Cosa sono le primarie.

Visto che i farlocchi stanno iniziando le primarie , e se ne parla a dismisura, vorrei semplicemente far notare che quelle del PD non sono “primarie”, ma una semplice conta delle tessere per stima statistica. Ovviamente, nel fare questo, devo necessariamente spiegare la differenza tra le cosiddette “primarie” negli USA e il ridicolo processo di stima delle tessere secondo la tradizione dorotea.

Innanzitutto, negli USA le primarie forniscono delle cifre, cioe’ pretendono di essere una misura. Se esse pretendono di essere una misura, la prima cosa da chiedersi e’ ” che cosa misurano”?

La prima cosa da notare e’ che la politica negli USA penetra poco le case degli americani. Certo, gli americani discutono di politica, ma 20 pagine di politica su un quotidiano e il dettaglio che noi diffondiamo alle masse italiane non sono un fenomeno americani. L’informazione politica americana e’ superficiale , e poiche’ la morale del posto considera molto disdicevole mentire , l’unico modo per manipolare la notizia e’ di ingigantire le parti (vere) che piacciono e di nascondere le parti (vere) che non piacciono. Poiche’ la disinformazione procede per tagli, la quantita’ di informazione e’ mediamente bassa.

Dico “mediamente” perche’ se una persona vuole approfondire (come fanno le elite e alcuni militanti) non mancano certo le occasioni. Il fatto che il modello sia “pull”, cioe’ si basa sull’azione di chi vuole essere informato meglio, e non “push”, cioe’ non si basa sul mero broadcasting, fa si’ che i candidati siano piu’ o meno conosciuti come persone, ma sui loro programmi e sulle loro reali opinioni politiche si sappia poco fino a prima delle primarie.

Cosi’, le primarie americane hanno DUE obiettivi:

  1. Se il candidato e’ uno sconosciuto totale, mostrano che egli ha la capacita’ di procurare nuovo consenso, e ripeto “nuovo” consenso (perche’ all’inizio non ne ha) e di catturare l’attenzione degli americani.
  2. Se il candidato e’ conosciuto, come per la Clintono, le primarie sono il momento in cui il candidato si rivela, sfatando i luoghi comuni su di lui e chiarendo tutti gli equivoci , eliminando i timori riguardanti posizioni troppo radicali, eccetera.

In entrambi i casi, quindi, i candidati NON stanno lavorando su un consenso precedente, ma stanno COSTRUENDO il proprio consenso. Lo sconosciuto, sul quale non c’e’ un capitale di storia e di pregiudizi , deve far conoscere le proprie idee, proponendosi al pubblico che non lo conosce. In questo senso, le primarie misurano la sua capacita’ di parlare alla gente, di costruire consenso, di aggregare gruppi diversi (etnie, lobbies, classi sociali, stati diversi, etc) , partendo praticamente da zero.

Il candidato gia’ conosciuto, invece, ha di fronte a se’ l’ostacolo di tutti i pregiudizi che la politica gli ha ritagliato addosso, tutta una storia politica alla quale deve essere coerente per non perdere il consenso che ha gia’ nel luogo di elezione e , contemporaneamente, una proposta nuova che non deve apparire come una rottura col passato MA apparire come una via per il cambiamento, o almeno per il futuro. Il candidato , anche se conosciuto, deve comunque essere capace di aggregare nuovo consenso perche’ proviene da un feudo lontanissimo (la east coast e la west coast sono distanti anni luce sul piano amministrativo) , e ancora di aggregare stati molto diversi da quello di provenienza, eccetera.

In nessuno dei due casi i candidati lavorano su consenso gia’ presente. E’ vero che hanno gia’ una base di supporters, ma la stragrande maggioranza dei supporters e dei finanziamenti arrivano lungo la strada , gli alleati e gli sponsors decidono ascoltando il candidato parlare dei diversi problemi in ogni punto del paese.

Le primarie americane, in definitiva, si comportano come un “effetto valanga”, cioe’ misurano la capacita’ del candidato di produrre una progressione crescente di consensi, di penetrare classi sociali, etnie, stati che fino a quel momento NON erano schierati perche’ attendevano le primarie per farlo.

L’idea di far votare solo i tesserati gia’ presenti sarebbe considerata un assurdo, dal momento che le primarie SONO una campagna di raccolta delle adesioni!

