Endomorfismi senza limitismi.

La discussione sulla misura dell’ output personale come metodo di valutazione della persona stessa ha fatto emergere la solita ondata di odio, e contemporaneamente ha evidenziato (almeno a me che leggo tutti i commenti) la ragione per cui tutto questo odio nasce non appena si menziona l’argomento. Ovvero, il perche’ l’ italiano ha BISOGNO di odiare e disprezzare il proprio paese piu’ degli altri popoli.

 

Quando ho menzionato la differenza di valore tra Marchionne ed un suo operaio, misurata confrontando il bilancio personale dei due, immediatamente si sono affrettate qui tutte le risposte alla Benedetto Croce, le quali si sono focalizzate nel confronto tra Marchionne ed il suo operaio. Ma il problema in realta’ non e’ questo, ed e’ piu’ profondo.

Il vero problema non e’ la differenza tra l’operaio e Marchionne, ma tra l’operaio e cio’ che l’operaio stesso ritiene di essere. Ed e’ questo il motivo per il quale l’italiano, piu’ di tanti altri popoli, ritiene di dover rifiutare la misura quantitativa forfettaria come misura di valore: affermare che ogni misura sia sbagliata e’ l’unico modo che gli resta per giustificare l’abnorme differenza tra cio’ che egli ritiene di essere e cio’ che e’.

Quando ero alle scuole superiori avevo un professore di fisica che “lavorava in uno studio tecnico”. Con ogni proabilita’ metteva firme sul calcolo delle travi e dei pilastri di qualche villetta bifamiliare (niente di male in cio’) ma cio’ non toglie che quando spiegava , che so io, le vibrazioni elastiche ci raccontava di quando aveva lavorato alla progettazione di sommergibili nucleari, ovvero all’insonorizzazione.

Dopo qualche mese di questa menata , ovviamente qualcuno gli chiese come mai una persona che lavorava a simili progetti sprecasse 18 ore a settimana per un milione e duecentomila lire/mese, e venisse a scuola con una fiat Uno. La risposta fu piu’ o meno quella che ho letto nei commenti astiosi che ho visto, e che nel caso dell’ipernarcisismo italiano si puo’ dividere in diverse correnti di minchiate:

  • Potrei (=viste le mie caratteristiche e le mie qualita’) lavorare alla NASA, potrei essere una Rockstar, potrei diventare presidente degli USA, ma nella mia scala dei valori girare per Massafiscaglia con una Fiat Uno e firmare villette a schiera e’ di gran lunga migliore.
  • Sono perfettamente in grado di fare quel che fanno Berlusconi e Marchionne, ma dovrei entrare in un mondo cosi’ immorale che io (avente le stesse qualita’ ma in piu’ onesto) non posso farlo. La mia poderosa etica mi ferma.
  • Potrei essere Marchionne, berlusconi, Rubbia o qualsiasi altra cosa, ma siccome siamo in un sistema di merda basato sui raccomandati, allora sono un disoccupato.

Tutta questa dialettica non e’ altro che il tentativo di fuggire ad un confronto, nel quale Marchionne, Berlusconi, Rubbia non sono le persone che sono materialmente, bensi’ la metafora dell’immagine che l’italiano ha di se’.

L’italiano medio nasce in una famiglia ipermaterna. La madre lo convince lentamente, ma continuamente e progressivamente, di essere unico quanto un fiocco di neve , di essere speciale, importante, migliore e superiore rispetto a chiunque altro.

Contemporaneamente, una dialettica sociale lo convince che il sistema, essendo ingiusto, non permette di valutare correttamente il valore della persona partendo dai risultati materiali.

Il risultato e’ che l’italiano ha un’immagine di se’ migliaia di volte superiore al reale, e giustifica la discrepanza enorme tra l’immagine (=le sue presunte qualita’ potenziali) e il risultato materialmente ottenuto. Il punto non e’ quindi, per l’italiano, superare il problema del confronto tra se’ e Marchionne.

Il punto e’ di giustificare la discrepanza tra quel che e’ e quel che pensa di essere.

Finche’ io dico che “tu sei 2000 volte piu’ stupido di Marchionne” tutto va bene, sino a quando non urto il modo che l’italiano ha di vedere se’ stesso. Se l’italiano ritiene che “nelle stesse condizioni avrei potuto fare le stesse cose di Marchionne”, non stiamo parlando davvero di Marchionne, ma dell’opinione che l’italiano ha di se’ stesso.

In queste condizioni, affermare che “tu sei 2000 volte piu’ incapace di Marchionne” non e’ un confronto tra tizio e Marchionne. E’ un confronto tra tizio e cio’ che tizio pensa di essere, ovvero pari a Marchionne.

In queste condizioni, l’ italiano DEVE odiare  e disprezzare il sistema. Quando l’ italiano esce dall’universita’, non e’ solo laureato. E’ il miglior laureato del mondo. Quando arriva al colloquio e lo mettete di fronte ad un terminale per una prova tecnica, vi guarda come dire “e tu, stronzo, ritieni di poter misurare la mia immensita’ con una mezz’ora di prova tecnica?”.

