ un classico elogio alla pazzia, che e’ bello sul piano letterario ma sottintende che nessuno di noi vorrebbe essere pazzo, cosi’ sostiene che anonimato=crimine=cambiamento , ma nessuno vorrebbe essere chiamato criminale. Una dialettica stupida, che pero’ lascia nella mente dei lettori un concetto sbagliato, fuorviante, una ridicola posa da centrosociale, che essendo anonimi possiamo violare la legge, e grazie a questo siamo tutti dei Robin Hood che scrvono le “nuove prassi” e costringiamo le case discografiche di Nottingham  a cambiare registro.

LA risposta alla diffusione di questa cultura e’ facile da immaginare: bastera’ gridare quello che Mantellini ha detto all’inizio del post, e cioe’ che le leggi sono valide anche su Internet, per demolire la storiella di “crimine=cambiamento”, e fatto questo, l’uguaglianza “anonimato=crimine” sara’ altrettanto facile da far cadere.

Non so se Mantellini sia molto astuto o solo ignorante, secondo me e’ solo una persona che si e fatta un nome “su internet”, di quelli che “lavorano su internet” che va ai convegni e straparla di Intenet, e non ha mai scritto “enable” in vita sua su un router: il famoso barbaro che agita l’ascia su un uovo di Faberge’.

Ma lui discute “i limiti del possibile”. Come se li conoscesse. Vendendo associazioni improbabili tra anonimato e crimine, arrampicandosi poi sugli specchi per difendere il crimine, e trasformando cosi’ l’anonimato in una posizione debolissima.Del resto, Mantellini non discute della possibilita’ di Maroni di violare l’anonimato (visto che Maroni puo’ gia’ farlo) , quindi non puo’ che discutere della possibilita’ DI ALTRI. Oppure, ha scritto una massa di fesserie illogiche.

Spiacente, chi ha visto Internet un pelino di piu’ sa che l’anonimato ha cambiato il paese molto piu’ di quanto lui sappia.

E andava detto. L’unico dato interessante di questo signore e’ che va in giro a spiegare per quale motivo Internet con l’anonimato ha cambiato il mondo, facendo rigorosamente due esempi di crimine informatico, ovvero NON SA perche’ e percome internet abbia cambiato la societa’. Eppure ne scrive. Menziona “i limiti del possibile” lasciando sottintendere argomenti tecnici, che pero’ non si vedono nel post, dando comunque l’impressione di essere competente. Ma nei discorsi successivi lega l’anonimato ai “log del server” , dicendo che esistono solo su internet (come se i mainframe che stampano la tua bolletta del telefono, Mantellini, non fossero “server”) perche’ nel mondo reale nessuno tiene traccia di noi (a parte le bollette, la societa’ autostrade, il CDR delle telco, le fatture, la contabilita’, l’anagrafe, l’ INPS, l’ INAIL, l’ufficio imposte del comune, il catasto, la ASL, ….) , calandosi in tutta una serie di falsita’ oggettive che fanno accapponare la pelle. Intanto ne parla.

E il prossimo articolo, suppongo, sara’ sulla meritocrazia nel mondo del giornalismo.

Ne sono certo.

Uriel

P.S: Mantellini, invece di dire alla gente che “non ha capito” sui commenti, come se tu fossi un genio incompreso che bisogna avere cervello per capire quel che scrive, prova molto semplicemente a capire che hai scritto una massa di cazzate ad effetto , buone per i poser dei centrisociali (E per alcuni pseudointellettuali futurologi che farebbero bene a trovare un lavoro vero e una fidanzata il cui nome non finisca per .jpg )

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