Dibattitoclasti.

Un’amica mi ha invitato a partecipare , sul suo blog aziendale (dedicato alla filosofia della comunicazione su internet)(1) , ad un dibattito tra popperiani e non so chi altri. La verita’ e’ che non mi dispiacerebbe partecipare a dibattiti simili, se in questo paese non si fosse ormai cancellata la capacita’ di costruire un dibattito.

Il concetto di costruire il dibattito dovrebbe essere chiaro semplicemente osservando l’espressione “costruire un dibattito”. Essa rende molto chiaro che lo scopo dei partecipanti non e’ quello di competere per avere ragione O per uscire vincitori, ma quello di aggiungere piu’ contenuti possibile al dibattito stesso. Naturalmente tutti quelli che vengono dalla cultura mainstream attuale diranno “ma io cosa ci guadagno a partecipare ad un dibattito se lo scopo non e’ quello di beneficiare i partecipanti e le singole posizioni ma solo di contribuire ad uno scritto finale?”

Ovviamente la considerazione economica non cambia nulla di una virgola, e lo scopo del dibattito rimane di costruire un dibattito, ma questa considerazione economica riempie i dibattiti di gente che arriva li’ solo per mettersi in mostra, disturbando il dibattito stesso.
Tra le persone che hanno, in Italia, fatto di questo imperativo economico un’arte si sono distinte due categorie. Quella dei “provocatori” (Ferrara, MAssimo Fini, etc etc) e quella dei “Critici”, che sarebbero i vari Sgarbi, Caroli & co.
Prima di tutto, occorre chiarire una cosa. Il mass media ha il potere di ingigantire la persona che ci sta dietro: diciamo con un paragone calcistico che un giocatore di serie C con in mano un giornale o una TV sembrera’ un giocatore di serie A. Se siete Sgarbi, finirete in TV a parlare dei libri sull’arte che avete scritto. Poiche’ tutti gli altri accademici che scrivono libri sull’arte non finiscono in TV, per i piu’ Sgarbi sara’ quello che scrive piu’ libri di tutti. Se Ferrara continua a sproloquiare di teologia sul suo giornale o in TV, mentre i congressi di teologia sono normalmente meno vistosi, sembrera’ quasi che Ferrara sia uno che si occupa di teologia di alto livello.
Faccio notare che la mia metafora del giocatore di serie C, appunto, richiede un giocatore di serie C, cioe’ una persona che, pur non essendo eccellente abbia comunque un’istruzione in materia superiore alla media. In questo modo, l’uomo comune si rende conto di non saperne tanto quanto il nostro mediocre, ma non essendo capace di stimare a quanto ammonti la distanza, e’ molto facile per il mass media amplificarla fino a trasformare un giocatore di serie C in uno di serie A.
Cosi’ Ferrara in tema di teologia e’ scadente ed ignorante  in maniera evidente per chiunque ogni tanto legga un vero autore, ma usa piu’ citazioni dell’italiano qualunque, per cui sembra competente. Poiche’ amplifica se’ stesso mediante il mass media, gli e’ facile passare per uno che ne capisca qualcosa. In realta’ continua a dire delle fesserie che sconfinano spessissimo nell’eresia, continua a dibattere temi trattati ed esauriti nel 1400 come se fossero ancora attuali e come se le domande che fa fossero inesplorate.
Personaggi come Ferrara o Massimo Fini , quando vengono colte in castagna, si riparano sempre dietro la stessa stupida etichetta “made in the ’70s”, cioe’ quella di “era una provocazione” oppure “il dubbio e’ alla radice del progresso perche’ e’ alla radice dell’indagine”. Si tratta di fesserie.
E’ vero che la provocazione puo’ aprire un dibattito che per ragioni politiche viene evitato, ma perche’ questo succeda occorrono condizioni precise.