Il problema non e’ davvero il fatto che mezz’ora possa valutare pienamente la sua capacita’: non e’ quello lo scopo di una prova tecnica, essa serve per escludere il cialtrone e non per valutare la persona preparata. Il problema e’ che l’output della prova rischia di inficiare l’immagine che il nostro eroe ha di se’.

Quando feci gli esami di certificazione di ITIL v3, ero l’unico “tecnico” presente. Tutti gli altri presenti si presentarono in divisa da manager, portandosi dietro un inutile laptop, facendo domande in una pseudoterminologia da Project Manager(1). Nell’immagine che essi avevano di se’ stessi, erano gia’ degli executive manager capaci di guidare Goldman Sachs nel tempo libero.

Alla fine del corso ci fu un esame, per il quale bisognava studiare, cosa che questi signori avevano smesso di fare dall’universita’, e i risultati furono abbastanza deludenti. Ovviamente, la colpa era dell’esame.(2)

Il motivo per il quale l’esame venne contestato da tutti non era altro che l’idiosincrasia che l’italiano mostra quando lo si valuta misurando il suo output reale: il risultato dell’esame era di per se’ confidenziale e nessuno li obbligava a rivelarlo. Quindi il fastidio che diede loro non era legato tanto alla figura di merda di passarlo col minimo, bensi’ all’effetto che il risultato faceva sulla loro interiorita’.

Per l’italiano, e’ necessario dimostrare , sottintendere e dare per scontato che nessun sistema di valutazione della persona sia adeguato al suo caso. E questo e’ dovuto al fatto che per mantenere un’immagine di se’ migliaia di volte superiore alla realta’ materiale e’ costretto a mettere in dubbio il sistema di valutazione.

Cosi’, non ha dato fastidio il fatto di aver detto che l’operaio sia 2000 volte meno abile di Marchionne. Ha dato fastidio il fatto che, indirettamente, ho considerato accettabile un sistema di valutazione che , se applicato, rischia di mettere in dubbio l’abnorme immagine che i miei lettori hanno di se’.

Qualcuno, in malafede, mi ha scritto “ma magari io non voglio essere Marchionne”. Possibile. Ma il punto e’ se volevi essere quello che sei o meno.

Il punto non e’ di confrontare la vostra performance con la performance altrui. Il punto e’ di confermare la vostra performance reale con quella che ci si aspetterebbe se foste davvero quel che credete di essere.

Cosi’, si arriva facilmente al punto del confronto dell’operaio FIAT:

 

  • P1: Marchionne e’ solo uno piu’ fortunato. Ho tutte le qualita’ per essere come lui, e potrei fare le stesse cose. Come cazzo si permette di trattarci cosi’?
  • Q2: Se sei come Marchionne, come mai fai l’operaio alla FIAT e fatichi a pagare un mutuo?
  • P3: perche’ l’ Italia fa schifo/non ero raccomandato/a me di essere come Marchionne non importa/perche’ sono piu’ soddisfatto della mia vita cosi’.

La P3 non e’ altro che la contestazione del criterio di misura.

“L’italia fa schifo” non significa altro che “qualsiasi valutazione condotta su risultati ottenuti in Italia non e’ valida”. “Non ero raccomandato” e’ circa lo stesso.

Le altre due scuse sono piu’ sottili, figlie di Benedetto Croce e della cultura cattolica, quella di uno straccione palestinese che diceva di essere Re dei Re e quando gli chiedevano come mai sembrasse un barbone rispondeva “il mio regno non e’ di questo mondo”. Certo: perche’ in questo mondo era solo uno straccione psicopatico, cosi’ ne ha inventato un altro nel quale era superiore persino all’imperatore di Roma.

In genere chi opera in questo modo non fa altro che costruire una scala di valore nella quale guarda caso lui stesso e’ al massimo. Cosi’, quando dici “ma essere Marchionne nella mia scala dei valori non e’ desiderabile”, si sta dicendo (o sottintendendo) che in cima a tale scala c’e’ colui che ha inventato la scala medesima.

Cosi’ un barbone puo’ creare una scala di valori nella quale e’ assolutamente migliore vivere di “veri valori che contano davvero” sotto un ponte, e puzzare un tantino nel nome dei “veri valori che contano davvero”. La sfiga inizia quando si crepa assiderati, perche’ si tratta di un dato oggettivo difficile da ricollocare modificando la scala di misura: “sono felice sotto un ponte” e’ qualcosa che si puo’ far passare (chi sa, in fondo, cosa sia la felicita’), ma “sono felice di crepare assiderato” e’ piu’ difficile da far passare (ci sono molti piu’ pregiudizi verso la morte per assideramento, forse).

Cosi’, “potevo essere una star del rock ma lo star system mi faceva schifo” e’ una risposta che puo’ essere fatta passare, “sono disoccupato da 10 anni e non so come pagare il mutuo” molto meno, anche se in fondo si tratta del risultato della stessa “scelta”, di non far successo economico. E quindi, nella scelta appare sempre piu’ evidente che in fondo non sia stata davvero “una scelta”.

