Editoria parassita.

Salve a tutti, sono Lemming McLem. Rappresento tutta una serie di stereotipi (sulle donne, sugli umanisti, sulla cellulite) che mi divertono molto, ma fondamentalmente non dovrei essere troppo malaccio, quindi può darsi che a volte abbia qualcosa di interessante da dire.
Il post di Uriel sui vari passeggeri di Internet ha citato una cosa, quelle delle attività commerciali che vivono parassitando, che secondo me è un fenomeno sociologicamente interessante (1), perché è finito per andare oltre il semplice spam, diventando, in ultima analisi, la vera new economy degli anni 90.
Peccato che si tratti di una vera a propria fregatura, ordita per estorcere quattrini da posti che non sospettavate nemmeno di avere, roba che veramente si devono indossare le mutande di ghisa prima di navigare.
Certe volte mi metto a ridere mentre scarico la posta, perché giuro che certa gente di fantasia ne ha da vendere. Si è arrivati al punto in cui, su determinati ambiti, ci si ritrova a pagare per poter vendere qualcosa, e il parassita commerciale si fa pagare per comprarlo. Come si fa a non ammirare gente così, dopotutto?
Un tempo, lo ammetto, pensavo che la gente che cade in certi tranelli fosse irrimediabilmente stupida. Ma, dopo aver visto che anche persone insospettabili sono finite nella rete dei parassiti commerciali, ho dovuto rivedere un attimo le mie convinzioni, e concludere che no, non è solo una questione di stupidità. Il punto è che questi parassiti sono bravissimi a farti pagare per vendere, convincendoti che stai pagando per comprare.
Lo fanno utilizzando alcune strategie semplicissime, direi quasi stupide, ma anche l’amore è una cosa molto stupida, se vedi il tuo migliore amico comportarsi da innamorato. Poi tocca a te e comprare fiori per la tua bella diventa la cosa più naturale del mondo.
E sono arcisicura che di parassiti commerciali ne esistano a frotte, oltre a quelli che conosco io. Anzi, sarei proprio curiosa di sapere se anche in altri ambiti è così.
Io parlo di quello editoriale. Gli scrittori, insomma.
Il primo stratagemma dei parassiti commerciali, da quel che ho visto, consiste nel sostituirsi alla realtà.
Editorialmente parlando, la realtà è che quasi tutti gli aspiranti scrittori mettono insieme porcherie inenarrabili, roba al di sotto del livello medio di una scolarizzazione del dopoguerra, disquisizioni sul proprio ombelico e su quanti pelucchi si contano all’interno. Basta girare un qualsiasi forum di scrittura per rendersene conto: i brani proposti sono a dir poco da vomito (salvo rarissime eccezioni, del resto se settecento scimmie battono a macchina per settecento anni…), e sfido chiunque a entrare in una libreria e comprare un libro scritto in quei modi lì.
E qui i parassiti commerciali aspettano al varco.
Perché, ovviamente, a scrivere di merda non c’è niente di male, se ci si diverte a farlo. Penso che chiunque ami leggere prima o poi si sia cimentato nella scrittura, a vari livelli – dagli haiku ai romanzi abortiti dopo tre capitoli, in fondo al cassetto dell’hard disk – proprio come chiunque disponga di una connessione Internet si sia detto, almeno una volta “ora mi faccio il sito”.
La differenza tra farsi (male) un sito e scrivere (male), però, è che nel primo caso si tratta di un hobby non totalmente egoriferito.
Se, per esempio, qualcuno ha l’hobby di collezionare elmetti militari, ci sarà una cifra oltre la quale non intende andare, perché a quel punto l’hobby diventa una perdita e non vale più la pena di farlo. E’, cioè, un hobby con limiti ben precisi, che può anche diventare un lavoro (per esempio valutando professionalmente elmetti militari, o vendendoli in negozio, o che so io), ma di cui si può sempre dire ‘fin qua, non oltre’.
Gli hobby completamente egoriferiti, invece, no.
