Athazagoraphobia

Athazagoraphobia

Leggo spesso di persone che fanno riferimento al fatto che le persone “farebbero qualsiasi cosa per 15 minuti di notorieta’ “, teoria che ormai e’ presa come se fosse un dogma religioso, privo di qualsiasi riflessione o approfondimento. E’ cosi’ e basta. In realta’ questo modo di pensare viene da una frase di Andy Warhol , che diceva una cosa diversa: “in futuro tutti saranno famosi per 15 minuti”. Quindi si tratta della cattiva interpretazione di qualcosa che non intendeva dire nulla di quello che gli si attribuisce.

Ma il problema non e’ l’origine di questo modo di dire.

Il problema e’ che trovo questa interpretazione piuttosto superficiale. Si parte dall’ipotesi che se qualcuno va dal punto A verso il punto B, tutto quello che desidera e’ di andare nel punto B. Quindi, se tutti cercano quindici minuti di notorieta’, e’ perche’ sono attratti dalla notorieta’.

La cosa e’ abbastanza stupida. Se siete su una nave che affonda, quello che farete sara’ andare verso una scialuppa di salvataggio. Ma dedurne che voi abbiate fatto della scialuppa il desiderio massimo della vostra intera esistenza e’ stupido. La verita’ e’ che sareste rimasti volentieri nella comoda suite di una nave da crociera, se essa non avesse iniziato ad affondare.

La teoria dei 15 minuti di notorieta’, insomma, si limita a prendere in considerazione la teoria positiva: se vai in quella direzione, e’ perche’ ne sei attratto. Quindi tutti cercherebbero i 15 minuti di notorieta’ perche’ sono attratti dalla notorieta’.

Questa cosa pero’ non e’ molto allineata con quello che osserviamo nella realta’. In pratica, cioe’, ci sono alcuni dati che stridono. Per prima cosa quasi tutti hanno una vita privata, e ne risentono di essere spiati. Potete prendere la persona che volete. Diciamo Valentina Nappi, per fare l’esempio di una che, in apparenza, fa qualcosa di molto privato di fronte a tutti.

Potete pensare che essere nuda e fare tutte le cose sfiziose che fa sia un cammino verso la notorieta’. Tuttavia, se piazzaste una telecamera nascosta nel suo hotel, o a casa sua, difficilmente evitereste la sua denuncia. Quello che sto cercando di dire e’ che l’ipotesi della ricerca della visibilita’ a tutti i costi cozza con il fatto che quasi tutti hanno un limite oltre al quale il pubblico non puo’ e non deve andare.

Il secondo punto che cozza con la teoria della notorieta’ a tutti i costi come teoria positiva e’ che la ricerca di un valore sociale positivo si persegue in uno stato emotivo molto diverso. Se osservate i passeggeri di una nave da crociera che hanno come scopo ultimo della vita l’edonismo, scoprirete che si sforzano di essere gradevoli con tutti.

Allo stesso modo, Valentina Nappi si sforza di apparire nel modo che aggrada a chi ama le sue performance. (personalmente preferisco una corporatura piu’ tonda, tipo Gianna Michaels, l’esempio non viene da un mio feticismo per lei). Il punto e’ che Valentina Nappi non calpesterebbe donne e bambini per ottenere la notorieta’. Al contrario, se stesse fuggendo da una nave che affonda, allora il discorso sarebbe molto diverso. In quel caso, nel caso in cui si sfugge da qualcosa di molto temuto, l’etica e’ completamente diversa: per avere la notorieta’ serve il consenso, e la via migliore e’ rendersi graditi a molti. Al contrario, se si fugge da qualcosa di terrificante, non ci si fanno scrupoli e si calpestano gli altri.

