Ah, la giustizia.

Ah, la giustizia.

Ah, la giustizia.

Ho aperto stamattina i giornali e ho visto un sacco di polemiche per la condanna a 13 anni contro Lucano. E devo dire che finalmente qualcuno si fa delle domande verso la giustizia italiana, perche’ se non fosse intervenuto il recovery fund non si sarebbe avuto nemmeno lo straccio di riforma che state avendo oggi. Ma il punto non e’ questo, perche’ il sistema della giustizia e’ totalmente inefficace.

Per prima cosa: esiste l’abitudine per i giudici di primo grado di assolvere una persona in appello. Significa che se scrivo una sentenza illegale al primo grado, l’imputato la impugna e la fa annullare al secondo grado. Cosi’ condanno qualcuno alla ghigliottina elettrica a gas, e il secondo grado (l’appello) mi annullera’ la sentenza. Questo e’ sempre successo.

Il fatto che Lucano abbia avuto quasi il doppio della pena chiesta dal PM fa capire , molto facilmente, che si tratta di una sentenza di questo tipo. Ma non e’ qui il punto.

Il punto e’: perche’ una sentenza puo’ essere molto diversa dalla legge? Il PM, leggendo le leggi in vigore, aveva calcolato in 7 anni circa la pena, e tanto aveva chiesto. Come e’ possibile che, per gli stessi reati, la pena sia diventata 13 anni e sette mesi?

Cosa dice la legge: sette o tredici?

Sebbene logica vorrebbe che uno escluda l’altro (o sette, o tredici), le cose non stanno cosi’ in Italia. E non perche’ “i giudici non vengono puniti”. Il problema non e’ che non vengono puniti. Il problema e’ che non vengono valutati proprio.

Chi da’ la pagella ai giudici? Chi giudica se un giudice e’ bravo, se e’ preparato, se e’ aggiornato?

E l’ultima parola e’ fondamentale: per esempio, quando vivevo in Italia mi capito’, a casa di amici studenti universitari, di vedere al lavoro Santi Licheri. Il problema di Santi Licheri e’ che in televisione, durante un processo di marito contro moglie, “sentenzio'” che la moglie aveva il dovere di seguire il marito nel caso il marito scegliesse la residenza. Il problema e’ che quella norma e’ estinta dal 1975. Ma eravamo all’inizio degli anni 90, e tutti gli studenti di giurisprudenza presenti nella stanza (due, in realta’) cominciarono a dire “ma cosa si e’ bevuto questo?”.

Ora, anche se in realta’ Licheri esercitava un mero arbitrato valido solo per le parti, rimane il fatto che non fosse decisamente aggiornato. E quindi ora la domanda e’: quanti giudici sono aggiornati?

Ma se ci chiediamo “quanti e quali giudici sono bravi”, in Italia non abbiamo praticamente risposta. Nei paesi anglosassoni e in Francia (ma solo in quelli, che io sappia) le sentenze vengono giudicate. Ci sono commissioni di giuristi universitari e/o internazionali che prendono un campione delle sentenze, le anonimizzano,  e controllano la “qualita’ ” delle sentenze. E questo e’ il modo con cui decidono la promozione dei giudici, per dire.

Ma in Italia non si fa. E allora la domanda e’: qual’e’ la qualita’ delle sentenze italiane? Sono scritte rispettando le leggi? Sono scritte rispettando TUTTE le leggi? Sono scritte rispettando le leggi ATTUALI?

La risposta e’ che non lo sa nessuno.  Nessun tipo di assessment viene fatto sulla qualita’ delle sentenze.

Ed e’ proprio la qualita’ il problema: per dire, se all’accusa scappa , in un tribunale francese, qualcosa come “che c’azzecca?”,  immediatamente il difensore dice che non capisce la lingua del PM e chiede che si cambi il PM. E anzi, ne chiede pure la censura, perche’ quell’espressione dialettale potrebbe essere un segnale per un testimone comprato.

Una volta stabilito, cioe’, che la lingua ufficiale di un paese e’, che so io, HochDeutsch (il tedesco “ufficiale”), si parla SOLO quello. In Italia, nessuno ha fatto una piega, col risultato e’ che leggere una sentenza oggi e’ terribile: io non sono certo un professore di italiano, ma potrei essere il professore di italiano di tanti giudici, per esempio quelli che usano “stipendiale” al posto di “retributivo”.

Ma, dicevo, non esiste alcun “controllo di qualita’ ” nelle sentenze italiane. Ed e’ questo il punto.

Perche’ la qualita’ e’ tutto, in un sistema che distingue tra

  • Omicidio doloso
  • Omicidio colposo
  • Omicidio stradale
  • Omicidio preterintenzionale
  • Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale
  • Omicidio del consenziente
  • Istigazione al suicidio
  • Omicidio con connotazioni di genere

ed altri. Perche’ se cominciamo a fare distinguo raffinati, la precisione del linguaggio e’ tutto.

