Attrattori

E’ stato pubblicato l’elenco delle donne piu’ potenti del pianeta, e tra le prime 50 non c’e’ neanche un’italiana. E’ interessante, secondo me notare qualcosa di piu’: ci sono indiane e cinesi, persino americane.

Perche’ e’ importante notarlo? E’ importante perche’ ci mostra una cosa: che le donne fanno carriera anche in societa’ molto piu’ maschiliste di quella italiana.

Non si tratta di assolvere il maschilismo, o la societa’ patriarcale e maschilista. Si tratta di far presente che in societa’ tremendamente maschiliste come quella cinese ed indiana, e persino in una societa’ -completamente- maschilista come quella americana ci sono donne al top.

E’ possibile che ci sia una qualche correlazione tra maschilismo della societa’ e quantita’ di donne che arrivano al top, ma evidentemente non e’ sufficente a produrre un modello che rispetti la fisica reale.

Nemmeno il modello demografico (“le donne italiane sono svantaggiate perche’ devono badare alla famiglia e ai figli e al lavoro”) regge molto: in Italia il tasso demografico e’ di molto piu’ basso rispetto a Cina ed India, e le condizioni sociali sono molto migliori anche considerando i figli: Cina e India non sono la Svezia, quanto a kintergarden.

A questo punto, come si spiega il dato?

Le spiegazioni possono essere molteplici:

  • Il declino dell’ Italia. Se l’italia e’ irrilevante, anche le donne italiane sono irrilevanti.
  • La teoria della  “via piu’ facile”.

Quanto alla prima teoria, si potrebbe dire molto: la classifica in questione e’ effettivamente mondiale, difficile che un paesello irrilevante come l’ Italia produca degli elementi di spicco. C’e’ pero’ da obiettare che neanche un’araba ci dovrebbe essere, pero’, e che riguardo alle asiatiche nemmeno la corea del sud e singapore dovrebbero starci.

La mia opinione e’ che per l’italia valga la teoria della “via piu’ facile”. Il problema non deriva da quanto sia difficile per una donna stare al top, ma da quanto sia facile aderire al clichèè dominante.

L’analisi di questi dati non dovrebbe, secondo me , giocarsi tanto sulle vere o presunte difficolta’ che la societa’ maschilista frappone alle donne che vogliono il successo.

Al contrario si puo’ esaminare la facilita’ delle alternative, ovvero il fatto che esistano degli “attrattori” in una determinata direzione.

Se prendiamo per esempio una donna indiana media, possiamo pensare che il premio per essere arrivati al top sia piu’ grande?

Lo possiamo fare, per una semplice ragione: le altre posizioni, cioe’ “donna comune di un paese con problemi di sviluppo” sono di gran lunga peggiori.

Ed e’ qui il problema: per la donna indiana ci sono due alternative. La prima e’ la carriera, con tutti i vantaggi. La seconda e’ la vita da “donna comune”, che non solo non ha (da quelle parti) vantaggi apprezzabili, ma e’ deprecabile per consistenti percentuali della popolazione.

La vita da “donna comune” e’ in questo senso fatta di rinunce e sacrifici paragonabili a quelli necessari per diventare un manager.

Poi c’e’ la donna italiana: da una parte una dura carriera, dall’altra un futuro da “donna comune”. La domanda e’: la vita della donna comune presenta oggi gli stessi sacrifici e lo stesso lavoro di una donna manager?

La mia impressione e’ che la societa’ italiana si prenda sin troppo cura di quelle che decidono di NON far carriera. Se da un lato e’ vero che non ci sono quote rosa per fare i politici, e’ vero che ci sono quote rosa per altri lavori: alcune parole in italia si coniugano quasi solo al femminile. SegretariA, CassierA, SciampistA, CamerierA, DONNA di Servizio, DONNA delle pulizie, eccetera.

Il mio sospetto, cioe’,  e’ che ci siano pochi poli perche’ ci sono moltissimi zeri: troppi posti sono “comodi” nei quartieri bassi e si mantengono da se’ , niente a che vedere con un mondo ferocemente competitivo che c’e’ al top.

Il secondo “attrattore” secondo me e’ il marito: si ripete in continuazione che le donne “trattano poco la propria retribuzione”. Questo e’ interessante, ma sarebbe ancora piu’ interessante capire quante di queste siano sposate e quante siano single: la mia impressione generale e’ che una retribuzione bassa sia tutto sommato accettabile all’ombra della retribuzione del marito, mentre con ogni probabilita’ chi ha casa per se’ deve cambiare lavoro se i soldi non bastano, ovvero trattare la retribuzione con un’altra azienda se la trattativa con quella attuale non va a buon fine.

Con la media dei mariti che hanno uno stipendio superiore, non e’ davvero necessario tutto lo stress della trattativa , ne’ quello del cambio di lavoro, l’esigenza di reddito c’e’ nei limiti in cui la somma di due redditi sia insufficiente; in tal caso il maschio e’ chiamato ad ovviare prima della donna; e comunque l’urgenza e’ minore: si presume che il reddito del marito sia “alto” mentre quello della donna “sufficiente a”.

