Dal PCI al farlocco.

Per comprendere bene il proletariato mimetico che e’ uscito dall’ interregno degli anni ‘80 non basta esaminare il finto ricco che finisce nella base della Lega o di Forza Italia. Una parte dei proletari (quelli che dovettero re-inventarsi come liberi professionisti o come titolari di azienda) decise di imitare l’estetica dell classi sociali superiori, ma anziche’ farlo acquisendo alcuni status-symbol materiali (come si fece a destra) , opto’ per imitare due caratteristiche prima esclusive delle classi borghesi, ovvero l’istruzione e la cultura.

Abbiamo detto nel post precedente che il proletariato degli anni ‘80 , privo di identita’, reagisce identificando l’ IO della singola persona con lo stile di vita che conduce. Inutile dire che si stia parlando dello stile di vita che la persona conduce in pubblico, perche’ l’esigenza di riconoscimento dell’appartenenza sociale puo’ espletarsi solo in direzione della societa’ medesima.

Mentre alcuni proletari decidono di identificarsi con degli status symbol materiali, ovvero di vivere da ricchi, l’altra meta’ decide di vivere l’appartenenza ad una classe sociale superiore simulandone i gusti e la cultura. Il primo problema che questa gente dovette affrontare , ovviamente, e’ “che cos’e’ la cultura”?

Che immagine aveva , il proletario, dell’uomo di cultura? Innanzitutto, egli lo vedeva come uno snob. Avendo coltivato un pregiudizio difensivo per tutta la vita, accusando cioe’ la persona colta di avere la puzza sotto il naso e di essere snob, tutt’altro che “alla buona” come noi povera gente, la prima cosa che questo proletariato placcato oro decise di fare fu di assumere un atteggiamento snob, quello che riconosceva essere l’immagine che aveva, da proletario, delle persone colte.

Ovviamente, di tratta di finzioni destinate a durar poco, ma il mercato ci mise lo zampino.

Immaginate di entrare in una libreria e dire “devo farmi una cultura, mi dia il libro piu’ palloso che ha”. Indubbiamente il libraio vi dara’ qualcosa di pesante, diciamo l’invendibile mattone che un rappresentante gli ha piazzato 12 anni prima -mi creda, tra sei mesi la filologia fiamminga andra’ forte- e ridacchiera’ , contento di aver sbolognato il mattone e di aver preso in giro quel buzzurro.

Adesso pero’ cambiamo i numeri. Ogni giorno, ogni santo giorno, di fronte al libraio si presentano 1200 persone , e tutte dicono la stessa cosa: “voglio farmi una cultura, mi dia il libro piu’ palloso che ha”. Ovviamente il problema non e’ piu’ negli stessi termini: non solo si tratta di rinnovare tutta la libreria  e colmarla di robaccia, ma si tratta di presentare quella robaccia dicendo “ehi, questa roba non la reggi neanche con le flebo di caffe’, giuro: e’ noia pura, cultura assoluta”.

Cosi’, una massa enorme di persone alla ricerca di attributi esteriori della cultura e della scolarita’ inizia a distorcere il mercato: essi vogliono cultura, ma non basta. Essi vogliono cio’ che nella loro visione del mondo, la visione del proletario, e’ la cultura. Cosi’, per esempio, muore la commedia italiana. Se la commedia puo’ descrivere, in parole semplici e divertenti, anche dei temi sociali e culturali pesanti, questa non e’ l’opinione del proletario: io sono ignorante; se lo capisco io, non e’ cultura.

Cosi’, al cinema vengono richiesti dei polpettoni sempre piu’ indigeribili: il cinema francese gia’ stremato dal gauchismo iniziale, viene spinto a produrre inguardabili obbobri come “Les Amants du point neuf”, mostruoso mattone privo di qualsiasi significato, dal messaggio debole e contraddittorio, dalla regia didascalica (la scena dei due che corrono sotto la luna mostrando la vistosa erezione di lui supera i limiti dell’umano) . Decine, centinaia di film , tutti con la pretesa di trattare temi sociali con la noiosa serieta’ che il proletario attribuisce alle prsone colte, vengono gettati in pasto a questa domanda schizofrenica : qualsiasi cosa abbia un’aria abbastanza pallosa, si discosti dal canone di Hollywood , tratti di questioni irrilevanti o capziose, e’ automaticamente “colto”. Lo e’ perche’ questa e’ l’idea che il proletario ha della cultura.

L’altra caratteristica che il proletario attribuisce alle persone colte e’ “classico”. Cio’ che e’ “classico” e’ colto. Dunque, improvvisamente c’e’ tutto un fiorire di “classici”, dai “classici” del cinema spagnolo ai “classici” della commedia erotica italiana, (1) dai “classici” dei beatles ai classici della letteratura: per il proletario, “classico” significa colto; possedere dei “classici” significa essere colti. Questa e’ l’immagine che hanno i proletari della cultura.

