Dati corretti e gabbie salariali.

Finalmente arrivano dei dati coerenti sulla crisi, o perlomeno arrivano dati coerenti con quanto si sapeva, e onestamente mi sento quasi confortato. Dico che mi sento confortato non tanto perche’ i dati siano buoni (non lo sono per nulla) ma perche’ almeno non si vive in uno strano mondo di propaganda nel quale tutto va bene ma nessuno sa dirti perche’, ne’ come sia possibile. E con questi numerini e’ possiible fare qualche previsione.

Sul PIL tendenziale a -6%, misurato nel periodo di giugno, cioe’ nel periodo piu’ nero della crisi, c’e’ poco da dire. Era ampiamente prevedibile e non e’ nemmeno cosi’ terribile come ci si aspettava. Lo dico perche’ si tratta di un dato essenzialmente tendenziale, e peraltro di un tato complessivo dall’inizio della crisi (giugno dello scorso anno) al periodo piu’ buio, e ci dice quanti danni abbia fatto: il 6% del nostro PIL e’ sfumato perche’ qualcuno di questi meravigliosi saggi, etici e fighissimi anglosassoni ama giocare al casino’ con la finanza mondiale.

Se esistesse una class action internazionale, quello che succederebbe sarebbe che ogni nazione citerebbe in tribunale gli USA e chiederebbe i danni per il casino che hanno fatto: putroppo la legge si basa sulla possiiblita’ di applicare una certa violenza , cioe’ di punire, e senza la possibilita’ di applicare qualche genere di violenza sugli USA una simile cosa non si potra’ fare. In linea di principio, pero’, se fossimo in un mondo ordinato con un diritto comune, UK e USA dovrebbero venire trascinati in tribunale e costretti a pagare il conto di questo disastro: non vedo perche’ un paese come l’Italia che proibisce per legge di creare roba disastrosa come i subprime americani(1) debba pagare con il 6% del PIL il fatto che  i signorini  di Wall Street e della City abbiano deciso di giocare al casino’ col mondo.

Il dato del -21% della produzione industriale invece e’ quello in linea con le cose che pensavo, e quindi finalmente posso smettere di ipotizzare scenari globali per spiegare un fenomeno che in realta’ non e’ avvenuto: l’impatto della crisi e’ stato quello che mi aspettavo, quindi sono stati forniti dati propagandistici, e oggi che arrivano quelli presi sul mondo reale si vedono i danni veri. Fine del sogno, gente.

Su una sola cosa sono in disaccordo con la lettura di Confindustria, ed e’ riguardo alla storia dell’energia: non possiamo continuare a chiedere alle aziende di risparmiare e tagliare gli sprechi, a Terna di investire nella rete , alla gente di installare elettrodomestici AAA, lampadine a basso consumo, di rinunciare all’aria condizionata, e poi dare troppo peso ad un calo del 2% su base tendenziale. Se la popolazione rimane costante, e inizia a risparmiare o a rendere “green” i propri consumi, il calo degli energetici e’ scontato.

E’ interessante il fatto che ad un calo del 21% della produzione industriale corrisponda “solo” un calo del 6%, il che significa che la produzione industriale di per se’ stessa pesi meno del 28% del PIL. Anche considerando un 42% medio di prelievo fiscale , che si riflette in spesa pubblica, rimane un 29% di PIL di “rendita”.

A questo punto e’ possibile azzardare una previsione: con una simile perdita percentuale nell’ultimo anno, anche con il “condono” delle rate dei prestiti, un 10-15% delle aziende italiane, e mi riferisco a quelle che possono fallire (PMI), ha i giorni contati , e chiudera’ entro fine anno.

Anche supponendo che la redditivita’ sia alta, un calo del 21% non e’ recuperabile in un anno, e neanche in due anni: nemmeno con il condono dei prestiti, che al massimo fara’ calare momentaneamente i tassi di interesse, e’ possibile recuperare cosi’ tanto. Le PMI “borderline”, quelle caratterizzate da una certa infrastruttura e quindi da costi fissi, chiuderanno con perdite e creditori alla porta.

Di conseguenza, ottimismi o meno, vedremo una certa crescita dei “fortunati”, cioe’ di quelli che lavorano, ma gli sfortunati faranno dei bei fuochi d’artificio entro fine anno, credo che la dimensione del fenomeno diverra’ preoccupante e finira’ sui media gia’ ad ottobre. Se i media staranno zitti, beh: non e’ che un problema sparisca solo perche’ non ne parli.

Con la crisi, puntualmente torna alla luce una vexata quaestio, che e’ quella delle “gabbie salariali”. Si tratta di una catastrofica cazzata, viziata nelle premesse, con la quale si pretende di usare una parte della nazione per fare social dumping, illudendosi che questo danneggera’ la concorrenza straniera piu’ che la rimanente meta’ della popolazione.

Le premesse viziate sono queste: dal momento che in alcune zone del paese il costo della vita e’ minore in maniera consistente, perche’ non adeguare al ribasso le retribuzioni allo scopo di rendere quelle zone attraenti agli investimenti?

Allora, prima di tutto meta’ della premessa non corrisponde al vero: e’ vero che il costo della vita sia mediamente piu’ basso, ma e’ anche vero che le retribuzioni sono gia’ piu’ basse. Basta consultare Wikipedia per notare una cosa:

il reddito procapite medio di diverse regioni e’ diverso:

Per la Lombardia e’ di 32.126,7 euro per abitante (dato 2006).