Di per se’ si tratta di una operazione razionale: se il candidato e’ capace di crescere , di coinvolgere, di richiamare nuovo consenso, di richiamare nuove adesioni, nuovi militanti,  e di farlo a ritmo crescente,  si presume che tale progressione possa portare ad una vittoria elettorale. In definitiva, le primarie americane agiscono principalmente su persone che noi definiremmo “indecisi”, ma lo fanno su scala enorme, perche’ ci sono lobbies di indecisi, etnie indecise, stati indecisi, e cosi’ via. Ad una convention o a un comizio del candidato nessuno ti chiede se l’anno prima tu abbia votato per il partito avversario, o se tu fossi un sostenitore in passato.

Andiamo alla patetica farloccata che avviene in Italia, possiamo notare subito la prima differenza: le “primarie” del PD sono un fenomeno che nasce per essere interno al partito. Non si suppone che siano rivolte all’esterno perche’ agiscono su persone che erano gia’ tesserate, cioe’ che avevano gia’ deciso sul da farsi.

Questa prima caratteristica e’ sufficiente a declassare le “primarie” del partito a semplice conta delle tessere: quello che si sta misurando, mediante una stima, e’ quanto consenso il candidato abbia gia’ dentro il partito, assumendo che per qualche stravagante motivo tale campione possa essere rappresentativo della nazione intera.

In realta’, che Obama avrebbe vinto le primarie si poteva calcolare osservando non i suoi numeri, ma la sua progressione, e nemmeno la sua vittoria alle elezioni era cosi’ strana: il consenso di Obama , che partiva dal nulla o quasi, e’ cresciuto a ritmi superiori di quanto crescesse il consenso degli altri candidati. L’unico pericolo che Obama ha corso e’ stato durante il balzo in alto dovuto all’entrata in scena della Palin.

In definitiva, quindi, le primarie americane sono un pochino un metodo alle differenze finite, e il vincitore reale vince la contesa se non solo raggiunge i numeri piu’ alti, ma in definitiva ha un migliore tasso di crescita. Questo e’ dovuto anche alla durata e all’intensita’ dell’operazione. Ovviamente, anche questa premessa e’ razionale: se il consenso cresce, puo’ crescere abbastanza da superare l’avversario politico, e non solo quello interno.

Nemmeno questa “garanzia”, o se preferiamo questa ratio sono vere nel caso del partito democratico italiano. Poiche’ il candidato non fa altro che misurare un consenso gia’ esistente senza cercarne di nuovo al di fuori della struttura del partito (1), non c’e’ nulla che lasci pensare che tale vittoria possa proiettarsi sulla societa’ esterna.

Nelle primarie del PD manca integralmente la ratio che rende sensate le primarie USA come indicatore delle possibilita’ del candidato di vincere nella societa’ reale. Il candidato cerca di coinvolgere quanti piu’ tesserati possibile, perche’ solo ai tesserati gia’ esistenti sara’ permesso di  parteciparvi. Questo NON implica ne’ misura assolutamente la capacita’ del candidato di procurarsi nuovo consenso agendo sulla societa’ reale, ma misura semplicemente la sua abilita’ nel colonizzare le aree di consenso gia’ esistenti.

Questo metodo non ha senso per l’opposizione, dal momento che per vincere l’opposizione dovra’ catturare per forza di cose nuovi elettori e nuovi militanti, altrimenti non fara’ altro che confermare un risultato di sconfitta.

Come regola generale possiamo affermare che in un processo pre-elettorale, il partito di opposizione deve essere APERTO a nuova partecipazione, e quindi le sole primarie possibili per un candidato sono quelle ove si contano i nuovi tesserati e i nuovi militanti, cioe’ le nuove aree sociali (prima indecise, prima agnostiche, prima non coinvolte) : per una semplice ragione aritmetica, il partito sinora all’opposizione DEVE assorbire nuove idee , nuovi militanti e nuove tessere, altrimenti rimarra’ sulle posizioni perdenti di sempre.

La modalita’ con la quale il PD sta compiendo le sue primarie, da sola, e’ sufficiente a prevederne la sconfitta: Romano Prodi, del resto, vinse le elezioni proprio perche’ la sua idea di alleanza permetteva l’arrivo di nuovo supporto, ed era estensibile.(2)

Cosi’, teorema I

L’unica “primaria” possibile  e fruttuosa per un partito di opposizione e’ quella che consente l’arrivo di componenti sino a quel momento esterne, ostili o indifferenti,  al partito, CAMBIANDONE gli equilibri interni anziche’ misurarli, introducendo nuove “correnti” e necessariamente modificando la fisionomia di un partito che, se non cambia, rimane con gli stessi numeri di prima.