Perché quando si parla di un hobby nel quale la persona è emittente, destinatario e mezzo, il valore della persona stessa diventa smisurato, inestimabile. Nessuno a parte Stephen King può scrivere i romanzi di Stephen King, nessuno a parte Beethoven poteva scrivere sinfonie di Beethoven, mentre, almeno in linea teorica, chiunque con le giuste conoscenze e competenze poteva relativizzare la realtà. Si può essere Einstein, ma non si può essere Omero.
Questo porta alla conseguenza che, inevitabilmente(2), l’ego dello scrittore assuma un valore smisurato, inestimabile. Andate in qualsiasi forum di scrittura e vedrete: nelle sezioni di narrativa dove questa gente posta i suoi (generalmente penosi) brani o racconti, non si accettano come commento “fa schifo”. Quello stesso commento che si fa in libreria, dopo aver tirato su un volume, letto la quarta e deciso che sarebbero soldi buttati, lì, dopo aver letto, non lo puoi fare. E non perché è maleducato, ma perché lo scrittore ha messo tanta passione a comporre, tanto amore, e se tu gli dici che quel che ha scritto fa pena, ferisci il suo ego. Che, essendo inestimabile, non può essere toccato.
E’ quasi fisiologico che, con una situazione di questo tipo, si offra il fianco al primo parassita commerciale che passa. Siccome la tecnologia evolve molto più in fretta della gente, quello che è successo è che le convinzioni di cinquant’anni fa siano ancora in circolazione, ma che non solo siano ormai obsolete, bensì siano diventate vere e proprie menzogne, che proprio i parassiti commerciali tengono in piedi, per poter continuare il loro giochino.
Prima di Internet, chi voleva inviare un manoscritto doveva andare in copisteria, fare le fotocopie, fascicolare, impacchettare e spedire, e questo solo dopo aver preso miriadi di informazioni sulla casa editrice potenzialmente interessata, per non dover perdere tempo e quattrini. Con Internet, il problema è praticamente scomparso, perché gran parte degli editori accettano un semplice allegato mail.
Questo, naturalmente, non ha ancora cambiato l’immaginario collettivo, specie di quegli aspiranti scrittori che di editoria nulla sanno e che decidono di tentare la sorte così, aspettandosi una caterva di rifiuti.
Non succede. Mai. NESSUNO, che io sappia, è stato rifiutato dopo aver inviato il suo file. Non lo sareste nemmeno voi, e nemmeno il vostro cane (3), e potete immaginare l’inesperto aspirante scrittore come si senta, quando nella sua casella di email arriva un responso positivo (generalmente standard) accompagnato dal contratto di pubblicazione.
A fronte di quest’incredibile colpo di fortuna, che va decisamente contro la comune convinzione che gli editori rifiutino quasi tutti, come si può sottilizzare sui duemila euro richiesti come ‘contributo spese di stampa’? Se un editore vi scrive “Come certamente sa, la modalità di pubblicazione di un libro di un autore emergente è quella di stabilire una corretta misura di partecipazione finanziaria con la propria casa editrice. Si tratta di una prassi consolidata, non solo in Italia, che permette all’editore di affrontare meglio i costi di stampa e di promozione…”, chi siete voi, inesperti e ingenui neofiti, per dubitarne?
Ed ecco il parassita all’opera. La strategia è delle più collaudate, ma dal momento che si basa su un errato luogo comune (è quasi impossibile farsi pubblicare), mischiato a un ego sproporzionato e inestimabile (pago adesso, ma poi tutti mi conosceranno e avrò un ritorno mille volte più grande!), è molto facile sorvolare sul nocciolo, grande come una casa, secondo il quale E’ RIDICOLO PAGARE PER VENDERE QUALCOSA. Ho conosciuto persone che si sono abbassate a lavorare tre mesi gratis, sperando di essere poi assunte, ma sinceramente gente così cogliona da pagarmi per portarmi a casa la loro merce devo ancora incontrarla. Anzi, se avete qualche recapito, sono qua.