Si e’ creato cioe’ un welfare parallelo che rende la situazione di subalternita’ piu’ accettabile a parita’ di condizioni, che rende il reddito femminile meno centrale, e che annienta la competizione nel campo del reddito: due donne italiane competono per abbigliamento, a volte persino professionalita’, a volte capacita’ lavorative, ma la domanda “quanto guadagna” si riserva all’uomo.

Se un maschio guadagna piu’ di un altro la tendenza e’ vedere uno come vincente e l’altro come perdente, il reddito femminile e’ visto come accessorio, due donne magari competono per occupare un posto ma non per guadagnare di piu’.

Adesso voi mi direte che le donne italiane guadagnano poco perche’ non arrivano al top, ma personalmente la penso esattamente al contrario: le donne italiane non arrivano al top perche’ guadagnano poco.

E guadagnano poco perche’ la societa’ non e’ maschilista, al contrario: perche’ la societa’ mette la donna media nelle condizioni di non dover badare troppo al proprio reddito, sia perche’ il reddito non e’ uno status symbol femminile , sia perche’ la scia del reddito maschile e’ comoda.

In pratica, la procedura:

  1. Trovo un lavoro con un reddito sufficiente alle mie spese personali, tanto vivo ancora coi miei.
  2. Mi sposo con un uomo che guadagni quanto me piu’ il 30-40%, in modo che il mio reddito sia importante ma accessorio, cosa che mi elimina la necessita’ di competere veramente per aumentarlo.
  3. Stabilito che il mio reddito accessorio sia sufficiente, posso dedicarmi alla competizione con altre donne, ma su altri versanti, anche quando lavorativi.

Il punto “3”, comma due e’ fondamentale e spiega come mai  il confronto lavorativo tra due donne arrivi quasi sempre per questioni di merito,  per questioni di visibilita’,  di posizione, ma  quasi mai di  reddito.

Ma, come ho gia’ detto, per arrivare al top bisogna guadagnare molto, per un semplice principio commerciale: quando  il valore di qualcosa  e’ difficile da stimare, esso viene  approssimato con il suo costo.

In termini piu’ formali: se ti accontenti di uno stipendio da operaio, farai per sempre l’operaio, perche’ il mercato e’ stratificato e strutturato, e quello che conta e’ l’entry level.

La persona che parte da zero e diventa CEO esiste ancora in pochi casi eclatanti, (spesso aziende in notevole crescita) nella maggior parte dei casi i mercati sono diversificati: c’e’ un mercato dei manager e un mercato dei tecnici, e un mercato dei top manager.

E’ abbastanza ovvio che la differenza sia nell’entry point, ovvero nello stato iniziale: se accetti un entry point basso, ti sei fregato. Da cosa si distinguono i mercati? Principalmente , come ogni mercato, dai prezzi.

Morale: un prezzo basso preclude dall’ingresso in un mercato basso.

La mia impressione e’ che la societa’ italiana sia orientata ad educare la donna ad accettare un prezzo basso, anche nei casi nei quali si voglia far carriera: moltissime donne pensano che si possa sacrificare momentaneamente il reddito alla carriera, poi si vedra’.

Ma nel momento in cui il reddito rimane quello, un avanzamento formale non e’ carriera, perche’ non cambia di una virgola il segmento di mercato ove ci si trova.

Ho visto sinora tante donne “andare avanti” senza significativi aumenti di reddito, ed accettare questo pensando che in ultima analisi non ci sia nulla di male se il reddito arriva DOPO la promozione ; il guaio di tutto questo e’ che in questo modo la persona viene relegata in un mercato “basso” , e l’entry point non rappresenta un trampolino per ascendere: poiche’ stimare il valore di una persona e’ difficile, si approssimera’ il valore al suo costo.

E’ ovvio che non basti chiedere molto per averlo, ma quella di cui sto discutendo non e’ una condizione sufficiente, ma una condizione necessaria : se vuoi molto non e’ sufficiente chiederlo, tuttavia e’ NECESSARIO chiederlo.

La comoda orbita a “basso potenziale di competizione” che il sistema italiano crea per donne che “possono accontentarsi di un certo tran-tran, tanto il marito ha uno buon reddito” e’ cio’ che porta la donna italiana a competere per tutto con le altre e con gli uomini, per tutto tranne che per il reddito.

Per la posizione, certo. Per il riconoscimento, certo. Per il titolo, certo. Per la visibilita’, certo. Ma poiche’spesso il reddito del marito “basta”, la competizione sul piano del reddito e’ in secondo piano.

Onestamente, se dovessi dare un consiglio ad una donna italiana , il mio consiglio sarebbe che per fare carriera occorre pensare di piu’ ai soldi e meno alla carriera.

Trattare piu’ aumenti che avanzamenti, insomma. Per la semplice ragione che gli aumenti si traducono quasi automaticamente in avanzamenti, mentre gli avanzamenti possono NON tradursi in aumenti.

Chi e’ ricco sale piu’ facilmente.

Uriel

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