Ora, quello che noto e’ che il comportamento che viene spiegato con la teoria della “ricerca dei quindici minuti di notorieta’ ” non assomiglia all’atteggiamento sensuale di Valentina Nappi che cerca di piacere ai fruitori della sua arte:  somiglia piuttosto all’atteggiamento di chi calpesta gli altri nel tentativo disperato di fuggire da qualcosa. La differenza e’ che cercare di piacere a tutti e’ un atteggiamento sociale, mentre calpestare gli altri mentre si fugge e’ un atteggiamento antisociale.

E quello che osservo tra le persone che “fanno qualsiasi cosa per la notorieta’ ” non e’ un comportamento sociale: e’ un comportamento antisociale.

Per queste ragioni, enuncio la mia personalissima ipotesi. Che il problema non e’, per le persone, di fare qualsiasi cosa per avere quindici minuti di notorieta’.

Ipotizzo che il problema sia quello di una fuga disperata dall’invisibilita’.

Se ipotizziamo che le persone stiano disperatamente cercando di sfuggire all’invisibilita’, allora possiamo spiegare il comportamento dei troll: essi infastidiscono gli altri non tanto per diventare famosi, ma per non essere invisibili. Questa teoria e’ coerente con la mia esperienza: quando bloccate i troll, o quando scrivere un software che lo fa per voi, di fatto state dicendo loro “da ora in poi sei invisibile”. E a quel punto diventeranno furiosi, iniziando a stalkerarvi, perche’ avete rappresentato di fronte ai loro occhi l’incubo peggiore. Stiamo parlando di gente che sta calpestando il prossimo per raggiungere una scialuppa, e voi siete li’ ad affondare la sua scialuppa.

In questa visione, non stiamo parlando di una corsa alla visibilita’: stiamo parlando di una fuga disperata dall’invisibilita’.

Contrariamente a quanto pensava Andy Warhol, l’uomo moderno non e’ affatto famoso per 15 minuti. E’ semplicemente invisibile per tutta la vita. E se anche avesse ragione Andy Warhol, un individuo invisibile per tutta la vita tranne 15 minuti e’, in buona approssimazione, quasi completamente invisibile.

La paura che spinge le persone ad andare sui social e’ proprio questa: quella di essere invisibili. Non dico “anonimi”, dico quella di essere invisibili. Quella di non esistere piu’. Perche’ la societa’ postmoderna cancella le persone con una facilita’ impressionante.

Se per esempio dite ad una donna di essere “vecchia”, l’avete resa invisibile. In teoria non cambia nulla, perche’ alla fine dei conti quasi tutte le donne conoscono e ricordano la propria data di nascita. Ma l’offesa terribile non deriva dall’eta’ in se’: deriva dal fatto che la state letteralmente cancellando dall’inventario delle donne. E’ vecchia, significa che e’ fuori dal gioco, sia esso il gioco della seduzione, o del sesso, o semplicemente delle dinamiche uomo-donna: quel termine “vecchia” significa semplicemente “tu sei invisibile, gli uomini non ti vedono piu”. Sbianchettata.

Lo stesso vale quando un uomo che non e’ gay viene chiamato gay dalle donne. Molti pensano che dietro al risentimento ci sia una certa omofobia. Ma il problema non e’ questo. Il problema e’ che se una donna dice ad uno che e’ gay, sta facendo il corrispondente di un uomo che la chiami “vecchia”. Nel momento in cui un uomo eterosessuale viene etichettato come gay, si sente come se venisse cancellato dalla lista dei maschi. Il problema non e’ quello di essere gay, il problema e’ di non essere piu’ nella lista delle persone che prendono parte al gioco seduttivo, o anche alle normali dinamiche uomo-donna, come in uso nel mondo eterosessuale.

Il problema e’ lo stesso, in entrambi i casi: non e’ l’uso della parola o il suo significato. Moltissime donne “vecchie” o “grasse” si sentono assolutamente bene col proprio corpo e con la loro eta’ : il problema e’ quello di non venire cancellate dall’inventario delle donne. Stessa cosa per gli uomini, che poi scontano una certa invisibilita’ di default: molti si girano se entra una bella ragazza in una stanza, ma nessuna si gira se entra un bell’uomo. E questo produce un senso di invisibilita’ di default, che aggrava la situazione. A mio avviso, questo spiega come mai tra gli stalker si annidano quasi sempre uomini poco attraenti, e quasi mai belle ragazze.