Se conoscete un fruttivendolo che mi paghi per portarmele a casa, io domani farei la parmigiana...
Se conoscete un fruttivendolo che mi paghi per portarmele a casa, io domani farei la permigiana…

Così, ecco nascere e proliferare tutta una serie di case editrici che si fanno pagare per pubblicare… ehm… delle genialate incomprese. E’ una pratica completamente legale, dopotutto offre un servizio, come specificato nel contratto. Piccolo problema: chi è il cretino che paga per lavorare?

1) Un idraulico;
2) Un avvocato;
3) Un genio incompreso.

Io la risposta la so.
Il trucchetto, ma penso che si sia già capito, è che questi parassiti commerciali inseriscono una fallacia di ragionamento secondo la quale sono loro a fare un favore nel rischiare investendo su un perfetto sconosciuto, e di conseguenza questo sconosciuto, se non è un ingrato, deve in qualche modo contribuire al rischio.
Due numeri, giusto per chiarire di cosa stiamo parlando. Consideriamo che in genere la tiratura di base per un libro di un perfetto sconosciuto è sulle 100/200 copie, non di più, che si risparmia sulla rilegatura (brossura, cioè il formato paperback), che il romanzo di solito non supera le 300 pagine, a meno di essere un po’ tanto psicopatici (4).
formato del libro 13×21;
copertina a colori;
codice isbn (il ‘numerino’ che trovate dietro il libro, sopra il codice a barre, che identifica in maniera univoca quel libro in tutto il mondo: in pratica, se cercate un volume e non ricordate titolo, o editore o autore, con il codice ISBN lo beccate sicuro);
500 pagine;
carta e rilegatura decenti, cioè roba che non vi lascia la pagina stampata sulle mani e non esplode appena aprite il volume un po’ più di mezzo centimetro;
Costo totale: sui 1100 euro.
Come avete notato, mi sono tenuta non larga, larghissima con le proporzioni, mentre il prezzo rischiesto (diciamo duemila e rotti euro) è quello standard. Inviare file per credere.
Ecco quindi il domandone retorico quindi inutile (ma io lo faccio lo stesso): quale stracazzo di rischio sta correndo un editore, se dopo aver completamente coperto tutte le spese compreso il codice ISBN (costo: 2 – due – euro), si intasca altri mille euro?
Esattamente, dov’è il favore che fanno all’aspirante scrittore, all’infuori fargli credere di aver bypassato una selezione durissima (5) basandosi su uno stereotipo che non esiste più da almeno vent’anni?
E così, ecco nascere e proliferare un sacco di imprese commerciali che si nutrono di ego, proprio come i parassiti, che succhiano tutto e alla fine ti lasciano vuoto: case editrici, agenzie letterarie (3200 euro per un editing, ovvero correggere gli errori, 1870 se non interessa l’IVA), agenzie di servizi editoriali, concorsi letterari, letture critiche (450 euro iva compresa), librerie che si fanno pagare per far presentare libri a scrittori sconosciuti, che pontificano su correnti letterarie e ispirazioni erudite alle loro zie e agli amici del cuore – nessun altro ha voglia di perdere tempo con ste cazzate, e vorrei anche vedere.
Questi parassiti commerciali, a parte gli idioti che spennano con pieno diritto (spiacente, ma se un aspirante scrittori riceve trenta rifiuti o giù di lì, e alla fine si rivolge a un editore a pagamento, è un bene che regali i suoi soldi a chi li userà meglio), vivono e prosperano grazie a tutta una genia di persone che non definirei neppure disinformate, bensì fondamentalmente legate a una concezione di un ambito nel quale questi parassiti non esistevano, perché non avevano spazio fisico nel quale esistere. Con Internet, si può ricevere una risposta da questi parassiti in dieci giorni o anche meno, mentre le case editrici vere lavorano ancora su tempi molto lunghi (anche un anno prima di dare una risposta), per il semplice fatto che il loro lavoro è un altro: pubblicare e vendere libri, anziché vendere la pubblicazione.
Questi parassiti sono ormai arrivati a livelli tali che li si trova in pubblicità su quotidiani, sugli Adsense di google, su Facebook (annunci a pagamento). Sono ormai oltre lo spam, forse non ne hanno neanche mai avuto bisogno.
Io non so se esistano altri ambiti nei quali questi parassiti prosperano facendosi pagare dai loro dipendenti (a parte le società piramidali, ma qui è un’altra cosa). Se magari qualcuno conosce, che so, un giocattolaio o un idraulico che applica questa politica, mi passa il cellulare?

    1. Ho dato quattro esami di sociologia il cui voto più basso era 29. La mia fortuna è stata che nessuno mi abbia mai chiesto “ma che cazzo è la sociologia, alla fine?”. Secondo me avevano paura che rispondessi.

    1. Sì, anche i cosiddetti ‘artisti umili’ hanno un ego di proporzioni megalitiche, anzi, la soluzione per non farsi fregare, abbattere, o soltanto fare la figura dello stupido, è avere un ego talmente sproporzionato che ingoia tutto. E dei succhi gastrici così acidi che non esiste parassita che non si dissolva.

    1. Un mio amico si diverte a inviare cazzate copiate dai blog inframmezzate da bestemmie e minacce di morte: ha ricevuto 4 proposte di pubblicazione, da 4 diversi editori, con tanto di brochure a colori del loro catalogo.

    1. Coff, coff.

  1. Lo è, lo è. Gli editori che non chiedono soldi, ma che al contrario pagano l’autore per il suo lavoro, fanno una selezione che farebbe piangere il dr. Mengele, tranquilli.

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