Per esempio, se Di Pietro dice “e che c’azzecca?”, che tipo di incongruenza sta segnalando? Sta chiedendo al testimone di chiarire una cosa che lui non capisce, o sta dicendo che e’un non sequitur?

Ma la domanda principe e’: ma le sentenze sono legali?

Cioe’: se il giudice, senza correre alcun rischio, puo’ scrivere una sentenza apposta per farla annullare nel grado successivo, cioe’ illegale, quanto e’ legale il diritto italiano?

Per esempio, chi ha attaccato con l’acido Lucia Annibali e’ stato punito con 20 anni (il mandante, 12 gli esecutori). Mentre Martina Levato per aver fatto lo stesso ha preso , in primo grado, 14 anni. Poi si sono aggiunti altri reati contro altre persone ed e’ arrivata a 20)

Ah, la giustizia.

QUALE dei due giudici ha giudicato “bene”? Il problema non e’ che le sentenze sono , o meno, complicate. Il problema e’ che nessuno leggera’ mai la sentenza e e nessuno si fara’ mai la domanda.

La produzione di sentenze in Italia ha un ENORME problema di QUALITA’ del diritto. Significa che per la stessa cosa giudice A e giudice B possono condannare a due pene completamente diverse, e nessuno andra’ mai a giudicare la qualita’ della sentenza.

Al limite, ti rispondono i giuristi, c’e’ l’appello.

Quindi se un giudice ti condanna a 23 anni per unicornicidio, nessuno dira’ mai che sia un cattivo giudice: al limite in appello sarai liberato e assolto. Ma il giudice che crede negli unicorni non viene sfiorato.

E allora direte: ma qui si torna alla responsabilita’ dei giudici.

NO.

Perche’ un giudice cattivo potrebbe anche assolvere i colpevoli. E se questo succede, avendo beneficiato l’imputato, non c’e’ alcun danno che il giudice debba restituire ad una “vittima”. Non c’e’ la vittima.

Quindi, se un giudice assolve un tizio colto in fragrante a stuprare una tizia, “perche’ se ti chiami Debborah con la h , te lo meriti”, tutto quello che puo’ fare Debborah e’ di ricorrere in appello. Responsabilita’ infatti significa che il giudice paga per i danni che fa, ma nel liberare un colpevole non ha commesso alcun danno. Quindi, rimane solo l’appello, che in nessun caso puo’ essere inteso come un giudizio sul grado precedente.

Ma attenzione: la sentenza fa cagare.

E allora la domanda “ma la legge dice sette anni o tredici anni” ha la seguente risposta:

Il giudice italiano della legge se ne sbatte.

In questo senso, la legge e’ davvero uguale per tutti, ma nel senso che e’ ugualmente casuale, e del tutto arbitraria. Non c’e’ alcun legame, in pratica, tra quello che avete fatto e la condanna che riceverete.

Ed e’ per questo che la legge puo’ dire sette, ma anche tredici, ma anche quarantadue, ma anche tre, ma anche due. Non esiste alcuna coerenza perche’ non esiste alcun controllo di qualita’.

Non esiste nessuno che, come capita in altri paesi, prende un campione delle sentenze di un tribunale, le mette in mano a dei giuristi e si fa valutare la qualita’ del diritto di quel tribunale.

Sapete quale universita’ sia migliore, quale citta’ sia piu’ vivibile, ma quando si parla di tribunali, non avete idea di quel che vi aspetta: forse siete nel migliore, forse siete nel peggiore e vi conveniva non provarci neanche.

Ah, la giustizia.

Questo e’ il punto. La giustizia italiana e’ da rifare completamente. Le sentenze ormai sono degli enigmi avvolti nel mistero: perche’ a caio 20 anni e a sempronio nulla, e vince un motorino?

“Bisogna leggere la sentenza”, dice uno, ma in ultima analisi questo significa che per condannare o assolvere qualcuno in misura qualsiasi basta scriverlo su una sentenza. Interessante.

Quindi , alla fine, Lucano cosa ha fatto? Non si sa. Bisogna leggerlo sulla sentenza, si dice, o bisogna fare ricorso. Certo.

Ma questo vale solo se tredici anni sono troppi. E se fossero troppo pochi, la responsabilita’ dove finisce?

Ripeto: le sentenze in italia sono barzellette. E questo perche’:

  • un giudice puo’ fare un sacco di soldi lavorando come arbitro, ovvero puo’ essere corrotto facilmente.
  • i giudici rispondono solo a se’ stessi
  • il lavoro dei giudici non viene scrutinato da nessuno.

cosa potrebbe mai andare storto?

Ah, la giustizia.

E quindi no, 13 anni non significano nulla. Forse e’ il numero giusto, forse no. Forse hanno sbagliato apposta, forse no.

In un sistema del genere, non esiste niente che abbia senso, significato, tantomeno valore.

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