    1. Chi provoca abbia la levatura e l’autorevolezza per farlo. Ferrara non ha i titoli per irrompere nell’indagine teologica moderna, e gran parte dei suoi “dubbi” non sono frutto di una tensione verso la conoscenza, ma vengono da semplice ignoranza.
    1. Occorre che la provocazione arrivi nella sede giusta : Lutero ha affisso le sue tesi sulla porta della chiesa di Wittemberg. Se le avesse affisse sulla bacheca dei vini dell’ Osteria del Montesino probabilmente il protestantesimo avrebbe preso una piega diversa, e con buona pace di Ferrara nemmeno un giornale come il foglio avrebbe aiutato molto.
    1. Occorre che essa venga espressa in termini tali da essere dibattuta. Possiamo partecipare ad un congresso sul supercalcolo che si interroghi sulla validita’ della prova al calcolatore rispetto agli strumenti formali classici, ma esordiamo dicendo “sono contro alle calcolatrici in classe perche’ ormai gli studenti non sanno piu’ le tabelline” , verremo accompagnati fuori dalla porta.

In realta’, nessuno dei “provocatori” italiani gode di questi requisiti. La loro azione si compone semplicemente del fastidio che producono con affermazioni che risultano offensive, le cui inevitabili reazioni vengono poi spacciate per efficacia intellettuale della provocazione. Ma non c’e’ alcuna efficacia intellettuale nel semplice fastidio, a meno che non consideriate le zanzare un interessante dibattito anarco-marxista sulla proprieta’ dei globuli rossi: in realta’ sono solo fastidiose.
L’altro equivoco sul quale i Farrara e gli altri “provocatori” si basano e’ quello secondo cui “il dubbio e’ alla radice della ricerca”. E’ vero, ed e’ vero che lo ha detto Einstein, ma tra i dubbi di Einstein e i dubbi di Ferrara c’e’ di mezzo il mare,  e’ ovvio che i dubbi di una persona erudita la sproneranno a sapere di piu’, ma e’ anche vero che i dubbi di una persona ignorante non provengono da una spinta verso la ricerca, ma da una certa pigrizia scolastica.

Va benissimo dire che il dubbio spinga alla ricerca, ma questo avviene nei casi per i quali possiamo escludere che una mastodontica e crassa ignoranza sia alla base dei dubbi. In quel caso, a questi “dubbi” l’unica risposta dovrebbe essere “studia, invece di rompere i coglioni a chi lo fa da anni e sul serio”.