Un’altra caratteristica che il proletario attribuisce alla cultura e’ quella di un particolare tipo di cosmopolitanesimo, un cosmopolitanesimo rivolto a nazioni sconosciute, poco rilevanti sullo scenario internazionale, preferibilmente retrograde, in preda ai modelli sociali piu’ arcaici. Cosi’, ci troviamo degli orrori come “Il pesciolino rosso”(2) , film iraniano che in Iran era considerato ridicolo, e qui da noi ricevette gli ossequi di tutti i cafoni arricchitti i nuovi colti italiani. E continua con Kosturiça , altro scrittore di film allucinanti, degno figlio di quel cinema comunista che si sforzava di divenire arma di distruzione di massa.(3)

Durante il periodo duro, il proletario aveva ricevuto l’impressione che gli intellettuali e le persone colte si occupassero di problemi distanti, irrilevanti e spesso laterali. Egli era impressionato dalla stupidita’ dei generi “sperimentali” e dei temi “alternativi”, dal tizio che si presentava davanti ai cancelli della fabbrica in chiusura raccogliendo firme per i compagni in lotta nella Zebrania Citeriore, mentre lui non sapeva cosa dare da mangiare ai figli. Quando il proletario decide di dotarsi degli attributi estetici della cultura, egli non fa altro che attenersi a questo cliche’: il risultato e’ che per il cafonal della cultura e’ indispensabile dotarsi di un armamentario “alternativo”, “sperimentale”, ovvero bisogna evitare accuratamente qualsiasi cosa renda logico e fondato un discorso. Il discorso illogico e’ “sperimentale”, mentre il tema infondato e’ “alternativo”.

Altro attributo che il cafonal della cultura richiede e’ l’autocritica. Il nostro proletario aveva udito questa parola negli scorsi dieci anni, e aveva capito che quando ti martelli sui coglioni non sei autolesionista, ma stai facendo autocritica, ribaltando il concetto occidentale e razionalista di integrita’ delle gonadi.

Ogni cosa che somigli ad una demolizione del mondo occidentale (mondo dal quale nessun occidentale potra’ mai liberarsi piu’ di quanto la quercia accanto alla mia casa possa farsi un giretto in bicicletta) e’ cultura. Ogni singola componente del mondo occidentale, del pensiero occidental, della cultura occidentale viene demolita in un processo logico “sperimentale”, cioe’ illogico, atto a sostenere una tesi infondata, cioe’ “alternativa”.

Impariamo quindi che in luoghi ove la vita media e’ di 25 anni “stanno , dopotutto, meglio”, scopriamo la profonda umanita’ di popoli ove si va in piazza ad applaudire l’impiccagione di un omosessuale, scopriamo l’antichissima , profonda filosofia di vita di popoli che passano il tempo a ballare con un cranio di maiale infilato nel prepuzio, per non parlare dell’economia alternativa di luoghi ove si muore di fame.

Ovviamente nulla di tutto questo e’ logico oppure veritiero, ma per il proletario in cerca di patenti quella e’ la cultura, e milioni di persone che chiedono la stessa cosa non fanno altro che imporre questo ciarpame: esso diventa cultura de facto, ovvero cio’ che la maggioranza del mercato riconosce come tale.

Uno dei fenomeni piu’ catastrofici e’ la sopravvalutazione della donna: grazie alle TV di Berlusconi oggi sappiamo che una donna puo’ essere stupida, volgare, insensibile, gretta, ignorante quanto e piu’ di un uomo. Non e’ cosi’ per il proletario dei primi anni ‘80, che e’ ancora infarcito della propaganda degli anni ‘70, e crede che la donna , in quanto tale, sia piu’ intelligente, meno volgare, piu’ sensibile, piu’ orientata all’ascolto , rispetto al maschio.

Questo genera tutto un filone di mediocrita’ femminili, dalla Wertmuller, i cui film sono di una inconsistenza e di una stupidita’ inaudita, fino al famoso “erotismo al femminile”, un periodo nel quale tutti si gettano a pesce nel “mondo del desiderio femminile”, per scoprire che in ultima analisi una scopata e’ sempre una scopata, ma se lo dice una donna e’ fare l’amore.

Cosi’, Emmanuelle e’ un pessimo filone di pornografia, un uomo che si fa chiamare Pauline Reage scrive un libro nel quale la donna e’ oltraggiata, oggettificata , venduta e violentata, e siccome l’autrice e’ donna (o si fa chiamare cosi’) allora non e’ il peggio del peggio dello chauvinismo maschilista borghese, bensi’ uno scorcio dell’erotismo femminile.