Il secondo problema di questo modello e’ che si tratta di un modello epidemico: se e’ vero che nessuno vuole essere cancellato, e’ anche vero che cancellare qualcun altro fa sentire visibili le persone. La persona che cancella qualcun altro si sente meno invisibile, dal momento che in quel momento e’ l’incubo peggiore di qualcun altro.

Questo fa si che molti si uniscano in branchi al solo scopo di sopraffare qualcun altro e “cancellarlo”: quando i troll riescono a convincere qualcuno a cancellare l’account su un social network, non si sentono “potenti” come qualcuno crede.

Si sentono “visibili”.

La mia esperienza personale e’ che quando ho scritto MasThino e lui ha iniziato a bannare persone su twitter al posto mio, tra i miei stalkers c’e’ stata una reazione che definirei “piuttosto allarmata”. Leggevo i loro gruppi, e ho visto cosa hanno detto. Un coso che ha bannato 5000 account in due giorni era il loro terrore: qualsiasi numero di account o comunque grande fosse il loro branco, avrebbe significato pochi minuti di lavoro per MasThino. Dal loro punto di vista, MasThino e’ il doomsday device, l’arma del giudizio. Una cosa che puo’ sbianchettare in pochi minuti un esercito di troll, per quanto numeroso, e’ la cosa che temono di piu’.

Ma scrivere strumenti di sterminio (digitale) di massa non e’ la soluzione. E’ vero, siccome leggo (anche per interposta persona) i gruppi di haters che mi riguardano , mi sono divertito a vedere la loro malcelata disperazione quando si sono trovati nella lista dei bloccati. Ma questa soddisfazione personale non e’ la soluzione al problema.

Perche’ se il problema e’ la paura dell’invisibilita’ , che potremmo battezzare come Athazagoraphobia (anzi, ad una breve ricerca ho appena scoperto che si chiama proprio cosi’), il problema non e’ ne’ combattere gli Athazagoraphobici, ne’ quello di tenerli lontani.

Il primo problema e’ quello di non soffrirne.

Anni fa fui soggetto ad una character assassination, che mi e’ stata molto utile. Utile nel senso di “istruttiva”. Nel momento in cui ho deciso di diventare invisibile su internet , mi sono trovato di fronte a questa strana spinta interiore che mi diceva di non farlo. E questa spinta aveva la forma di una paura. E questo mi ha spinto a chiedermi in che punto dello spettro dell’ Athazagoraphobia mi trovassi.

Onestamente, in quei due anni di invisibilita’ mi sono divertito. Mi sono divertito perche’ ho sperimentato che da invisibile puoi fare cose molto visibili. A patto di rinunciare a prendertene il merito. Cosi’ ho partecipato come mercenario (ghost writer) alla Meme War del 2016, e ho visto le cose che avevo scritto, le persone che avevo inventato erano diventate virali. Ho causato danni forsennati alla fazione opposta , e l’ho fatto da invisibile. Nessuno verra’ mai a chiedermi atto dei disastri che un personaggio da me quasi completamente inventato ha causato nel mondo delle universita’ americane, nella campagna del 2016. E non stiamo parlando di disastri piccoli: quando si elegge l’uomo piu’ potente della terra, un contributo “piccolo” alla sua elezione ha un effetto gigantesco. Ma potevo farlo solo da invisibile, appunto come “ghost writer”.

Cosi’ come sono entrato, dopo essermi scritto dei personaggi credibili (con delle semantiche di riferimento adeguate) , negli stessi gruppi di stalker, e mi sono divertito a vedere i gruppi morire dopo averli destabilizzati un pochino.