Tutti questi personaggi in realta’ sono dei disturbatori. Sono dei personaggi di serie C che vorrebbero calcare i palcoscenici di serie A, con il solo piccolo problema che non hanno argomentazioni a sufficienza. Cosi’ continuano a strillare corbellerie , e quando gli addetti ai lavori protestano dicono che la loro “provocazione” e’ positiva perche’ apre un dibattito.In realta’ sia persone come Massimo Fini che Giuliano Ferrara continuano ad enunciare tesi in materia di cattolicesimo che sono giunte a completa conclusione seicento anni fa, e se avessero frequentato un discreto catechismo lo saprebbero entrambi; come al solito, il fatto che sia io (non cattolico) ad accorgermene puo’ essere considerato una prova a fortiori.
La seconda categoria e’ quella dei critici cafoni, il cui grande esponente e’ Vittorio Sgarbi(2), fondatore di una scuola di vocianti pescivendoli che confondono la critica con l’estimo. Detta come va detta, Sgarbi e’ un critico d’arte quanto un geometra e’ un critico di terreni: entrambi svolgono un’attivita’ il cui nome corretto e’ “estimo”.
L’estimo e’ un’attivita’ che viene confusa con la critica per una ragione molto semplice: nell’estimo si elencano tutte le qualita’ positive di qualcosa , dalla sua provenienza alla tecnica realizzativa, e per forza di cose si finisce con l’elencare anche i difetti dell’opera stessa. Cosi’ , poiche’ anche la critica inizia con un’attivita’ analitica, e’ semplice spacciare per critica l’estimo, e spacciare un lavoro catastale per una critica sui beni culturali: la fase iniziale  di analisi e tassonomia  e’ quasi identica.
La differenza tra la critica e l’estimo non viene infatti dal metodo iniziale, ma dalle sue fasi conclusive: affermare che l’ultimo piano della Torre di Pisa valga meno perche’ l’edificio non dispone di un ascensore e’ sicuramente corretto dal punto di vista dell’estimo immobiliare, come critica d’arte non vale un granche’: eppure, anche il critico d’arte scrivera’ che all’ultimo piano si giunge attraverso scale.
Inoltre, la critica si distingue dall’estimo per via della sua attivita’ catartica, cioe’ per via della sua tensione verso il miglioramento: Wittgenstein che critica Russell indubbiamente ha questa qualita’, unita ad un’altra qualita’ che e’ quella positiva, ovvero il fatto che demolire la tesi X e’ l’unica via per mandare avanti la tesi Y, che sarebbe stata considerata falsa per via della verita’ di X.
Nell’attivita’ di “estimo maligno” in cui sono specializzati questi personaggi non c’e’ nulla di tutto cio’: tale attivita’ non puo’ essere classificata come “critica” perche’ non ha nessuna tensione verso il miglioramento ma solo una vis polemica, e non puo’ essere identificata alcuna componente positiva; Sgarbi all’arte non ha dato nulla di proprio, e da bravo ex dipendente statale la sua attivita’ (e potete evincerlo leggendo i suoi libri “sull’arte”) oscilla tra le ripetizioni per qualche esame scolastico e una forma particolarmente polemica di estimo.
Anche le persone come Sgarbi  (ed inevitabilmente i seguaci della loro scuola) sono specializzate nell’irrompere nei dibattiti impedendone lo svolgimento. L’autorevolezza che deriva dalla loro sedicente attivita’ di “critici” viene usata sempre ed invariabilmente nella maniera piu’ distruttiva possibile, con il risultato che averne uno nel dibattito rendera’ impossibile il dibattito.
Avrete notato come io abbia scelto per fare questi esempi dei personaggi televisivi; come ho spiegato sopra la diffusione di tali figure (nonche’ la loro sopravvalutazione in termini di merito e di accademia) e’ dovuta principalmente ai mass-media, il vero problema e’ che il loro ingresso nella cultura mainstream ha reso quasi “normale” che ci sia la figura del “provocatore” che irrompe nel dibattito con una tesi che produce solo reazioni di fastidio (3) , per poi frignare quando viene espulso (se il moderatore fa il proprio mestiere) ed osannarsi quale “personaggio scomodo” quando si tratta solo di personaggi fastidiosi.
Cosi’, preferisco sempre NON partecipare a dibattiti proprio per gli effetti nefasti che queste figure hanno causato: ormai l’italiano medio e’ convinto che esista e sia legittima la figura del “provocatore”, individuo che pronuncia tesi scompaginate e volutamente offensive credendosi un fustigatore  dell’ipocrisia quando e’ solo un fastidioso petulante , hanno convinto gli italiani che la loro ignoranza sia paragonabile ad una forma di dubbio sullo stato dell’arte, hanno convinto gli italiani che il semplice estimo sia una vera e propria critica.
E in queste condizioni, costruire un dibattito e’ impossibile: la ferocia con la quale censuro i commenti di questo blog non e’ altro che la logica conseguenza di questo fatto.
Uriel

(1) E’ visibile solo ai dipendenti.
(2) La ferraresita’ e’ difficile da spiegare. Mettiamola cosi’: il ferrarese della ferrara “bene” non urla e usa toni gentili. Il cafone, a Ferrara, lo riconoscete proprio dal volume della voce e dai toni che usa per esprimersi, essendo il dialetto ferrarese “facile all’iperbole sonora”. A qualsiasi ferrarese, Sgarbi appare per quel che e’ non appena apre (troppo) bocca per parlare (o meglio, urlare): il problema e’ spiegare questo concetto ai “foresti.” E agli “zanetti”, anche quando “un pochino cremini”. Chi e’ del posto mi ha capito, gli altri non possono.
(3)Queste reazioni di fastidio vengono sempre accusate di essere ipocrite. Come se io dicessi “tua madre fa i bocchini  a quindici sacchi e ti da’ anche il resto” e quanto qualcuno si offende dicessi “sei un ipocrita che non ha il coraggio di dire le cose come stanno, e la tua reazione mostra quanto sia vero quel che ho detto”.