Nel giornalismo, nel teatro, nel cinema, nell’arte, basta essere donne e infilare un pochino di stereotipi da adolescenti che fumano nel bagno del liceo, ed ecco che abbiamo fatto “arte al femminile”, cinema al femminile, arte al femminile: mai prima di quel momento essere donne aveva generato aspettative cosi’ forti, mai aveva prodotto risultati cosi’ mediocri: ma tant’e’, “donna” e “femminile” sono due generi che il proletario identifica come “colti”, e persino Moana Pozzi e Cicciolina, due delle pornostar piu’ frigide della storia del porno, diventano delle icone che hanno “reinterpretato il porno”. Peccato che il porno sia per sua natura stracolmo di donne, e la presenza di Moana o di Cicciolina non ha cambiato una virgola nel suo linguaggio.

In definitiva, gli anni ‘80 producono quello che dieci anni dopo sara’ il leghista e quello che dieci anni dopo sara’ l’elettore di FI (ma qui siamo su un’altra classe sociale) , ma producono ANCHE, e partendo dalla medesima materia prima (il proletario stufo di apparire tale) produrranno quelli che oggi sono i farlocchi.

Essi leggono libri che non capiscono, frequentano teatri solo per dire di averlo fatto, guardano film che li annoiano facendoli sentire colti per questo, si fanno portavoce di discorsi illogici e infondati , sentendosi cosi’ alternativi e sperimentali; essi non si rendono conto di non essere colti, ma di stare recitando l’immagine che il proletario ha dell’uomo colto.

La loro pretesa di essere colti non e’ altro che il tentativo di assomigliare all’immagine che gli ignoranti hanno delle persone colte, e il limite di questa finzione e’ evidente nel mondo delle scienze: se lo scienziato e’ ancora un intellettuale sino agli anni ‘70, esso smette di esserlo a maggior ragione durante questa trasformazione verso il cafonal della cultura. Per simulare una cultura umanistica non serve molto, bastano un discreto lessico e un buon orecchio, e la conoscenza di qualche buzzword.

Simulare cultura scientifica invece e’ piu’ complesso, perche’ i termini non ammettono errori, moltissime cose sono gia’ dimostrate, non c’e’ modo di trasportare le affermazioni nel mondo delle opinioni. Cosi’, la cultura scientifica e’ l’unica che questo mondo di cafoni della cultura non puo’ imitare, e per questa ragione viene condannata all’oblio da questa sinistra di farlocchi: il farlocco vuole l’estetica della cultura, ed e’ disposto a spendere soldi per averla, ma nemmeno con tutti i soldi del mondo e’ possibile affermare che il neutrone abbia una carica elettrica senza venire smentiti, e nemmeno se tanti lo dicono; non e’ possibile chiamare “sperimentale” un discorso illogico, che rimane illogico, non e’ possibile chiamare “verita’ alternativa” una falsita’.

E cosi’, nella mediocrita’ di un proletariato che si sforza di imitare l’immagine che il proletario ha della cultura, la cultura umanistica viene deformata e si trasforma in una “cultura” ove e’ possibile affermare tutto ed il contrario di tutto a patto di farlo con il vestito giusto, i capelli un poco spettinati e gli occhiali adatti,  dove lo snobismo e’ prova di grande intelletto, dove un discorso tecnico e’ di destra, dove sostenere l’insostenibile e difendere l’indifendibile e’ prova di apertura mentale, un mondo ove stare dalla parte del torto e’ un vanto.

E lo e’ semplicemente perche’ per le masse proletarie, poco scolarizzate, l’intellettuale e’ stato visto proprio cosi: e in questo immaginario di riferimento, l’egemonia culturale della sinistra si scioglie, lasciandosi dietro una massa di inutili fesserie e altisonanti battaglie per il nulla.

Uriel

(1) basta chiamarli “classici della commedia italiana” e persino Edwige Fenech e Bombolo diventano cultura.

(2) In quel periodo vivevo con una donna iraniana, peraltro proveniente da una famiglia borghese. Liquido’ il film come “merda per turisti occidentali”.

(3) “La peste”: 8 ore -otto- , un film jugoslavo interamente girato in un gulag, sempre sulla medesima inquadratura. Due brande a castello, ove due prigioneri malati di un virus sperimentale ,testato sui prigionieri politici, parlano. Parlano per otto ore. Avrei dato qualsiasi cosa per potermi far esplodere con una cintura esplosiva tra il quarto e il quinto tempo, non avrei chiesto neanche le 72 vergini. Facciamo tre quarantacinquenni molto chiacchierate, va, basta che la smettano con quel film.

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