Essere invisibili non e’ nulla di cui aver paura. Siete come una specie di sottomarino: il problema di essere invisibili e’ solo quello di avere armi abbastanza potenti. A chi sta su un sottomarino di essere invisibile non importa: anzi, e’ la cosa che li fa sentire al sicuro.

Questo blog ha fatto diversi esperimenti sociali, come quello dell’ olio di Colza come carburante diesel, ma nessuno ha avuto (neanche quando i lettori erano molti piu’ di oggi) l’impatto di quello che ho fatto inventando un personaggio della campagna presidenziale americana del 2016. L’invisibilita’ e’ stata uno dei momenti migliori della mia esistenza nella internet moderna. Mi sono vendicato di alcune delle persone che mi avevano stalkerato , seminando veleno sulla loro reputazione, in maniera invisibile, e molti di loro non hanno nemmeno capito cosa gli sia successo, e il perche’ siano caduti in disgrazia cosi’ facilmente. Essere invisibili e’ una benedizione, se volete fare il sicario.

Ma la cosa interessante e’ che, dopo averci riflettuto, l’ Athazagoraphobia si e’ praticamente calmata. E’ come quando fate Judo: sinche’ avete paura del pavimento non cadrete mai bene. Quando iniziate a trovarlo confortevole, se non sicuro, allora cadrete bene, perche’ in fondo lo amate. Ne siete attratti, e non vedete l’ora di essere al suolo perche’ sapete di essere al sicuro.

Quando l’ Athazagoraphobia se n’e’ andata, chiaramente ho riaperto il blog. Ma questo e’ dovuto al fatto che non mi fa alcuna paura “essere cancellato”. Potrebbe succedere che qualche gruppo di stalkers riesca a farmi chiudere. In quel caso, da quel momento sarei invisibile, ma sarei ancora su internet. E avrei tutto il tempo per investigare su di loro, raggiungere i loro contatti, e vendicarmi silenziosamente con una lenta intossicazione della reputazione. E sia chiaro, potrei farlo solo da invisibile.

In definitiva, cioe’, la mia riflessione e’ che l’ Athazagoraphobia sia una fobia che, per esistere,  richiede di ingigantire molto il timore verso qualche esperienza che non si e’ mai passata veramente.

Perche’ in realta’ nessuno e’ davvero invisibile. Chi vive in un villaggio ha spesso una grande visibilita’: Carlo il macellaio, Augusto il barbiere, la Giulia che fa la commessa nel negozio di scarpe, eccetera. Inoltre siete comunque visibili per la vostra famiglia.

Di conseguenza, l’ Athazagoraphobia e’ la paura per …un babau, qualcosa che non si e’ mai passato per davvero. Passare da 300.000 lettori al giorno alla chiusura del blog, per esempio, e’ stata una riduzione cosi’ pesante dell’ordine di grandezza della mia visibilita’, che mi e’ stato utile per riflettere bene su questa paura.

In breve, potete capire una cosa:

Il troll e’ controllabilissimo, non tanto minacciandolo di cancellazione, quanto semplicemente vincendo la propria paura di essere invisibili.

Da invisibili siete molto piu’ potenti in senso sociale, specialmente su internet, perche’ e’ imprevedibile il luogo in cui sbucherete, il nuovo ruolo, e la potenza di tale ruolo.

L’ Athazagoraphobia, cioe’, e’ la fobia per qualcosa che non ha ragione di essere temuto. E’ come aver paura dei soldi o della buona salute. In realta’, ci sono occasioni nelle quali sono cose utili.

E la spinta delle masse ad avere paura di essere invisibili e’ del tutto irrazionale e sproporzionata: proprio come la paura di quelli che si schiacciano sulla porta per fuggire ad un incendio, quando fluirebbero molto piu’ velocemente se evacuassero ordinatamente.

Ma e’ la spinta dominante dei social network. Nessuno ci va perche’ vuole diventare famoso.

Tutti ci vanno perche’ hanno paura di essere invisibili.

Fonte: https://keinpfusch.net/athazagoraphobia/

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