Al contrario, possiamo immaginare le primarie ideali di un partito di maggioranza. Poiche’ detiene gia’ la maggioranza, o almeno la deteneva al momento delle scorse elezioni, le primarie hanno effettivamente due obiettivi.

  1. Confermare agli elettori delle scorse elezioni che il partito non ha perso lo slancio, e che rimane fermamente ancorato allo spirito iniziale.
  2. Poiche’ una certa quantita’ di idealisti saranno delusi, occorre cercare di catturare l’attenzione di chi era indeciso o di chi aveva dei timori , di solito fomentati dalla campagna del partito avverso.
  3. Poiche’ i numeri del partito di maggioranza sono gia’ favorevoli, ha senso pensare che il candidato capace di unire l’esistente sotto di se’ possa anche vincere le elezioni.

In questo senso, le “primarie” ideali del partito al governo sono una conta delle tessere, e la cosa non deve stupire perche’ ha senso: il partito al governo HA consenso sufficiente, e quindi si presume che coagulare lo stesso consenso possa riportare alla vittoria.

Non ci vuole molto a capire che la differenza sta tutta nella posizione dei due partiti: come capita sul ring, l’attaccante sta al centro e il difensore sta vicino alle corde, uno vuole conquistare nuovo spazio e l’altro difendere quanto ha gia’.

Le primarie del PD avrebbero senso , cosi’ come sono eseguite, se il PD fosse un partito di maggioranza. Non per niente questa idea (la conta delle tessere e dei militanti) viene dalla Democrazia Cristiana, che per tutta la sua esistenza fu un partito di maggioranza: in queste condizioni, infatti, stiamo stimando davvero la capacita’ di colonizzare la maggior parte del paese, e quindi stiamo stimando le reali possibilita’ di vincere le elezioni.

Teorema due: per un partito di maggioranza consolidata, le primarie sono un processo chiuso nel quale si misura la capacita’ del candidato di colonizzare il consenso esistente, dal momento che saper  colonizzare la maggioranza degli elettori e’ sufficiente a vincere le elezioni,  confermare la base elettorale delle scorse elezioni vinte  idem. Nei partiti di maggioranza consolidata, quindi, e’ sensato praticare delle primarie “chiuse” , dedicate solo all’esistente.

Nel caso dipartito di opposizione, invece, questo modo di concepire le primarie non solo non ha alcuna ratio sul piano della capacita’ del candidato di vincere le politiche (lo si e’ visto con Weltroni) ma non servono nemmeno come momento di apertura del partito verso nuove forze che lo accrescano. Non hanno quindi nulla a che vedere con il fenomeno americano, che misura capacita’ politiche molto diverse, e non sono assolutamente capaci di dare una stima delle reali possibilita’ del candidato di vincere le elezioni politiche.

Il PD, paralizzato da una dirigenza di pseudointellettuali farlocchi, non ha la capacita’ di analisi di capire una cosa cosi’ semplice, ed essendo il partito piu’ stupido e provinciale del paese sta applicando un processo , le primarie, nell’unico modo totalmente sbagliato, totalmente controproducente (”escludere” chicchessia dalle primarie in un partito che sta all’opposizione e’ un’idiozia) e foriero di un irrigidimento sulle proprie posizioni che di fatto confermera’ le posizioni attuali: la sconfitta.

Se Berlusconi non muore, Bersani o Franceschini che sia, il destino del PD e’ segnato da queste primarie. Consolideranno l’esistente. Cioe’ la sconfitta elettorale.

Uriel

(1) La struttura dei democratici americani e’ praticamente inesistente, cosi’ il candidato deve raccogliere il consenso di volta in volta come se fosse esterno al partito. L’americano che oggi ha partecipato come volontario alle primarie di Obama potrebbe non farlo per i democratici alle prossime primarie, perche’ deluso, o semplicemente non coinvolto abbastanza dal candidato. I militanti vanno RI-conquistati di volta in volta.

(2) Il mio e’ un ragionamento del tutto elettorale. Non sto affermando che simili aperture portino la stabilita’ del governo che ne deriva.

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