Per l’Emilia Romagna e’ di  30.626,2 per abitante. (dato 2006)

Per il Veneto e’ di 29.225,5 per abitante (dato 2006)

Per il sud:

Per la Sicilia e’ di 16.531,5 per abitante (dato 2006)

Per la Calabria e’ di 16.244,1 per abitante (dato 2006).

Per la Basilicata e’ di 17.781,9 per abitante (dato 2006)

Dunque, la premessa e’ falsa: non c’e’ alcun bisogno di gabbie salariali, dal momento che il reddito procapite e’ gia’ piu’ basso: che senso ha lavorare per realizzare una gabbia salariale che esiste gia’?

Fatte salve le false premesse, L#operazione non e’ sbagliata solo sul piano logico, ma anche su quello economico: i prezzi che compongono il “costo della vita” sono prezzi di mercato, ovvero l’equilibrio di domanda e offerta. Se abbassiamo la domanda riducendo i redditi, l’equilibrio cambiera’ ancora, producendo magari la crescita di aziende che arrivano li’ alla ricerca di manodopera a basso costo, ma le aziende locali verranno cosi’ distrutte, perche’ la nuova generazione di lavoratori avra’ meno soldi in tasca.

Direte voi: ma anche le aziend ebeneficiano del minore costo della vita. Ni. Innanzizutto perche’ le carenze dei servizi di base (trasporti, etc) pesano in termini di costo, in secondo luogo perche’ la pressione fiscale e’ uguale.

Ora, possiamo dividere la pressione fiscale in due parti: una pressione “percentuale”, qualcosa come l’ IVA, che pesa in percentuale sul prezzo, e una pressione fiscale “assoluta”, cioe’ qualcosa come una tassa (un bollo sugli alcoolici, un’accisa, una tassa sul pane, etc) i quali hanno valore assoluto, cioe’ sono per dire “tot euro per tot merce”.

La gabbia salariale , abbassando il reddito procapite, non fa altro che aumentare il peso relativo della pressione fiscale assoluta e delle spes efisse non percentuali, cioe’ accresce il peso dei balzelli come la tassa sull’adsl, il costo di ricarica , la tassa regionale , le tasse comunali a tariffa fissa, il costo dei servizi, lo stupido biglietto degli autobus, eccetera.

Allora, la domanda e’ : si intende rimodulare anche la pressione fiscale , oppure si intende lasciare i costi fissi di misura assoluta tali e quali per abbassare il reddito medio procapite? Se la risposta e’ come temo, cioe’  la seconda che ho detto, si otterra’ che una piu’ grande percentuale dei redditi finira’ in spese fisse ed in balzelli di dimensione fissa, togliendo ancora potere d’acquisto.

Il risultato saranno famiglie piu’ asfittiche, aziende locali che risentono di minore domanda , aziende non locali che arrivano con investimenti di breve termine , i quali non offrono vere prospettive di sviluppo.

L’idea delle gabbie salariali sarebbe fattibile se si intendesse rimodulare TUTTO il fisco locale , sbilanciando cosi’ la politica vi versamenti da una regione all’altra e dalle regioni al centro, e se si intendesse rimodulare tutti i “costi fissi” cioe’ se fosse possibile un controllo del mercato molto piu’ potente di quello in atto in Italia: per chi guadagna di meno tutto e’ piu’ caro, e questo produce ancora contrazione dei consumi e asfissia le PMI locali a favore di colonizzatori di breve termine.

Personalmente, ho sempre pensato che la concorrenza fiscale e la concorrenza salariale tra regioni siano dei disastri assoluti come politiche: sebbene le si possa pensare come fattibili nel breve termine, esse producono il risultato di aggravare i problemi che intendevano risolvere, e quando il problema si aggrava tali politiche vengono spesso attuate ancora piu’ in profondita’, fino a quando non arriva il politico che ha il coraggio di abrogarle.

Dico “il coraggio” perche’ una volta creata la gabbia salariale si e’ creato un bel business di aziende che sfruttano la gabbia per investimenti di breve termine: creato il business, chi chiude il rubinetto deve farci i conti in termini elettorali. Se cioe’ le gabbie salariali funzionano allora diventano un circolo vizioso che richiede gabbie sempre piu’ forti, mentre se NON funzionano si limitano ad abbassare il reddito procapite senza nemmeno portare investimenti.

Non capisco, onestamente, perche’ governi di ogni tipo se ne escano, periodicamente, con questa storia delle gabbie salariali: oltre ad essere inutilie  controproducenti, esse si basano sull’assunto che a diverso costo della vita corrispondano redditi uguali, cosa che non e’. Magari e’ vero nel mondo del pubblico impiego  (che al Sud e’ forte) e della grande industria (che al Sud e’ debole) ma non e’ vero nella globalita’ dell’economia, che invece mostra redditi procapite dimezzati rispetto al nord, e quindi vive gia’ in una gabbia salariale.

Si tratta del solito olio di serpente spacciato per panacea, e non capisco se sia una sparata da governo balneare oppure una fesseria leghista d quelle che a forza di ripeterla diventa vera: il reddito procapite di quei posti e’ gia’ piu’ basso, le gabbie salariali esistono gia’, e non e’ che diano tutti questi vantaggi.

Uriel

(1) le regole di monitoraggio sui rischi di credito bancario  in Italia, sempre criticate, impediscono una cosa simile agendo alla base, cioe’ non consentirebbero di erogare i mutui in quelle condizioni.

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