Il problema non e’, essenzialmente, ne’ quando confrontate l’italiano con qualcun altro (potra’ dimostrare che qualcun altro ha avuto fortuna o ha barato in qualche modo) oppure quando lo confrontate con i suoi obiettivi (abbassera’ gli obiettivi dichiarati sino a farvi credere che non ha mai desiderato niente di piu’ di un bilocale a Quarto Oggiaro. Villa in california? Che schifo!).

Il vero problema nasce quando proponete QUALSIASI misura dei risultati, perche’ qualsiasi misura rischia di inficiare l’abnorme (s)proporzione che passa tra l’immagine che l’italiano ha di se’ e “qualsiasi cosa sia possibile misurare”.

La soluzione, quindi, e’ di odiare il proprio paese, ovvero l’ambiente , ovvero qualsiasi tipo di realta’ materiale che possa fungere da misura dei risultati personali. Se diciamo che gli unici medici a far carriera sono incapaci raccomandati, tutti i medici che non hanno fatto carriera potranno mantenere la loro autostima. Potremmo obiettare dicendo che i medici sono assicurati e che le assicurazioni accettano di assicurare il sistema sanitario con una cifra accettabile, quindi tanto male i medici italiani “raccomandati” non sono. Ma se diciamo che in fondo, dati economici alla mano, le cause civili dei pazienti mostrano che i “raccomandati” sono bravi, stiamo dicendo a tutti quelli disoccupati che i concorsi non erano cosi’ truccati, che le valutazioni non erano cosi’ fuorvianti, e quindi che il loro basso punteggio forse era meritato. E quindi, loro non erano questi pozzi di scienza che dicevano di essere.

Nella mia azienda un sacco di gente ritiene di essere sottovalutata e di essere quindi piu’ meritevole di quanto non venga riconosciuto perche’ e’ “un’azienda italiana, e si sa com’e’”. Cosi’ la mia risposta e’ “se sei un dio, perche’ non vai in un’azienda tedesca/inglese/americana?” . Non lo faranno mai.

Non lo faranno MAI perche’ se entrano in un’azienda americana, verranno valutati. E non potranno dire “merda, questa valutazione non vale un cazzo perche’ negli USA lavorano solo i raccomandati”. E dovranno ridimensionare necessariamente l’immagine che hanno di se’.

Il percorso tipico dell’italiano che arriva qui all’estero e’ di pensare che immediatamente verra’ riconosciuto non per quel che e’, ma per quel che pensa di essere. Cosi’, visto che il nostro eroico magazziniere si considerava un manager della logistica in Italia, iniziera’ a rispondere ad annunci per management di sistemi logistici qui in Germania.

Scrivera’ un CV dove lui ha fatto il manager della logistica (firmava le bolle dei corrieri, mica seghe, “rispondeva per merci del valore di milioni, lui”) , e si presentera’ al colloquio. Nel quale verra’ misurato. E scartato.

Finira’ a fare lo stesso lavoro da magazziniere alla Lidl. Siccome qui un magazziniere i suoi eurini li porta a casa, comprera’ una BMW usata, un Apple usato, tornera’ in vacanza a Lecce e raccontera’ di fare il manager della logistica alla mammina e agli amici. Questo e’ il percorso medio dei “cervelli italiani” all’estero. Passano dal proletariato italiano al piu’ luccicante proletariato straniero, e poi tornano in Italia a spacciare il lpiu’ uccicante proletariato tedesco per ceto medio.

Il tutto sempre allo stesso scopo: sostenere in pubblico, ma specialmente con se’ medesimi, la gigantesca costruzione egotica che e’ l’immagine che hanno di se’ stessi.

Cosi’, io non so se valiate 2000 volte meno di MArchionne, o solo 1000. Non so se tutti debbano desiderare o meno essere Marchionne, o di vivere come lui. Ma so per certo che, se siete italiani, nel 100% dei casi siete 10.000 volte meno di come vi raffigurate nel vostro intimo, e che siete 10.000 volte meno di quello che avreste voluto essere, o di quello che credevate di poter essere.

E non vi piace sentirvelo dire. Per cui, non vi piace nessun modo di valutare le persone mediante una prova materiale.

Tutto qui. Una nazione di Napoleoni che passano il tempo ad accusare il governo, lo stato, il sistema, la mentalita’, di aver rubato loro il cavallo bianco. E che non amano sentirsi dire che Napoleone era un grande anche senza cavallo, non perche’ gliene freghi qualcosa del Napoleone storico, ma per salvare il Napoleone interiore. Quello che ha la loro faccia.

Uriel

(1) Un giorno qualcuno spieghera’ in giro che ne’ 6-sigma ne’ ITIL sono dei framework pienamente dedicati al project management, perlomeno non quanto PMP, per dire. Si tratta di framework piu’ “verticali” rispetto a cose piu’ generali come PMP.

(2) Non rivelai a nessuno il mio risultato. Mai farlo, ad un corso del genere. I piccoli  manager non sopportano di sentirsi dire dai tecnici che fanno minchiatine banali molto sopravvalutate, a differenza dei manager veri.